MISERIA DELLA SOCIETÀ CIVILE

quentin-metsys-il-cambiavalute-e-sua-moglie-1514La cosiddetta società civile sprizza violenza da tutti i pori. Violenza sistemica. Questa società sarà pure civile, ma di certo è ostile a tutto ciò che odora, anche lontanamente, di umano. La Rivoluzione anziché “civile” dovrebbe essere “incivile”.

Il profeta che sentenzia ogni domenica dal pulpito del quotidiano-partito La Repubblica oggi si scaglia, a ragione all’avviso modesto di chi scrive, contro l’uso indiscriminato e sempre più inflazionato della locuzione società civile nella corrente campagna elettorale. Non c’è partito, movimento o lista che non reclamizzi il proprio «forte afflato», non di rado addirittura la propria venerazione, o, quantomeno, la «rispettosa attenzione» nei confronti della mitica, o famigerata, società civile.

Alcuni soggetti politici vendono se stessi come emanazione diretta della società civile, ed è appunto contro tali competitori politici che oggi scende, pardon: sale in campo Eugenio Scalfari, sempre più impegnato a puntellare la gioiosa macchina da guerra di Bersani. Ultimamente il salumiere che aspira alla presidenza del consiglio appare un po’ turbato dal fantasma di Achille, complice, com’è noto, anche la trasmissione di Santoro-Travaglio-Berlusconi andata in onda giovedì scorso, che nei desideri della curva antiberlusconiana di Miserabilandia si sarebbe dovuta trasformare in un vero e proprio Tribunale del popolo, o della società civile, in diretta televisiva e in streaming. Pare che non sia andata così, e gli epuratori eticamente corretti per poco non rischiano di venir essi stessi epurati, secondo uno stilema che ha precisi riscontri nella storia in generale, e nella storia del Bel Paese in particolare. Ecco quindi la necessità, per Scalfari, di raddoppiare gli sforzi a favore del PD:

«Non hanno programmi salvo quello di mandare all’aria tutte le strutture esistenti, la democrazia rappresentativa, lo Stato di diritto fondato sulla separazione dei poteri, la Corte Costituzionale, la moneta comune, l’Europa, le imposte che debbono essere ridotte al minimo. E ovviamente la politica e i partiti. Il mito che aleggia su questo variopinto calderone dove il bollore ha raggiunto il massimo nell’imminenza delle elezioni è la società civile. Non si sa che cosa rappresentino queste due parole e quale sia il nuovo che esse esprimono e il vecchio che condannano. La società civile non si identifica con una specifica classe sociale, non è la classe operaia, non è il terzo stato, non è la borghesia, non è la nobiltà e non è il proletariato. Direi che sono due parole sinonime di altre due e cioè popolo sovrano, sinonimo a sua volta di un’unica parola, demos, democrazia. Dov’è dunque la novità?» (Buffalo Bill, Toro Seduto e l’arbitro al Quirinale).

Ripromettendomi di ritornare sull’argomento, cito dei passi, tratti da alcuni miei post, che possono fungere da introduzione a una riflessione più seria e argomentata intorno al concetto e alla prassi della società civile, i quali naturalmente chiamano in causa direttamente la sfera del politico, a cominciare dalla sua massima espressione: lo Stato. Mi scuso per le ripetizioni e per l’economia di pensiero cui faccio affidamento. Sapete, la crisi…

Nel Capitalismo il Diritto e la Politica devono necessariamente assecondare i processi sociali che disegnano sempre di nuovo il territorio della «società civile», ossia il luogo hobbesiano degli interessi materiali. In ultima analisi, e con tutte le mediazioni che danno concretezza al concetto di Dominio sociale capitalistico, il Diritto e la Politica hanno sempre avuto una funzione ancillare rispetto all’Economico.

Nel suo ultimo saggio Sabino Cassese mette in luce la robusta continuità politico-istituzionale e sociale tra le diverse vicende storiche del Paese: tra la situazione postunitaria e quella preunitaria, tra il fascismo e lo Stato liberale, tra la Repubblica Democratica e il fascismo, tra la cosiddetta «Seconda Repubblica» e la «Prima». Egli lamenta una statualità debole, perché troppo invischiata in una prassi compromissoria che ha fatto dell’elusione, dell’evasione e della deroga al Diritto e all’etica il suo tratto distintivo. «In Italia è la società che domina lo Stato. Lo Stato è assente» (L’Italia: una società senza Stato?, Il Mulino, 2011). Nient’affetto: ovunque nel mondo il Sociale domina sul Politico, il quale non può fare a meno di esprimere, in una forma più o meno adeguata, la situazione reale della «società civile», ossia la struttura di classe di un Paese e i conflitti sociali che in esso prendono corpo – a cominciare da quelli che nascono nello stesso seno delle classi dominanti intorno alla spartizione del bottino e alla direzione politico-ideologica dello Stato.

La Lega Nord nasce come risposta dell’area socialmente più avanzata del Paese a una dinamica distorta e contraddittoria diventata insostenibile nel contesto della nuova situazione europea e mondiale. Una risposta prima quasi istintiva e «spontanea», e poi sempre più cosciente e organizzata. Il movimento leghista dimostra come, prima o poi, più o meno confusamente e contraddittoriamente, la cosiddetta «società civile» (cioè a dire il regno degli interessi materiali e degli antagonismi) trova sempre il modo di darsi un adeguato strumento politico-ideologico per conseguire i suoi obiettivi. «Se non ci fosse stato, avremmo dovuto inventarlo»: questo sentivo dire di Bossi nel Nord del Bel Paese già alla fine degli anni Ottanta, e non solo dai pochi (allora!) e fanatici sostenitori del leader leghista. Alla fine, la «società civile» (o «incivile», per dirla coi progressisti, i quali non sono certo obbligati a pensarla come Hegel: «la società civile è il campo di battaglia dell’interesse privato individuale di tutti contro tutti», o come Marx: «è notevole la definizione della società civile come bellum omnium contra omnes») del Nord ha inventato il Senatur.

Come ho sostenuto altrove, la Mafia è la continuazione del Capitalismo con altri mezzi. Pardon: con gli stessi mezzi. Infatti, la cosiddetta società civile sprizza violenza sistemica da tutti i pori. Questa società sarà pure civile, ma di certo non è umana.

Mentre per gli autorevoli firmatari dell’appello europeista «solo un’Unione politica può salvare l’Europa», per Galli Della Loggia proprio l’Unione è parte, non la soluzione, del problema che ha nella crisi della politica in Europa il suo “precipitato” più evidente e potenzialmente dirompente. «Il fattore che in specie nei Paesi del nostro continente sta mettendo nell’angolo la politica, rendendola in molti casi irrilevante, ancor più dell’economia è la perdita (consapevolmente quanto incautamente accettata) di sovranità da parte dello Stato nazionale. Perdita particolarmente sensibile in questa parte del mondo, dove essa avviene, come si sa, sotto la regia incalzante, e a favore, dell’Unione Europea» (E. Galli Della Loggia, Democrazia e sovranità statale, Corriere della Sera, 12 marzo 2012). Ma con ciò stesso è svuotata di significato «la stessa democrazia, la stessa sovranità popolare, dal momento che questa non è pensabile che nel quadro dello Stato sovrano».

Detto di passata, alla fine degli anni Novanta Fausto Bertinotti affermò la stessa tesi riflettendo sul fenomeno leghista: difendere l’unità della nazione, sostenne, significa difendere lo spazio all’interno del quale si dà ogni articolazione democratica della società civile. Con ciò veniva sdoganato persino lo sventolio del tricolore anche al di fuori delle competizioni sportive… Galli Della Loggia oggi vede il pericolo per la democrazia nell’indebolimento della Sovranità nazionale a favore di un’entità sovranazionale, mentre ieri, quando l’ascesa sociale ed elettorale della Lega sembrava inarrestabile, Bertinotti individuò quel pericolo nella devoluzione del Potere dal centro alla periferia. Per dirla col titolo di un saggio di Jacob Taubes, qui insiste un divergente accordo, il quale la dice lunga sul “comunismo” dell’ex Presidente della Camera, statalista di ferro come ogni buon progressista. (…) È vero che lo Stato-Nazionale ha storicamente reso possibile la produzione di istituzioni e di prassi democratiche in senso moderno (borghese); ma è ancora più vero che tanto la Sovranità politica borghese, che ha trovato nello Stato nazionale la sua più alta e compiuta espressione, quanto la sua forma democratica si spiegano col processo sociale che ha visto trionfare in Occidente i rapporti sociali capitalistici. Per questo Marx ha potuto scrivere che «Lo Stato è la forma in cui gli individui di una classe dominante fanno valere i loro interessi comuni e in cui si riassume l’intera società civile di un’epoca» (Karl Marx, L’ideologia tedesca).

Come ogni ideologo che si rispetti, Tremonti pensa che il Diritto abbia preceduto la società civile, e che fermo restando il rapporto sociale capitalistico la politica possa, o debba, dominare «sui mercati». Eppure non poche volte egli ha sostenuto, contro i sinistrorsi, che la politica non può costringere il PIL a crescere, e che la cosa migliore che essa può fare è diventare «un’infrastruttura dell’economia». Evidentemente il Professore non comprende la reale portata dei concetti che esprime.

Il fatto che nel quadro dell’attuale regime sociale i cosiddetti diritti (politici, sindacali, civili, ecc.) debbano necessariamente incontrare la prassi legislativa dello Stato, è cosa che risulta incomprensibile solo al pensiero anarchico. Il punto è che ai teorici dei diritti per tutti e per tutto sfugge completamente la maligna dialettica per cui l’espansione dei diritti deve necessariamente implicare l’espansione del dominio sociale. Infatti, lungi dall’essere la camera di compensazione degli interessi e dei bisogni che si confrontano e si scontrano nella società civile, nonché il massimo garante del «patto sociale», lo Stato rappresenta in realtà la suprema espressione degli interessi generali e vitali delle classi dominanti.

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3 thoughts on “MISERIA DELLA SOCIETÀ CIVILE

  1. La Società Civile? E’ quella di chi per strada ti incrocia ed è capace di sorriderti o se per caso ti ha urtato sa chiederti scusa. E’ l’AVIS dei donatori di sangue.. E’ quella di chi, nel filo rosso di tutte le vere religioni fa opere di misericordia La Società Civile è Sebastiano Isaia che liberalmente e sinceramente mi partecipa ciò di cui fa studio e pensiero. Al dunque La Società Civile è quella che ha le sue radici nella gratuità e sa che l’esercizio di un qualsiasi potere comporta responsabilità e difficoltà e non ambisce dunque ad esercitarlo ma piuttosto ad indirizzarlo ed umanizzarlo. Questa cosiddetta Società Civile che ora avanza con assoluta arroganza (e da noi a pretendere di esprimere la società civile sono soprattutto i media con in testa il profeta che sentenzia ogni domenica dal pulpito del quotidiano-partito) che sprizza violenza da tutti i pori, violenza sistemica, ostile a tutto ciò che odora, anche lontanamente, di umano, è certamente un fatto di inciviltà.

  2. probabilmente giocare sull’opposizione civiltà/incività non ci porta lontano, ma faccio presente che Marc Bloch notò che esistono civiltà di incivili (come poi potè constatare di persona in punto di morte)

    • Naturalmente era un modo ironico per far balenare l’dea di una lotta contro la civiltà capitalistica. Ma soprattutto volevo giocare “dialetticamente” con la Rivoluzione Civile di Ingroia e soci. Anch’io sono in campagna elettorale… Ciao!!

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