GRANDEUR FRANCESE E MUTISMO PACIFISTA

francia_mali_aereo_500Distratti forse dall’epocale tornata elettorale che ci sta dinanzi, gli italici pacifisti non si sono ancora accorti dell’iniziativa schiettamente imperialistica intrapresa in Africa dalla Francia progressista di Hollande in assoluta continuità con quella “neobonapartista” guidata da Sarkozy. «Da venerdì mattina l’aviazione francese sta martellando jihadisti e altri ribelli del Nord in avanzata verso la pur lontana capitale Bamako. In ballo ci sono il rango transalpino e l’accesso alle risorse strategiche» (Lucio Caracciolo, La Repubblica, 13 gennaio 2013).

Si è ripetuto, a grandi linee, lo schema libico: mentre Stati Uniti e Germania consigliavano un approccio prudente per “mettere in sicurezza” il cosiddetto Stato fallito maliano, la Francia ha invece premuto sull’acceleratore della crisi per ottenere un coinvolgimento militare diretto “occidentale”, appellandosi alle solite urgenze connesse ai “diritti umani”, alla salvezza delle vite umane e, dulcis in fundo, alla vitale necessità di sradicare la mala pianta del terrorismo fondamentalista da quelle lontane – ma evidentemente non troppo – plaghe. Come ex potenza coloniale la Francia sente di avere degli “obblighi morali” verso i Paesi un tempo assoggettati alla sua politica di sfruttamento economico e di oppressione politica, insomma alla sua opera di civilizzazione capitalistica. Non si tratta di un’operazione di gendarmeria, ha detto Hollande, ma di un intervento fraterno e umanitario. Come non credergli…

francafrique_500Per il Paese d’Oltralpe si tratta naturalmente di puntellare una sua importante riserva di caccia, o ciò che resta di essa, collocata in un contesto geopolitico sempre più importante, soprattutto in grazia delle materie prime custodite nel ventre dell’area  che si estende dal Sahara al Sahel (non solo petrolio e gas, ma anche uranio e metalli preziosi), e sempre più caldo, anche per l’affollamento di potenze che cercano di portare a casa più bottino possibile. Ultimamente è la Cina che sta rafforzando la sua presenza sistemica (economica e politica) un po’ ovunque nel Continente africano. «In Mali la Cina si è insediata nei settori delle costruzioni e dell’industria leggera, dal tessile allo zucchero e ai farmaci. Tanto che nel 2008 l’interscambio commerciale tra i due Paesi, che hanno alle spalle 59 anni di relazioni diplomatiche, ha raggiunto quota 230 milioni di dollari … Affascinata dalla Cina, però, l’Africa deve tutelare la sua economia interna e non dimenticare di guardare al futuro per evitare di ritrovarsi sempre più dipendente, in questo caso dalla Repubblica Popolare (Alessia Virdis, Limes, 26 febbraio 2009). Per molti Paesi africani il capitalismo cinese sta diventando la strada obbligata verso la modernità e lo sviluppo economico, ed è evidente che l’attivismo economico-politico della Cina non sempre si “armonizza” con gli interessi “occidentali”. Anche per questo l’iniziativa francese è supportata, almeno in questa fase, dagli Stati Uniti.

Attraverso l’uso della forza militare, i francesi cercano anche di reagire alla loro sempre più manifesta debolezza sistemica (con conseguente appannamento del già declassato «rango Transalpino»), e ciò ha un grande significato sia sul terreno della politica estera, soprattutto nel loro rapporto con i tedeschi (secondo il Corriere della Sera del 13 gennaio «In Europa non mancano i malumori, in particolare a Berlino, dove il ministro degli Esteri Guido Westerwelle ha escluso l’invio di truppe in Mali e lanciato un appello per una “soluzione politica” della crisi»); sia su quello della politica interna, la quale deve fare i conti con un quadro sociale sempre più “mosso” dalla crisi economica. Sembra addirittura che non pochi giovani francesi di origine araba si siano spostati nel Maghreb islamico per unirsi ad Al Qaeda, la quale nuota come un pescecane nel mare del fondamentalismo jihadista creato dal disagio sociale, dalla miseria e dalle lotte per il potere economico e politico in atto in tutto il mondo islamico.

Va da sé che la religione in tutto questo processo ha una funzione politico-ideologica di rilievo solo nella misura in cui serve ed esprime interessi del tutto materiali, che con la sfera del sacro non hanno nulla a che vedere. In gioco non c’è la salvezza delle anime, il paradiso ricco di giardini lussureggianti e di vergini bellissime o la purezza del Verbo, ma l’accesso alla più prosaica ma vitale rendita petrolifera, ma anche al salario, al cibo, alle medicine, all’acqua, ai telefonini, alle antenne paraboliche e così via. Vuoi in chiave di progresso (capitalistico), vuoi in chiave di conservazione (dei poteri e degli interessi costituiti e consolidati), la religione si presenta in questo contesto analitico alla stregua di un formidabile strumento di lotta politica.

La grandeur è una merce che si vende ancora bene a Parigi. Nel suo editoriale di ieri Libération faceva notare come nella Quinta Repubblica la guerra sia sempre stata una buona notizia per l’Eliseo, ed è un fatto che dopo l’intervento armato in Mali la destra di Marine Le Pen, in guerra contro il governo Hollande sui «temi eticamente sensibili»,  ha smorzato di molto i toni della sua polemica “passatista”. L’effetto di ricompattamento nazionalistico sotto il tricolore francese è stato immediato, e almeno per adesso sembra poter resistere alle prime cattive notizie che arrivano dal teatro di guerra. Dopo lo scorso venerdì lo scialbo Hollande sembra meno insulso, a dimostrazione che anche nel XXI secolo l’uso della forza ha un certo appeal.

san obamaE i pacifisti europei? Forse siamo alle prese con il loro solito strabismo “geopolitico”, per cui solo se il missile intelligente è targato Stati Uniti o Israele assistiamo a una manifestazione di spontanea indignazione, con immediata convocazione piazzaiola. Certo, se il «Grande Satana» è in guisa repubblicana, bianca e petrolifera l’indignazione pacifista viene ancora meglio…

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2 thoughts on “GRANDEUR FRANCESE E MUTISMO PACIFISTA

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