ROBOTICA PROSSIMA VENTURA. LA TECNOSCIENZA DEL DOMINIO

Responsabile dello sviluppo fatale non è la razionalizzazione del mondo, ma l’irrazionalità di questa razionalizzazione. La tecnica possiede gli uomini non solo sul piano fisico, ma anche su quello spirituale. Come nella teoria economica si parla talvolta di un velo del denaro, così oggi si dovrebbe parlare del velo tecnico … Ma per rimediare a questo stato di cose non serve il ritorno alla cultura, che rimarrebbe comunque chimerico, bensì lo sforzo, sorretto dalla teoria, di porre la tecnica al servizio di fini realmente umani (Max Horkheimer, in Studi di filosofia della società).

alta composizione organicaRobert J. Gordon è da sempre un critico arcigno della New Economy, della quale ha messo in luce tutte le intrinseche debolezze ben prima che esplodessero le bolle speculative (vedi il crollo del Nasdaq nel 2000 e la successiva recessione) che si erano formate nel corso di quella prima ondata di «rivoluzione digitale» (1990-2000) che tanta euforia aveva generato soprattutto nel sistema finanziario statunitense, oltre che nella comunità scientifica anglosassone. L’economista della Northwestern University non solo mise in dubbio tutte le ottimistiche previsioni circa un illimitato e benefico progresso economico e sociale legato all’introduzione capillare della tecnologia digitale, ma attaccò il principale cavallo di battaglia della “filosofia” digitale: la crescita in progressione geometrica della produttività sistemica.

«Nel giugno 1999 Gordon pubblicò uno studio sugli aspetti specifici delle manipolazioni statistiche del governo [americano] dimostrando, cifre alla mano, che mentre l’industria stessa dei computer ha registrato un incremento di produttività notevole, “non c’è nessuna accelerazione della produttività nel 99% dell’economia al di fuori dei settori della produzione di hardware di computer”» (Solidarietà, anno VIII n. 2, giugno 2000). È quello che gli economisti critici della cosiddetta rivoluzione digitale chiamano il paradosso della produttività: «Gli effetti dell’epoca del computer si sentono dappertutto meno che nelle statistiche della produttività» (Robert Solov).

Non intendo qui entrare nel merito della questione, ma piuttosto introdurre questa riflessione di Paul Krugman: «Ci ho messo un po’ per elaborare l’ultimo e stimolante saggio di Bob Gordon dove si ipotizza che i giorni gloriosi della crescita economica sarebbero ormai alle nostre spalle. Non è molto diverso dalle cose che diceva prima, e in passato ho trovato molto convincenti le sue teorie. Oggi però mi sono convinto che il suo pessimismo tecnologico è sbagliato. (…) Gordon ipotizza poi che la terza rivoluzione industriale abbia ormai quasi del tutto esaurito la sua spinta propulsiva. È un bene che ci sia qualcuno che mette in discussione l’euforia tecnologica, ma ultimamente ho ragionato molto su questi argomenti e sono abbastanza convinto che Gordon si sbaglia: la rivoluzione tecnologica informatica ha appena cominciato a far sentire i suoi effetti» (Dai robot una nuova rivoluzione industriale, Il Sole 24 Ore, 5 gennaio 2013).

Krugman è convinto che la tesi del rendimento decrescente dei progressi tecnologici, di fatto sostenuta da Gordon, sia contraddetta dalla rivoluzione tecnologico-scientifica centrata sullo sviluppo di robot sempre più intelligenti, in grado di sostituire l’uomo in attività che oggi sono di suo esclusivo dominio. L’economista americano non esclude nemmeno esiti piuttosto infausti legati allo sviluppo di queste sempre più “intelligenti” tecnologie: «Alla fine la Skynet, quella di Terminator, deciderà di farci fuori tutti, ma questa è un’altra storia. In ogni caso sono argomenti di discussione interessanti». Talmente interessanti da indurmi a scrivere “di getto” la riflessione che segue, non più che appunti di lettura che riprendono temi che ho già trattato su questo blog e che mi piacerebbe riprendere e sviscerare meglio.

ninfa«”Risparmiate il braccio che fa girare la macina, o mugnaie e dormite tranquille! Che invano il gallo vi annunci il levarsi del giorno! Dao ha imposto alle ninfe il lavoro delle schiave ed ora eccole che saltellano allegramente sulla ruota ed ecco che l’asse messo in moto gira con i suoi raggi, facendo muovere la pesante pietra girevole. Viviamo la vita dei nostri padri ed oziosi godiamo dei doni che la dea ci concede”. Ahimé! gli ozi che il poeta pagano annunciava non sono venuti; la passione cieca, perversa ed omicida del lavoro trasforma la macchina lavoratrice in strumento di asservimento degli uomini liberi: la sua produttività li impoverisce» (Paul Lafargue, Il diritto alla pigrizia, 1883).

I modi di produzione precapitalistici erano tecnologicamente asfittici soprattutto perché i rapporti sociali fondati sullo sfruttamento del lavoro schiavistico e servile rendevano di fatto inutile l’impiego nel processo lavorativo di macchine in grado di aumentare la produttività del lavoro, magari attraverso un suo risparmio. Lo sfruttamento intensivo della forza-lavoro si dava quindi necessariamente come un suo sfruttamento assoluto, fino all’esaurimento fisiologico della stessa risorsa “umana”. Quando questa risorsa si faceva scarsa, e non era possibile aumentarla nel breve termine, ad esempio attraverso una nuova caccia agli schiavi in territori “vergini” o militarmente assoggettati, lo Stato si vedeva costretto a legiferare intorno al buon uso degli schiavi e dei servi da parte delle classi dominanti, in modo che la preziosa risorsa non fosse impiegata “irrazionalmente” fino al suo completo esaurimento, cosa che a lungo termine avrebbe pregiudicato la stabilità dell’ordine sociale.

D’altra parte, anche la prima legislazione borghese sul lavoro non ebbe un significato diverso: il soggetto preposto alla continuità del dominio (lo Stato) si rese conto che senza una qualche regolamentazione legislativa, il prezioso «capitale umano» sfruttato a tutto vapore (è il caso di dirlo!) nel corso della prima rivoluzione industriale correva il rischio di esaurirsi abbastanza rapidamente, alla stregua di un giacimento minerario super sfruttato. Come disse Marx, lasciato al proprio istinto predatorio, il Capitale avrebbe spremuto fino all’ultima goccia il limone salariato senza dargli la possibilità di riprodursi e così continuare la triste razza dei nullatenenti. Sotto questo aspetto lo sviluppo del sindacalismo operaio sotto l’egida del diritto borghese ebbe anche questo preciso significato sociale che ben si armonizzava con gli interessi generali del dominio capitalistico.

Storicamente, il lavoro schiavistico e servile, l’abbondanza di capacità lavorativa e il suo basso prezzo hanno frenato, naturalmente sempre in termini relativi, il progresso tecnologico, proprio perché nelle società classiste questo progresso ha avuto come reale scopo lo sfruttamento del lavoro e il rafforzamento del dominio sociale dell’uomo sull’uomo, e non certo il benessere, la felicità e la libertà degli individui.

A differenza dei modi di produzione che l’hanno preceduto, il Capitalismo ha nella scienza e nella tecnologia due fondamentali strumenti di dominio e di sfruttamento. Qui lo sfruttamento intensivo del lavoro è realizzato appunto attraverso l’uso di macchinari capaci di esaltare la produttività oraria della forza-lavoro, ottenendo a parità di giornata lavorativa o addirittura con una giornata lavorativa più corta un maggiore plusvalore. Marx chiamò relativo questo plusvalore per distinguerlo da quello che il Capitale otteneva attraverso un prolungamento assoluto della giornata lavorativa, avendo come unico limite la fisiologia del corpo umano. La tecnologia consente invece di espandere, a parità di giornata lavorativa, il tempo durante il quale la capacità lavorativa produce il plusprodotto, ossia lo stock di prodotto che non trova alcun corrispettivo nel salario che il Capitale paga al lavoratore in cambio della sua prestazione. Per dirla marxianamente, la macchina (pensiamo ai moderni robot) consente di comprimere il tempo di lavoro necessario al lavoratore per produrre virtualmente i mezzi di sussistenza di cui ha bisogno per vivere (in realtà questi mezzi sono prodotti in altre fabbriche), e di allargare continuamente il tempo di lavoro non pagato dal Capitale. Rimane inteso che questa distinzione temporale, così ricca di significati filosofici, storici e sociali, e così pregna di conseguenze politiche (almeno in potenza!), ha un senso solo per chi desidera comprendere la radice del dominio sociale capitalistico per poterlo criticare sul piano della prassi e negare su quello della prassi, mentre non ne ha alcuno né per il Capitale né per l’economia politica che esso esprime.

Altissima composizione organica. Se Freud vuole...Aumentare la produttività sociale del lavoro significa, tra l’altro (e fondamentalmente), produrre in meno tempo i mezzi di sussistenza di cui sopra, ciò che realizza una svalorizzazione della merce-lavoro e la dialettica temporale di cui sopra. Forse non è inutile ricordare quanto sia preziosa la produzione di merci a basso costo made in China, e negli altri paradisi del capitalismo mondiale, nel quadro appena sommariamente schizzato. Quando ci occupiamo del processo di valorizzazione del Capitale di una fabbrica specifica, in realtà stiamo prendendo in considerazione non solo l’intera società di un singolo Paese, ma l’intero mondo, e non a caso Marx introdusse il fondamentale concetto di lavoro sociale medio o astratto, che è la chiave che apre al pensiero la comprensione del profitto, del denaro e dei «fantasmagorici» fenomeni che prendono corpo sul mercato, il luogo mistico per eccellenza. Risparmiare lavoro significa, nel Capitalismo, produrre più plusvalore (valore che eccede quello investito nella produzione) con un numero di lavoratori uguale o minore di prima, e la tendenza storica va proprio in direzione di questo virtuoso – per il Capitale, beninteso – risparmio che corrisponde a un aumento di produttività del lavoro. Questa tendenza incontra tuttavia due limiti, uno relativo, l’altro assoluto. Di che si tratta?

Il primo limite, quello relativo, prende corpo come “risvolto dialettico” dello stesso circolo virtuoso della produttività visto sopra. Infatti, è vero che concentrando tecnologia avanzata nel processo produttivo cresce la massa di plusvalore smunta alla vacca sacra salariata; ma è altrettanto vero che non sempre questa crescita riesce a controbilanciare la tendenza a cadere del saggio del profitto in grazia di un investimento sempre più cospicuo in termini appunto di tecnologia e di ricerca e sviluppo. Il saggio di sfruttamento della capacità lavorativa (in termini di valore è il rapporto tra profitti e salari) cresce senz’altro al crescere della composizione tecnologica del Capitale, ossia del rapporto tra macchina e lavoro vivo; ma questo saggio deve armonizzarsi col rendimento del capitale totale investito nella produzione, il quale trova espressione nel saggio del profitto, ossia nel rapporto tra il profitto e il capitale investito sia in lavoro vivo sia in lavoro morto – macchinari, materie prime, e così via. Capita sempre di nuovo la circostanza per cui la pur accresciuta massa di plusvalore si traduce in un saggio di profitto troppo piccolo per giustificare l’interesse del Capitale a continuare a investire. Non solo, ma si dà la possibilità che il saggio di accumulazione cresca al punto da drenare nel processo produttivo tutto o quasi tutto lo stock di profitti accantonati in precedenza.

Il processo di valorizzazione del Capitale entra in uno stato di sofferenza, che i funzionari del capitale cercano di superare ripristinando condizioni favorevoli all’investimento attraverso azioni idonee a mutare i rapporti tra lavoro vivo e lavoro morto. Ecco le opzioni possibili: licenziare il personale, comprime il livello dei salari, introdurre nuove macchine, razionalizzare il processo produttivo, cambiare l’organizzazione del lavoro e via di seguito. Naturalmente non è affatto detto che queste misure vengano prese tutte insieme. In generale, si tratta di agire sulle leve in grado di cambiare gli equilibri interni al processo di valorizzazione, per consentire al Capitale di ritrovare lo stretto sentiero della profittabilità. Ci si muove per tentativi successivi, confidando nell’esperienza e nella… buona sorte.

Quanto al limite assoluto della tendenza storica a sostituire lavoro vivo con lavoro morto attraverso tecnologie laborsaving, mi riferisco alla natura sociale della valorizzazione capitalistica, ossia al fatto che solo il lavoro vivo crea plusvalore, mentre il lavoro morto (o passato, ossia il lavoro cristallizzato nelle macchine, nelle materie prime ecc. “agite” dal lavoratore) non crea alcun plus di valore, e per il Capitale rappresenta un puro costo. La fabbrica totalmente robotizzata, del tutto netta di lavoro vivo, è concepibile sul piano scientifico e tecnologico, ma non su quello dei vigenti rapporti sociali, appunto perché lo sfruttamento della viva capacità lavorativa è la conditio sine qua non del Capitale, ne rappresenta la vitale quanto incresciosa necessità, della quale esso cerca continuamente di sbarazzarsi (ad esempio fuggendo nella finanza, dove appare possibile la miracolosa moltiplicazione della ricchezza sociale attraverso la mera circolazione di valori cartacei o elettronici), senza tuttavia riuscirvi mai. Semplicemente non può, dal momento che dallo “sfruttamento” dei robot non vien fuori alcun plus, analogamente alla moltiplicazione dei valori virtuali cartacei o elettronici. Certo, chi crede che sia possibile appiccicare, semplicemente e arbitrariamente, un x di profitto al prezzo di costo della merce può cullare l’utopia capitalistica di un lavoro produttivo condotto da sole macchine.

Com’è noto, presi nella morsa di scioperi “selvaggi”, suicidi in massa dei propri operai e, soprattutto, di una preoccupante crisi di profitti, la multinazionale Foxconn basata in Cina ha annunciato a fine 2011 la volontà di un massiccio impiego di robot nell’assemblaggio di iPhone e iPad. Secondo un esperto della fabbrica «seguendo la continua crescita della tecnologia robotica, il costo del robot potrà essere inferiore alla forza lavoro manuale dopo il 2014» (da Daily, 12 dicembre 2012). Qui scompare ogni distinzione qualitativa tra lavoro morto e lavoro vivo. Normale amministrazione, per così dire, e piuttosto sarebbe stato degno di nota il caso contrario!

foxconn-suicidio-apple-126384«Il sogno del Capitale – L’anno scorso il Ceo della Foxconn Terry Gou ha presentato un piano secondo il quale il numero degli attuali robot – 300 mila – arriverà a un milione entro il 2014. Il sogno che si avvera degli industriali alla ricerca del profitto, o semplicemente un’idea troppo ambiziosa che non ha alcun contatto con la realtà. Secondo una recente analisi del 21st Century Business Herrald, nel 2014 il costo del lavoro artificiale (prodotto cioè da macchine) sarà più basso di quello umano. Ed è quindi presumibile pensare che le intelligenze artificiali sbatteranno fuori dalla porta quelle umane. (…) Alla Foxconn non hanno fatto i conti con un altro problema. E se anche i robot si ribellassero?» (Marta serafini, Corriere della Sera.it, 27 settembre 2012). Qui davvero il feticismo tecnologico tocca vertici inarrivabili, a partire dalla ribellione dei robot. Il problema della Foxconn, tanto nel breve quanto nel lungo termine, non è la rivolta delle macchine, ma il saggio del profitto, il quale chiama in causa non lo “sfruttamento” delle «intelligenze artificiali» bensì lo sfruttamento sempre più intensivo (tecnologicamente avanzato) delle capacità lavorative. La suggestiva, e ormai inflazionata, idea della ribellione delle macchine forse vuole esorcizzare scenari sociali di altro genere…

Nel Capitalismo anche quello che allude alla possibile – e sempre più possibile – emancipazione dell’umanità da ogni forma di miseria e di sfruttamento ha la maligna predisposizione a congiurare contro questa stessa splendida promessa. Un esempio a suo modo “classico” ed emblematico: «Non è difficile prevedere un futuro in cui beni e servizi di ogni tipo vengano prodotti in quantità sufficiente per soddisfare i bisogni di tutta l’umanità, usando solo una frazione della manodopera disponibile sul pianeta. Questa possibilità è già stata dimostrata nel settore agricolo: è un dato di fatto che, oggi, negli Stati uniti sia occupato in agricoltura meno del 2,5% della forza lavoro; ma il potenziale, anche tecnologico, della produzione agricola americana supera di gran lunga il fabbisogno interno. Sfortunatamente, non avendo trovato un modo equo ed efficace per distribuire i frutti del successo dell’economia, gli Stati Uniti, come molti altri paesi del mondo, pagano gli agricoltori per non coltivare la terra o distruggere i raccolti» (Jeremy Rifkin, L’era dell’accesso, 2000, Mondadori). La politica agricola comunitaria europea risponde in larga parte a questa logica capitalistica di sostegno dei prezzi agricoli, ossia dei profitti. Il Leviatano sussidia la distruzione di materie prime alimentari per assecondare il Moloch capitalistico, che è poi la sfortuna di cui parla il bravo sociologo americano.

A ben considerare, i concetti di razionalità e irrazionalità, riferiti alla società in generale e alla prassi economica in particolare, acquistano un nuovo e più profondo significato solo se penetrati dal pensiero critico-radicale, il solo che fa valere in ogni discorso i diritti della possibilità della liberazione (da condizioni sociali disumane, e quindi intrinsecamente irrazionali) sull’attualità del dominio.

Guardando il mondo da questa prospettiva si comprende bene come il problema del rapporto tra mezzi tecnologici e fini sociali non si esaurisca nell’uso capitalistico della tecnologia, e quindi della scienza, ma come esso investa necessariamente e assai in profondità la stessa prassi scientifico-tecnologica, la quale non può non fare i conti con l’assetto disumano/umano della comunità. Per dirla volgarmente, non esiste una tecno-scienza buona per tutte le stagioni, salvo metterla al servizio di certi obiettivi sociali piuttosto che di altri. Il processo storico-sociale attesta come praticamente nulla è socialmente neutro, e men che meno possono esserlo, socialmente neutre, la tecnica e la scienza, ossia le due pietre miliari della prassi sociale umana. La stagione dell’uomo inaugurerà una nuova scienza e una nuova tecnologia. Sarebbe ozioso, oltre che teoricamente sbagliato, azzardare ipotesi “concrete” a tal proposito, col rischio di immaginare il possibile futuro proiettandovi sopra la cattiva contingenza; fondamentale è, piuttosto, afferrare la concretezza e la straordinaria e dirompente portata politica del discorso intorno all’assetto umano della comunità. In ogni caso, questa è la mia… Agenda!

640px-Terminator_004«La produttività del capitale consiste innanzi tutto nella coercizione al plusvalore» (K. Marx, Il Capitale, libro primo capitolo sesto inedito, Newton, 1976). A mio avviso, se non si prende in considerazione il fatto che la produzione capitalistica si dà in primo luogo 1. come produzione di valore di scambio (valore con incorporato plusvalore), e non di puri e semplici “prodotti e servizi”, e 2. come «produzione e riproduzione del rapporto di produzione specificamente capitalistico», si smarrisce il filo conduttore che può guidarci nella complessa trama dei fenomeni economico-sociali senza correre continuamente il rischio di scivolare nel feticismo della merce, del denaro e della tecnologia: vedi, ad esempio, «la Skynet, quella di Terminator» immaginata da Krugman.

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9 thoughts on “ROBOTICA PROSSIMA VENTURA. LA TECNOSCIENZA DEL DOMINIO

  1. in attesa che Skynet prenda coscienza di sè, forse rivelandoci la contingente inesistenza del punto di vista umano, rifletto che anche le macchine sarebbero “diverse” se chi le progettasse rispondesse -come tutti- pienamente alle esigenze di una unica, per quanto ideale, comunità umana

  2. Pingback: LA CATENA ALIMENTARE DEL CAPITALE | Sebastiano Isaia

  3. sempre interessante ciò che scrive. mi permetto un appunto da persona pedante:

    “Il saggio di sfruttamento della capacità lavorativa (in termini di valore è il rapporto tra profitti e salari) cresce senz’altro al crescere della composizione tecnologica del Capitale ….”

    il saggio di sfruttamento, come sappiamo tutti, è il rapporto tra plusvalore e salario, e perciò anche in termini di valore. ritengo pertanto più corretto, se lei concorda, scrivere: “Il saggio di sfruttamento della capacità lavorativa (in termini di valore è il rapporto tra PLUSVALORE e salari) cresce senz’altro al crescere della composizione tecnologica del Capitale” , mentre appunto decresce il saggio del PROFITTO, ossia il rapporto tra il tra PLUSVALORE e il capitale COMPLESSIVO.

    in buona sostanza, è chiaro che lei si riferisce alla legge sulla caduta tendenziale del saggio del profitto e perciò senz’altro alla terza sezione del terzo libro. quanto al concetto di “saggio di sfruttamento” mi permetto richiamare la sua attenzione sul cap. 7 del primo libro: il saggio del plusvalore, ovvero il grado di sfruttamento della forza-lavoro.

    ad ogni modo la sostanza del suo ragionamento non cambia.

    cordiali saluti

    • Assolutamente d’accordo. Nel caso di specie il profitto corrisponde in termini assoluti al plusvalore. Me è corretto mantenere sempre la dialettica plusvalore-profitto in termini concettuali, ossia nel loro rapporto con il «capitale variabile» e con il capitale totale investito. Nessuna pedanteria, dunque, da parte sua. Grazie per l’attenzione e cordiali saluti anche da parte mia.

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