L’ECCEZIONE, LA REGOLA, L’INNOCENZA, LA COLPA

resizerIo non voglio che la madre abbracci il carnefice che fece sbranare il figliuolo dai cani!  Che ella non osi di perdonargli! … Ma perché la vendetta? Ma che m’importa dell’inferno quando i fanciulli sono stati tormentati? E quale armonia, se c’è l’inferno? Io voglio abbracciare e perdonare, io non voglio che ancora si soffra … Voglio piuttosto che le sofferenze non siano vendicate (F. M. Dostoevskij, I fratelli Karamazov).

«Era prevista per il 21 dicembre, invece la fine del mondo è arri­vata ieri», scrive Valeria Braghieri commentando l’ennesima “strage degli innocenti”  made in USA (Il Giornale.it, 15 dicembre 2012). No, nessun anticipo di fine del mondo: trattasi piuttosto dell’Eccezione che viene a disturbarci nel bel mezzo di giorni che la società prescrive come felici, o quantomeno sereni, insomma tali da predisporre gli animi dei consumatori all’acquisto. A Natale si può comprare di più, a Natale puoi! Crisi permettendo, si capisce.

Ed ecco l’Eccezione mettere a nudo l’abisso di orrore e di dolore nel quale ci tocca vivere, ogni giorno che il Capitale manda sulla terra. Di questo abisso percepiamo solo gli “eccessi”, gli improvvisi scatti in avanti, le brusche accelerazioni, talmente bene ci siamo acconciati alla routine del Male. L’Eccezione ci mette in guardia sulla Regola, come sempre, ma la verità che essa viene a gridarci in faccia è troppo pesante da sopportare, e così puntualmente ci afflosciamo nella postura mortuaria di certi insetti che per istinto di sopravvivenza si mimetizzano con la morte. «Verità va’ via, non vedi che sono morto?» E da un bel po’, peraltro.

Insomma, non vogliamo comprendere, per conservarci in “salute”, oppure semplicemente la verità esubera le nostre capacità di comprensione, atrofizzate dopo decenni di totale subordinazione all’ideologia dominante, che ci presenta la vigente società mondiale come il migliore dei mondi possibili. O entrambe le cose, in una maligna sinergia che inchioda tutti i giorni alla croce della realpolitik la possibilità della liberazione.

«C’è mio figlio tra quei cadaveri? È mio fi­glio che è morto? Sotto quel lenzuolo c’è lui o è toccato a un altro? Dio ti prego, ti prego, ti prego fai che sia un altro». Si coglie un nero fondo di disumanità nelle madri oppresse dall’angosciante attesa di conoscere la sorte dei propri figli, una sorte appesa al caso, come nella roulette russa. Angoscia raccontata in ogni minimo dettaglio dai giornalisti precipitatisi sulla location del massacro come api sul miele – «Ci sono vittime? ci sono vittime?», chiedeva qualche anno fa un Bruno Vespa sull’orlo dell’orgasmo informativo a un suo «inviato sul luogo della strage».

D’altra parte, pensare che l’orrore possa risparmiare qualcuno, magari le madri degli innocenti sacrificati al Moloch che ci tiene tutti in pugno, sarebbe di un’ingenuità davvero imperdonabile. Per mutuare la teologia, le ali del Dominio toccano tutti, inutile raccontarci frottole compassionevoli. «Sì, Dio, fai in modo che il proiettile del folle, o l’automobile dell’ubriaco, non colpisca mai mio figlio»: “umano”, fin troppo “umano”, come del resto lo è il Dio così angosciosamente invocato. «Se non tutti possono venir salvati, ti prego Dio, salva almeno mio figlio!»

«Bisogna tenerseli in grembo, o addosso tutta la vita i figli. Per­ché non c’è riparo e non c’è pu­dore o logica. Natale, scuola, bambini, mamme, un pazzo ar­mato, il caso: allora ditelo che vale tutto. Che i nostri figli pos­sono morire a caso anche dove, quando, non dovrebbe succe­dergli proprio niente». Come disse una volta Hitler, supplicato di salvare i pochi quartieri di Berlino risparmiati dai democratici bombardamenti aerei (La Fortezza Volante non guardava in faccia a nessuno!), «in questa guerra non ci sono civili: il fronte è ovunque». Anche qui l’Eccezione allude alla Regola.

Ivan Karamazov non faceva mistero del suo odio per gli uomini, e dinanzi alle loro sofferenze non provava alcuna compassione, perché essi mangiarono il maligno frutto «e ancora continuano a mangiarlo», nonostante conoscano fin troppo bene «il bene e il male», e le tragiche conseguenze connesse a questa divina conoscenza. «Ma i bambini nulla hanno mangiato ed ancora di nulla sono colpevoli». Di nulla, salvo la colpa di vivere al tempo del Dominio, uno spazio esistenziale che rende possibile qualsiasi mostruosità, perfettamente spiegabile senza chiamare in causa diavoli e oscure tare antropologiche, indebolite dalla civiltà ma mai estinte del tutto. Anche il gesto più crudele e irrazionale è fin troppo semplice da spiegare, perché se l’uomo non esiste, allora tutto è possibile. «Quale armonia, se c’è l’inferno?» Ma la semplicità ci spaventa, perché ci suggerisce comportamenti che oggi consideriamo scomodi e pericolosi. E allora ci affidiamo ai curatori delle nostre anime in pena: preti, psicanalisti, criminologi, esperti vari della “natura umana”, in attesa della prossima Eccezione. Più che curatori di anime, curatori fallimentari.

Haddad-norwayAlla semplice, ma quanto mai scomoda verità, preferiamo discorsetti di questo genere: «Non c’è un perché. Di solito in ogni notizia bisogna darlo. In questa no. È la follia, la malattia mentale che ha agito. Una strage orrenda, terribile, generata forse da una tragedia familiare» (Libero.it, 16 dicembre 2012). Forse, nessuno può dirlo con “scientifica” certezza. Il sotto testo implicito suona pressappoco così: nessuno si arroghi la pretesa di poter padroneggiare con la testa la dismisura dell’orrore quando si presenta con l’inquietante volto della banalità. Insomma, ci si rifugia nella banalità del male, mentre ancorché banale il Male è innanzitutto radicale, ossia inscindibilmente e intimamente connesso con il vigente ordine disumano delle cose. Il Male è lo spirito della terra quando regna il Dominio, ossia la società divisa in classi sociali.

Per dar conto della presenza del Male sulla terra l’uomo a suo tempo creò una potente costellazione di idee e di concetti che appaiono anacronistici solo in riferimento alla possibilità, che oggi ci è pienamente data, di costruire nell’aldiquà la comunità netta di dominatori e di dominati. «Io voglio vedere con i miei occhi come il daino saltelli accanto al leone», disse a mo’ di sfida il febbricitante Ivan al carissimo e “teologico” fratello Aleša. La sfida karamazoviana va raccolta e fatta diventare un Programma politico.

«Da noi», ha scritto ieri Alessandro Portelli sul Manifesto, «è la sfera privata che ti va in pezzi, e uccidi chi ti è vicino; negli Stati uniti è la sensazione che sia il mondo intero che ti assedia, e allora forse è anche per questo che la violenza si scatena in spazi pubblici come vendetta sul mondo, e colpisce vittime sconosciute e senza nome nelle strade, nelle scuole o nelle università … Oggi il nemico è ancora più senza volto, ancora più inafferrabile, il nemico è il mondo intero». Può darsi che sia così. L’importante è non chiudere il dossier tirando in ballo il solito «cinismo mercantile dell’industria delle armi» e «la follia ideologica della destra americana»: troppo semplice, anzi: semplicistico. Cinica e folle è la società capitalistica tout court, e a qualsiasi latitudine.

«Come se fosse possibile infine, l’episodio è reso ancora peggiore, ancora più inimmaginabile dalla notizia che l’ha preceduto di poche ore di 22 bambini accoltellati in una scuola elementare nella provincia di Henan in Cina, che rende la follia infanticida di ieri una assurda sindrome globale» (Luca Celada, Il Manifesto, 15 dicembre 2012). La sindrome ha pure un nome: indovinate quale…

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3 thoughts on “L’ECCEZIONE, LA REGOLA, L’INNOCENZA, LA COLPA

  1. Mmmmh… a ‘sto giro non sono molto d’accordo – se ho capito davvero il discorso.
    Per me la gente con le rotelle fuori posto è una cosa naturale, indipendente dal sistema economico, sociale o altro che sia. Che poi l’attuale sistema incentivi, incanali e proietti tali pazzie in modo distruttivo, bè su questo si potrebbero (e forse è già stato fatto) scrivere un mucchio di libri.
    Non metto in dubbio che ci sarebbero modi migliori di arginare, individuare, magari curare, queste “malformazioni”. Ma la pazzia, così come l’errore umano e la corruttibilità – sotto ogni punto di vista – sono fattori forse arginabili, l’ideale sarebbe neutralizzabili, ma non eliminabili.

    Forse non ho afferrato bene il punto…
    Ma per quel che ho capito è esattamente l’aspetto che più mi vede in disaccordo con il pensiero di sinistra – mi scoccia usare questo aggettivo così inflazionato, ma per intenderci 😉
    Cioè, io non penso – per farne una caricatura – che nessun sistema/rivoluzione di pensiero (e non) possa creare un “mondo di buon senso” tale per cui tutti fanno il bene di tutti a prescindere.
    Ci sarà sempre chi eccede, chi sbaglia senza volere, chi volendo, chi vuole di più facendo di meno, ecc… Ed ogni sistema ha i suoi punti deboli, le sue falle, le sue mancanze ed i suoi difetti.
    Non credo in un mondo dove non esista la pazzia; anche perchè è il pensare “diverso” che ci rende differenti dagli automi, che distingue le intelligenze naturali da quelle artificiali.

    Certo, a volte sfocia in cose deprecabili. Se il discorso è che nel capitalismo ormai tali “devianze” seguono solo strade distruttive (per sè e a volte per gli altri), allora sono perfettamente d’accordo.
    Ma è Natura che del Vivente ci sia – anche – questo aspetto. La favoletta del Bene senza il Male è, appunto, fantasia; quali che siano le condizioni, ci sarà sempre l’altra faccia della medaglia.
    Anche se di fronte a certe notizie può suonare beffardo, io dico sempre “per fortuna”!

    • La tua obiezione mi permette di chiarire un concetto fondamentale, cosa che, per economia di pensiero, affido a una citazione del mio studio L’Angelo Nero sfida il Dominio: «Al cuore del processo genetico delle comunità umane non ci sono né il Bene né il Male – magari concepito hegelianamente come astuta manifestazione del Bene –, ma la prassi sociale degli uomini, a iniziare dall’attività che ha fatto dell’uomo la “Creatura Civile” che conosciamo: il lavoro. Si tratta di capire se questa prassi sociale ha reso possibile l’esistenza di condizioni umane (e dunque dell’individuo umanizzato, dell’”uomo in quanto uomo”), ovvero se essa ha negato – e continui a negare – in radice questa possibilità. Una volta Proudhon disse che “siamo nati perfettibili, ma non saremo mai perfetti” (Filosofia del progresso, 1853); per quanto mi riguarda, non si tratta di fabbricare l’Uomo Perfetto, secondo un’antica e infantile utopia, ma di rendere possibile il respiro all’individuo umanizzato. La perfezione, per dirla con la “saggezza popolare”, non è di questo mondo; l’umanità invece può esserlo: voilà tout!» Questo, naturalmente, prescindendo dal caso particolare, e al netto del fatto che alla base di tanta “pazzia”, come di tantissime malattie somatiche, psicosomatiche e psichiche c’è più prassi sociale (disumana) di quanto l’apparenza non sembri testimoniare. Non si tratta, almeno per me, di raddrizzare le gambe agli uomini, per mutuare una nota metafora, ma piuttosto di umanizzarli (non di renderli uguali!), dalla testa ai piedi. Non attraverso decreti, o imposizioni di varia natura, ma per mezzo di una prassi netta di dominatori e di dominati. Se conquistiamo il punto di vista di questa eccezionale possibilità, avremo fatto un grande passo avanti concettuale nel deserto dell’attuale disumanità. Come sai, per fare il passo avanti pratico c’è bisogno anche d’altro…
      In Eutanasia del Dominio (vedi scritti scaricabili) e nell’Angelo Nero puoi trovare “materiale” utile ad approfondire la scottante “problematica”. Ti ringrazio come sempre per l’attenzione e ti saluto. Ciao!!

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