IL BENICOMUNISMO. DA BERNOCCHI A BORDIGA

stalinismoIl libro Benicomunismo. Fuori dal capitalismo e dal “comunismo” del Novecento (Massani Ed.) di Piero Bernocchi mi è sembrato interessante per più aspetti. Non solo, ovviamente, per il poco o il tanto di condivisibile che vi ho trovato, ma soprattutto per le molte tesi che sono apparse alla mia considerazione sbagliate, oppure poco fondate, ovvero mal argomentate, e nondimeno tutte meritevoli di un approfondimento critico.

Penso che la critica, sacrosanta ma a mio avviso non del tutto fondata del marxismo volgare (determinismo economico e scientismo), per un verso, e il retaggio del «decennio rosso» ’68-78, iniziato bene, secondo l’autore, e finito malissimo con i movimenti dalla «truce sloganistica» e il terrorismo cosiddetto rosso culminato nell’assassinio di Moro (p. 334), per altro verso, hanno pesato negativamente sull’impianto concettuale del libro. E così, «alcuni conti con Marx» sembrano essere stati regolati più sulla scorta del cosiddetto «marxismo novecentesco», che dell’attività teorica e politica complessiva del comunista di Treviri. Tuttavia, lo sforzo di riprendere criticamente i fondamenti del marxismo (e quindi non sto parlando né dello stalinismo né del maoismo), per andare oltre una loro ripetizione formale e dogmatica (ad esempio, sulle cruciali questioni della soggettività politica rivoluzionaria, del potere politico e della violenza), va apprezzato come fecondo. Si tratta poi di vedere i punti di caduta teorici e politici di un simile tentativo.

Mi riservo comunque di ritornare sul complesso delle tesi esposte da Bernocchi; qui voglio segnalare solo un punto del suo lavoro che mi è sembrato particolarmente invitante.

Di che si tratta? Di quel che si legge alle pagine 11 e 12, dedicate a quella che io – insieme a pochissimi altri “settari” – definisco ormai da decenni la più grande menzogna del XX secolo: il cosiddetto «socialismo reale». Leggiamo: «Pur con le dovute differenze da Paese a Paese, possiamo leggere la struttura economico-sociale dell’Urss dagli anni 20 all’89 e degli altri Paesi dell’Est come  capitalismo di Stato pianificato. In questi Paesi la statizzazione del capitale e dei mezzi di produzione e la scomparsa dei capitalisti individuali non hanno provocato né la fine del processo di valorizzazione del capitale, né la socializzazione dei mezzi produttivi. Il rapporto Capitale-Lavoro è rimasto invariato nella sostanza, come pure lo sfruttamento della forza-lavoro: anzi quest’ultima nelle società “socialiste” novecentesche veniva acquistata dallo Stato-padrone in condizione di assoluto monopolio».

Con mio sommo piacere l’autore estende quanto appena riportato alla Cina, il cui Capitalismo dopo la morte di Mao si differenzia per vitalità e capacità espansiva dal “modello sovietico” finito miseramente nella pattumiera della storia nel corso di un lungo processo culminato negli anni Ottanta.

Bernocchi invita a riflettere il lettore sul «colossale abbaglio teorico e politico che ha portato a confondere l’eliminazione della proprietà privata individuale con la fine del processo produttivo capitalistico», abbaglio che ha accecato la «Quasi totalità dei partiti marxisti, delle organizzazioni politiche, sindacali e sociali» che si richiamavano al “socialismo” e al “comunismo” realizzati. Abbaglio teorico e politico, certo, ma non bisogna perdere di vista il processo sociale che rese possibile l’accecamento di milioni di persone, non solo in Russia ma in tutto il mondo, Italia compresa – «Anche il pensiero marxista novecentesco in Italia», scrive Bernocchi, non fece eccezione.

Alludo naturalmente alla controrivoluzione sociale che prese corpo in Russia nel momento in cui il fragile potere politico proletario rimase isolato (dalla comoda, ma non per questo inutile prospettiva storica l’isolamento appare “conclamato” già alla fine del 1920, alla vigilia della NEP leniniana), non più che un piccolo scoglio accerchiato dal mare in tempesta (la campagna russa, gelosa delle conquiste ottenute nell’Ottobre ‘17) e ostaggio di potenze oggettive sociali (il Capitalismo incipiente e scalpitante e il tradizionale espansionismo Grande-Russo) che alla fine lo annienteranno. La maligna fenomenologia politico-ideologica di questa controrivoluzione è passata alla storia col famigerato nome di stalinismo.

Per capire la natura maligna di questa fenomenologia è sufficiente confrontare, fatta la debita tara ai due eventi posti in relazione, l’epilogo della Comune di Parigi, schiacciata in maniera plateale dal nemico di classe nazionale e internazionale, e la sconfitta del potere proletario in Russia, che appare al pensiero non sufficientemente critico e dialettico in guisa di una sua vittoria – il falso paradosso non fu compreso nemmeno dal grande Trotsky, come si evince dalla sua teoria del Termidoro e della «casta burocratica».

Lo stalinismo non come semplice “degenerazione” di un gruppo dirigente diviso da violente lotte di potere per la successione (a Lenin), o come trionfo di un nuovo gruppo sociale (la burocrazia), bensì come strumento: 1. della controrivoluzione capitalistica internazionale, 2. dell’accumulazione capitalistica a ritmi accelerati in Russia e 3. della continuità imperialistica con lo zarismo – di qui anche la scelta, che si impose definitivamente alla fine degli anni Venti, di promuovere innanzitutto l’industria pesante, a detrimento dell’industria dei beni di consumo e dell’agricoltura.

Copertina Scoglio e MareEcco, la fenomenologia deve rinviare all’essenza del processo sociale, non deve occultarla. Viceversa gli acquisti teorici e politici rimangono poco fondati, e perciò a rischio di rapida evaporazione, con “sgradevoli” ripercussioni sul terreno della prassi. Nello studio Lo scoglio e il mare (scaricabile in PDF da questo blog) ho cercato di illuminare i momenti più importanti del processo sociale che si sostanziò nella controrivoluzione stalinista.

Ultima breve – nonché ultra settaria – notazione. Bernocchi cita come una delle «poche eccezioni significative» nel quadro dell’abbaglio teorico e politico statalista di cui sopra Amadeo Bordiga, liquidandolo però con una brevissima nota: appena due righe. Un po’ poco per dar conto della sola posizione “organicamente” ostile al «marxismo novecentesco» in un periodo in cui in quell’ambito si teorizzava che il «Il peggiore dei regimi comunisti è sempre meglio del migliore dei regimi capitalisti» (G. Lukács).

bord«Con un’analisi del tutto “controcorrente”, Bordiga ha demistificato il carattere socialista dell’URSS nel periodo di massimo vigore di tale mito, i primo anni ’50, ma lo ha fatto richiamandosi alla teoria dello stesso Marx … Dall’analisi che Bordiga fa della società sovietica, la struttura economico-sociale dell’URSS si configura come capitalismo mercantile ad industria statizzata … Caratterizzato il capitalismo come sistema di appropriazione “sociale” del prodotto ai fini non del consumo personale dei capitalisti ma dell’accumulazione del capitale, la portata alternativa del socialismo rispetto al capitalismo non si pone al livello delle forme di proprietà (statali invece che private) né al livello delle forme di gestione (di partecipazione democratica anziché di direzione accentrata). Essa sta nel mutamento delle forme di produzione, nella scomparsa dell’impresa quale forma tipica del capitalismo in quanto produzione di valore» (Liliana Grilli, Amadeo Bordiga: capitalismo sovietico e comunismo, La Pietra, 1982). Il Capitale come rapporto sociale di dominio e di sfruttamento (di tutto ciò che sta fra cielo e terra): il minimo sindacale di un pensiero “autenticamente marxista”. A “naso”, mi sembra che il tema sviscerato a suo tempo dal noto “settario” napoletano incroci il cuore della riflessione di Bernocchi intorno al Benicomunismo .

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