L’ETERNO FASCISMO…

muf12gL’ennesima “gaffe” berlusconiana intorno al fascismo mi consente di riprendere, in modo assai veloce e quasi sbrigativo, alcuni concetti fondamentali, ancorché di difficile assimilazione da parte di chi crede che la democrazia sia il migliore dei regimi politici possibili, che cerco di sviluppare su questo blog. L’accusa di «revisionista storico», lanciata come terribile anatema contro chiunque osi mettere in discussione il pensiero unico dominante sul periodo fascista e nazista, non può certo intimidire chi non attribuisce al fascismo e al nazismo alcun carattere di anomalia storico-antropologica, e che anzi vi vede, semmai, l’eccezione che mette a nudo l’intima essenza della normalità. Più che l’autobiografia di una nazione, il fascismo fu innanzitutto la fenomenologia di un dominio sociale sovranazionale, come peraltro dimostra la diffusione su scala mondiale di molte sue caratteristiche strutturali dopo il 1929, come risposta alla Grande Crisi.

Nell’analisi storica dei fenomeni politici occorre sempre distinguere le forme particolari, e a volte financo casuali e bizzarre, con le quali essi si presentano per la prima volta all’attenzione del mondo, dal loro effettivo contenuto storico-sociale.  Il contenuto essenziale del Fascismo può essere sintetizzato come segue: mantenimento, rafforzamento ed espansine del dominio di classe capitalistico nell’epoca dell’Imperialismo e della matura possibilità emancipativa del proletariato e, in grazia di ciò, dell’intera umanità. Il Fascismo, dunque, come espressione degli interessi immediati e strategici della classe dominante italiana, o della sua fazione che alla fine della Prima guerra mondiale era più forte, sia in chiave controrivoluzionaria, che per ciò che concerne le esigenze di sviluppo del capitalismo italiano nel seno di una contesa imperialistica che si era fatta feroce e violenta, sotto ogni rispetto.

muf2gIn un post del 9 gennaio 2012 scrivevo: «Il Fascismo fu, a mio avviso, diverse cose: l’espressione della violenza sistemica messa in luce – non “inventata” – dalla Grande Guerra, la fenomenologia politico-sociale della grave crisi post bellica, il tentativo, riuscito, di assestare il colpo decisivo a un movimento operaio già fiaccato dal riformismo socialista e giolittiano, nonché l’espressione di un compito storico: mettere un Paese capitalisticamente ritardatario nelle condizioni di superare i limiti che lo trattenevano al di qua dell’agone delle grandi potenze. Certo, il Fascismo anche come via italiana alla modernizzazione capitalistica, dopo la crisi del vecchio Stato liberale e l’emergere di un’epocale crisi economica mondiale. Ma l’ambizione “rivoluzionaria” del Duce non si limitava alle strutture economiche e istituzionali del Paese; essa toccava, per così dire, la stessa biografia antropologica della Nazione. Egli voleva fare degli italiani un popolo capace di reggere il confronto con i più blasonati popoli europei, e per questo quando nel Bel Paese faceva freddo e nevicava, il suo umore migliorava: “Questo è il clima adatto per temprare uomini virili!” Poi tornava il bel tempo, e si lasciva andare alle note considerazioni intorno all’inutilità di governare gli italiani, troppo viziati dal sole e dalla materna pasta asciutta. “Noi fascisti non amiamo le comodità”, soleva dire Mussolini, contraddetto puntualmente dagli italiani. Anche l’ex “fascista di Arcore”, prima di scivolare sullo spread, si è lasciato andare a simili sconsolate considerazioni intorno all’italico carattere, col solito strascico di indignate riprovazioni: “Uno come lui non può dare lezioni di etica!” E uno come Lui? Adesso tocca a Mario Monti, il più tedesco degli italiani (forse dopo Mario Draghi), provare a cambiare il carattere “lassista, menefreghista e schizzinoso” degli italiani, almeno per farne degli onesti contribuenti».

Sostenere la tesi, che tanto scandalo ha sempre suscitato fra i progressisti, della radicale (sociale) continuità fra democrazia liberale, fascismo e democrazia post-fascista a me sembra non solo legittimo sul piano politico ma comprovato sul piano storico. D’altra parte, l’analisi storica non è una scienza esatta… La concezione (che fu anche degli stalinisti) secondo cui «la democrazia borghese è il campo di battaglia più utile al proletariato» è sempre di nuovo smentita dalla prassi. In realtà, senza «coscienza di classe» il proletariato sarà battuto su ogni campo di battaglia.

Anche per quanto riguarda l’alleanza con la Germania alla vigilia della Seconda guerra mondiale non si riscontra nella politica estera del fascismo alcuna sostanziale discontinuità con la tradizionale politica estera italiana, basata, ieri come oggi, su una strategia tesa a lucrare il massimo possibile da una certa contingenza mondiale attraverso il minimo possibile di investimento in termini di capitali, di responsabilità politica  e di sangue. La “machiavellica” politica estera italiana, che da Cavour in poi ha fatto imbestialire tutte le Cancellerie d’Europa, non ha bisogno di essere ricordata qui. Le divergenze che si produssero nel seno dello stesso fascismo tra filotedeschi e filobritannici non si spiegano con astratte esigenze politiche, o magari con il proverbiale opportunismo dei politici italioti (anche se, beninteso, il calcolo delle opportunità vi ebbe un ruolo), bensì con le diverse correnti di interessi materiali che facevano capo alle più importanti fazioni della classe dominante del Bel Paese. Sotto questo aspetto è molto interessante quanto scrisse lo storico “revisionista” tedesco Andreas Fritz Hillgruber (La strategia militare di Hitler, 1965) a proposito dello «stato di non belligeranza» assunto dall’Italia nel 1939-40: «Lo stato di “non belligeranza”, distinto dalla neutralità classica, fu senza dubbio un’idea geniale di Mussolini, che per alcuni mesi conferì un’eccezionale importanza politica all’Italia, sproporzionata alla sua potenza reale. (…) Con una certa generalizzazione si può affermare che durante la seconda guerra mondiale non vi era per gli Stati di media grandezza (in vicinanza di punti strategici critici) una posizione più forte, più rispettata da amici e nemici di quella appunto della “non belligeranza”».

Italien, Rom, zerstörtes GebäudeMa il bluff non può durare a lungo, come speravano, sebbene a partire da strategie e progetti diversi, Mussolini e Hitler, e alla fine viene il tempo di “calare le carte” sul tavolo da gioco. D’altra parte anche questa “genialata” geopolitica mussoliniana non è affatto estranea alla furba politica estera dell’Italia liberale e democratica alla vigilia della Grande Guerra. Media potenza dalle grandi ambizioni, l’Italia si è specializzata in una politica estera di tipo gesuitico-bizantino, se così posso esprimermi, di difficile lettura per «amici e nemici» – soprattutto per i primi: chiedere alla Germania…

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2 pensieri su “L’ETERNO FASCISMO…

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