IL BUFFONE DI REGIME E LA BUFALA DELLA “COSTITUZIONE TRADITA”

acostSe è vero che ogni dominio di classe, in ultima istanza, è fondato sulla forza, non vi è dominio di classe che sarebbe in grado alla lunga di mantenersi soltanto con la mera forza (G. Lukács, Lenin, 1924).

locandinapg3Solo oggi trovo il coraggio di confessare una gravissima colpa: lo scorso lunedì, mentre il primo dei buffoni di regime stava intrattenendo il pubblico sulla «Costituzione più bella del mondo» (il copyright mi sembra sia del salumiere Bersani), io ero a bordo dell’U-Bot
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accanto al Comandante Heinrich Lehmann Willenbrock, a dare le caccia, nelle gelide e tempestose acque dell’Atlantico Centrale, al naviglio delle potenze demoplutocratiche. Il buffone a declamare i suoi soliti, e strapagati, luoghi comuni antiberlusconiani e leccaculisti, con rispetto parlando, a favore della “parte buona e onesta” del Paese – la quale, com’è noto, non annovera tra le sue fila Silvio e il sottoscritto; io, complice La7, a patire il freddo e il mal di mare condividendo le paure e le passioni di un onesto servitore del Terzo Reich: un professionista dell’Imperialismo tedesco, più che un ottuso e acritico nazista.

Ancor più miserevoli delle scontate apologie di regime propalate dal buffone sulla rete ammiraglia della Rai, mi sono apparse le critiche “da sinistra” al suo seguitissimo spettacolino, basate sulla leggenda metropolitana della «Costituzione tradita», a cominciare dall’Art. 1, quello che sancisce un principio fondamentale del Capitalismo, ossia il lavoro salariato, ossia sfruttato, come fondamento del meccanismo sociale borghese. Con quello che necessariamente ne segue in ogni aspetto della prassi sociale, come facilmente si evince da una lettura non ideologica (ad esempio “cattocomunista”) della Sacra Carta. Lungi dal contraddire il lavoro messo in Costituzione, la disoccupazione e la precarizzazione del lavoro piuttosto ne rappresentano il necessario “risvolto dialettico”, perché nell’economia mossa dal profitto occupazione, precarizzazione e disoccupazione sono modi di essere del “capitale umano”.

Naturalmente lo statalismo della Prima Repubblica, che in qualche modo ha cercato di gestire le esigenze di sviluppo del capitalismo italiano in un contesto segnato da gravi contraddizioni sistemiche (vedi gap Nord-Sud), ha radicato nella testa di molte persone la “cultura” del posto fisso, pubblico o privato che sia, un lavoro comunque garantito attraverso la fiscalità generale. La crisi che stiamo attraversando ha messo radicalmente in questione il “modello” italiano di sviluppo capitalistico, già moribondo alla fine degli anni settanta del secolo scorso. Ma su questo punto ho già scritto e mi riservo di scrivere in futuro. Qui volevo soltanto illuminare un aspetto della mitologia intorno alla «Costituzione tradita», che, detto di passata, armò la mente (che parola grossa!) e la mano del “terrorista rosso” negli anni cosiddetti di piombo.

Scrive Davide Rossi, insegnante e direttore del Centro Studi Anna Seghers: «Desolante tristezza ispira la lettura della Costituzione italiana da parte del comico Benigni; il comunismo finisce tra le dittature del Novecento al pari del nazifascismo». Non il «comunismo», egregio insegnante e direttore, ma lo stalinismo, ossia l’ideologia del Capitalismo di Stato e dell’imperialismo russo spacciati in guisa di «socialismo reale».

«La falsificazione del Novecento» che Rossi rimprovera al buffone di regime è tutta dalla parte degli stalinisti d’ogni tendenza (maoisti inclusi), i quali hanno gettato tonnellate di cacca sulla stessa idea di “comunismo”, giustamente associato dalle classi subalterne del pianeta al grigio e miserabile regime del «socialismo reale». E continuano a farlo, sebbene sotto spoglie “comunitariste” e benecomuniste. Ecco perché la difesa del “comunismo” novecentesco, pur «con tutti i suoi limiti», fa impallidire, in quanto a squallore, la sempre più deprimente leccaculaggine del buffone toscano.

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