LA COERENZA DI UN BRILLANTE ECONOMISTA BORGHESE

300x01357504863510Luigi_SpaventaScrive Emiliano Brancaccio nel suo interessante articolo di commiato e ricordo di Luigi Spaventa: «Nel 1981, con Mario Monti ed altri, Spaventa caldeggiò la proposta di “desensibilizzazione” dei salari. L’idea consisteva nell’indicizzare le retribuzioni ai soli aumenti dei prezzi di origine nazionale: in caso di inflazione proveniente dall’estero, i salari non dovevano più essere protetti. In tal modo il potenziale inflazionistico della scala mobile sarebbe stato attenuato. Le obiezioni furono numerose: perché mai adottare un meccanismo che avrebbe salvaguardato i profitti e avrebbe scaricato sui soli lavoratori il peso degli aumenti del prezzo del petrolio?» (La riscoperta della tradizione neoclassica da parte di un eretico, Il Manifesto, 8 gennaio 2013). Azzardo una risposta per così dire postuma: forse Luigi Spaventa intendeva sostenere gli interessi dell’Azienda Italia, ossia del Capitalismo nazionale. Forse.

D’altra parte, non ci vedo nulla di sorprendente o di scandaloso in questo benemerito (per le classi dominanti del Paese) impegno da parte di un economista che spese tutta la sua vita sul fronte della difesa degli interessi del Capitale, nazionale e internazionale. Occorre poi ricordare che il PCI, la CGIL e gli intellettuali “organici” – ancorché “indipendenti” – alla galassia politica “comunista” furono negli anni Settanta in prima linea nella patriottica guerra contro la cosiddetta inflazione importata, soprattutto quella derivante dall’importazione di materie prime, petrolio in testa. Allora l’inflazione galoppava a due cifre e il duo progressista Berlinguer-Lama predicava una politica d’austerità con i controfiocchi, al cui centro naturalmente spiccava una politica di moderazione salariale senza se e senza ma. «Solo noi comunisti possiamo riuscire a difendere gli inseparabili interessi della classe operaia e della nazione» (G. Amendola): fu il martellante mantra dei teorici del “compromesso storico”. Com’è noto, da Marx in poi gli anticapitalisti sostengono l’idea esattamente opposta: mettere insieme, per “armonizzarli”, gli interessi nazionali e quelli dei lavoratori significa, semplicemente e necessariamente, inchinarsi al Moloch capitalistico.

Giustamente Re Giorgio Napolitano ha reso «omaggio alla memoria dello studioso e dell’uomo pubblico, protagonista sapiente del dibattito internazionale sui problemi dell’economia, che ha come pochi altri negli scorsi decenni lasciato un’impronta inconfondibile nello sviluppo delle conoscenze economiche e nell’esercizio di responsabilità rilevanti per il progresso civile e culturale del Paese». Va da sé che chi rema contro il Capitalismo non si commuove dinanzi a certi discorsi intorno al «progresso civile e culturale del Paese», e anzi trova lo stimolo per rinvigorire il proprio “irresponsabile” impegno.

Fino a che punto Spaventa fosse impegnato sul fronte della contesa capitalistica mondiale, basti ricordare, tra l’altro, la sua partecipazione alla riunione di prestigiosi economisti (F. Modigliani, L. Klein, S. Marris, I. Miyazaki, ecc.) all’Institute for International Economics di Washington nell’inverno del 1987, giusto alla conclusione del vertice Reagan-Gorbaciov. Tema dell’incontro: come stabilizzare i cambi valutari e aggiustare le bilance commerciali, allora favorevoli al Giappone e all’Europa e sempre più sfavorevoli agli Stati Uniti. Che un simile tema dovesse avere delle conseguenze pratiche sulla vita di milioni di lavoratori in tutto il mondo è più che una legittima supposizione.

Continua Brancaccio: «Per Monti ed altri veniva istintivo cercare di difendersi da questa critica arrampicandosi al vecchio albero neoclassico, e da lì replicare che i salari andavano frenati poiché avevano oltrepassato l’equilibrio “naturale”. Ma per Spaventa, che negli anni precedenti aveva contribuito a segare il tronco di quella pianta, si apriva una contraddizione fra le sue origini teoriche e le proposte politiche che intendeva sostenere». A parte il vecchio linguaggio «neoclassico» di Monti, faccio sommessamente notare che l’attacco al prezzo del “capitale umano”, prima che rispondere a un’ideologia reazionaria, è soprattutto una vitale necessità immanente alla natura del Capitale, soprattutto quando il saggio del profitto entra in sofferenza. Quanto alle «contraddizioni» e alle «incongruenze» rilevate da Brancaccio nella vicenda dottrinaria e politica di Luigi Spaventa, ebbene esse possono avere un qualche significato solo se si prende sul serio la natura «eretica» del suo pensiero ai “bei tempi” dell’infatuazione sraffiana. Personalmente mi chiamo fuori.

Mi rendo conto che “eventi epocali” come la sfida di Spaventa all’ex Male Assoluto del progressismo italiano Silvio Berlusconi nel suo collegio elettorale ai tempi della mitica “gioiosa macchina da guerra”, come non hanno mancato di ricordare in questi giorni tutti gli opinionisti antiberlusconiani ancora in servizio; e la rude controversia dell’economista scomparso con il federalista Altiero Spinelli sulla piena integrazione economica dell’Italia all’Europa alla fine degli anni Settanta (salvo poi, come ricorda Brancaccio, diventare un arcigno sostenitore della moneta unica europea), rappresentano per taluni vere e proprie pietre miliari della politica sinistrese. Vale la pena ricordarlo: dalle mie parti questo spartito non commuove neanche un po’.

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One thought on “LA COERENZA DI UN BRILLANTE ECONOMISTA BORGHESE

  1. Vero. Le agiografie di Spaventa di questi giorni sono state penose. L’articolo di Brancaccio e’ l’unico tra quelli che jo letto che mi e’ sembrato storiograficamente onesto. Credo pure che le “contraddizioni” fra teoria e prassi che Brancaccio ravvisa in Spaventa siano state reali. A differenza di Brancaccio io non amo Sraffa ma bisogna ammettere che l’interpretazione del capitalismo che se ne deriva e’ centrata sulla lotta di classe (sia tra le classi che dentro di esse, come giustamente nota Brancaccio). Per Spaventa questo approccio dovette risultare ingestibile e indigeribile, a un certo punto. Ecco spiegato il ritorno ai lidi neoclassici e alle favole sull’euro e le aspettative.

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