GRILLO, IL SINDACATO E LE PALLE DEL LEVIATANO

Aaaaahi!

Aaaaahi!

Beppe grillo vuole eliminare i sindacati? Sottoscrivo! Contraddico una vita spesa sul fronte dell’astensionismo strategico e vado a votare per il movimento stellare guidato dal comico genovese. Se non posso impegnarmi in una Rivoluzione Sociale, e se la Rivoluzione Civile dei fasciostalinisti non può che generare ripugnanza, per non dire altro, nella coscienza rigorosamente incivile del sottoscritto, ebbene forse è venuto il momento di sporcare la mia tradizione astensionista per impegnarmi almeno in una Rivoluzione Antisindacale.

Pensate che stia scherzando? Infatti, stavo scherzando. Tuttavia solo fino a un certo punto. Esco subito dall’ambiguità rivendicando almeno trent’anni di lotta al sindacalismo collaborazionista della Trimurti Sindacale: dal trio Lama-Carniti-Benvenuto degli anni Settanta a quello Camusso-Bonanni-Angeletti di questi neglettosi giorni.

Scrive l’indignata Debora Billi sul blog Crisis? What crisis?: «No, basta. Basta davvero. Non mi importa di quel che dice Grillo, ma sono davvero stufa di leggere le indignazioni social di chi piagnucola sull’attacco ai santini». Ecco, è una vita che, per usare il colorito linguaggio grillesco, vaffanculeggio i santini della cosiddetta sinistra italiana, “comunisti” inclusi, mi correggo: a partire dai “comunisti” del PCI, versione italiota dello stalinismo internazionale.

«Va bene, compagni, vi do una brutta notizia: non siamo più nel 1975. È finita. La sinistra italiana non esiste più, e quelli che voi chiamate “valori” sono parole vuote usate solo per prendervi per i fondelli». Quanto ti sbagli compagna Debora! E sbagli perché attribuisci alla sinistra italiana degli anni Settanta una valenza rivoluzionaria, o quantomeno filo-proletaria, che essa non ha mai avuto, dai tempi di Palmiro Togliatti, il migliore degli stalinisti italiani (e non solo italiani), in poi. La «sinistra» e il sindacato di ieri collaboravano con le classi dominanti di questo Paese come potevano farlo nelle condizioni interne e internazionali realizzate dalla Seconda guerra mondiale. Mutate quelle circostanze, la «sinistra italiana» e i sindacati hanno mutato la loro escrementizia forma senza tuttavia cambiare in alcun modo la loro sostanza ultrareazionaria. Che i sindacati parastatali subiscano, come i partiti, i contraccolpi della crisi sistemica interna e internazionale è dunque qualcosa che si comprende perfettamente («Quanto ai sindacati, beh: guardatevi intorno. Se i vostri figli sono disoccupati, se voi siete precari, se la nonna ancora va a lavorare, se papà è cassaintegrato, se la mamma è stata licenziata sapete chi ringraziare», scrive sempre l’indignata Debora Billi); la posizione “antisindacale” del Beppe  «con gli stivaloni» non fa che registrare questa situazione, e lo fa tanto più chiaramente in quanto egli non avverte le preoccupazioni che fanno capo alla classe dirigente sinistrorsa del Bel Paese, che dall’opposizione e dal governo, attraverso i sindacati e la cultura e via di seguito, ha sempre avuto le mani in pasta nel potere. L’Agenda Grillo, un frutto misto di liberismo, keynesismo, statalismo e corporativismo, conferma, tra l’altro, la tesi secondo cui “destra” e “sinistra”, “responsabilismo” e “populismo”, sono le due facce di una stessa medaglia.

«Voglio uno Stato con le palle», dice il virile capocomico in perfetta sintonia con gli interessi generali del Paese – forse che Bersani, Berlusconi, Monti, Ingroia e Vendola vogliono qualcosa di diverso? Anzi, è una maschia guerra a rivendicare per il Leviatano attributi più grandi e potenti che sia possibile ottenere in questa triste contingenza storica. La rivendicazione di uno «Stato forte», all’altezza della sfida globale che ci lancia il XXI secolo, è di “destra” o di “sinistra”? Per come la vedo io, si tratta di una rivendicazione schiettamente e legittimamente capitalistica, nell’accezione più ampia (sistemica) del concetto, e come tale va considerata.

Però: quanto mi piacerebbe assestare un colossale calcio su quelle metaforiche, ma quanto sintomatiche, palle! I lavoratori possono farlo, organizzandosi in modo autonomo, sul piano politico come su quello delle rivendicazioni “economiche”, cioè a dire rompendo con la maligna Sirena del bene comune, la quale canta da troppi lustri l’ipnotico mantra degli interessi generali del Paese. Inutile dire che non mi faccio alcuna illusione che ciò possa avvenire: rimango “realista” anche quando con tanto piacere vaffanculo responsabilisti e demagoghi di “destra” e di “sinistra”.

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3 thoughts on “GRILLO, IL SINDACATO E LE PALLE DEL LEVIATANO

  1. Perfettamente d’accordo con quanto da te scritto. Che viene, purtroppo, puntualmente confermato dalla realtà oggettiva (per quel che mi riguarda personalmente) degli avvenimenti di questi ultimi mesi sulla questione ILVA.
    La cosa che mi fa (amaramente) sorridere è che queste cose dette nella stessa identica maniera prima ad un “PDino” e poi ad un “grillino”, ti farebbero insultare prima come “populista disfattista e fascistoide” e poi come “castaiolo sostenitore del marcio allora sarà meglio il PD ed il PDL”.
    La cosa evidenzia, se ce ne fosse ancora bisogno, come la politica in Italia sia vissuta – e ovviamente soprattutto in clima di campagna elettorale – come una partita di calcio, ove le opposte tifoserie non possono far altro che comportarsi come gli ultras allo stadio.
    Quello che ancora non ho capito è dove stia il confine tra la recita, che i politici mettono in atto ben sapendo della tendenza “da stadio” degli italiani e di come questa li distragga della vera questione – cioè: non c’è nessuna fazione, nessuna squadra, perchè sono tutti uguali – e l’effettiva convinzione di quegli stessi politici che a forza di ripetere (e sentirsi ripetere) questi mantra, ormai entrati nella cultura e nell’immaginario collettivo, almeno in parte sicuramente ci credono.
    Questione stucchevolmente filosofica, mi rendo conto, dato che in ogni caso il proletariato sempre sotto rimane. E sì, se si organizzasse autonomamente qualcosa potrebbe muoversi; ma tra ignoranza, voglia di credere ancora ad un’ideologia, clientelismo (collante fondamentale per CISL e UIL), impossibilità di alternative – nel senso che vi sono parecchie situazioni nelle quali si è di fatto costretti ad iscriversi ad un sindacato o comunque aderire alle sue iniziative, testimonianza di come il “colpo al cerchio e alla botte” (una legge per il padrone, una per il sindacato) capitalistico finisca per picchiare, invariabilmente e nonostante le apparenti intenzioni opposte, sempre e comunque sulle stesse schiene – e insomma in questa melma un’organizzazione spontanea ed effettivamente autonoma la vedo davvero dura.
    In modo apocalittico, sostituendomi ai Maya che pare abbiano avuto altro da fare e ci hanno lasciato in braghe di tela, mi pare di vedere che l’evento più promettente per il verificarsi di tale spontaneo movimento non sia una parziale rimozione della melma, ma anzi un suo ulteriore addensamento; l’uomo a volte solo per costrizione trova energie che altrimenti rimangono latenti.
    Scusa la manfrina e sempre complimenti per i tuoi articoli!

  2. Pingback: LA CITTADINA ROBERTA E I SACERDOTI DELL’ANTIFASCISMO | Sebastiano Isaia

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