GIAPPONE: ATTIVISMO A TUTTO CAMPO

1342093712833_fig_13-manifestoantigiapponeseinlinguaolandesestampatoalondranel1944Nel suo libro del 2001 Le insidie del capitalismo globale (Bocconi Editori) Robert Gilpin denunciava la sindrome della cicala, se così posso dire sulla scorta dell’attuale dibattito europeo, anche nel caso giapponese (oltre che in quello americano): per «motivi di armonia interna e di indipendenza nazionale» il Giappone, formica di rango mondiale dal secondo  dopoguerra fino ai primi anni Novanta, ha poi tollerato lo sviluppo di settori improduttivi che ne hanno di molto imbrigliato la tradizionale capacità industriale, la quale stava al centro della sua geopolitica. Come facevo notare su un post (Divise in guerra) del 19 settembre del 2012, l’inizio della perdurante crisi sistemica giapponese rimonta, non certo casualmente, alla fine degli anni Ottanta, allorché gli accordi sanciti nel settembre del 1985 all’Hotel Plaza di New York tra USA, Germania, Francia, Giappone e Inghilterra giunsero ad effetto. In quell’accordo fu decisa, fra l’altro, una sostanziale rivalutazione del marco e dello yen: alla fine degli anni Ottanta la divisa giapponese si rivalutò del 40%, azzoppando gravemente la capacità competitiva nipponica, e spingendo il capitale del Sol Levante verso scorribande speculative non sempre coronate dal successo.

In effetti, una combinazione tra bassi tassi d’interesse, politiche permissive e riluttanza delle grandi banche ad abbandonare le aziende improduttive ha innescato un circolo vizioso dal quale il Giappone non è ancora uscito, anche se il suo recente attivismo a tutto campo (fronte valutario, fronte commerciale, fronte militare) la dice lunga sulla capacità reattiva del Paese. Soprattutto Germania e Cina hanno immediatamente registrato il terremoto valutario-commerciale (svalutazione della moneta giapponese) e quello militare.

Naval_Ensign_of_Japan_svgAppena il giorno dopo l’annuncio dato dal premier Shinzo Abe circa l’intenzione del Sol Levante di incrementare il budget della Difesa, il più forte negli ultimi dieci anni e parte integrante del piano di stimoli “keynesiani” approntato nelle scorse settimane dal governo nipponico, diverse vedette militari cinesi hanno compiuto un aggressivo blitz dimostrativo al largo delle Senkaku, giusto per far capire ai cugini giapponesi che il gigante asiatico ha recepito, forte e chiaro, il messaggio lanciato da Tokyo.

Probabilmente il confronto sistemico (economico, tecnologico, ideologico, militare) sino-giapponese conoscerà un certo surriscaldamento nei prossimi mesi, cosa che non potrà non chiamare in causa la potenza americana, amica del Giappone (ma fino a un certo punto: la “fraterna amicizia” degli Stati Uniti si arresta dinanzi all’aggressivo Mede in Japan!) e nemica strategica (secondo l’attuale linea geopolitica americana, peraltro condivisa, sebbene in modo informale, da Pechino) della Cina. «Gli Usa vogliono concentrarsi, Prendendo a prestito la sicurezza dei propri protetti più affidabili e malleabili [sudcoreani, giapponesi, indiani, indonesiani, taiwanesi, malesi, australiani], sul vero nemico globale, quello che li sta umiliando con il credito dal cuore peloso e con una crescente arroganza» (F. Mini, Usa Contro Cina, Limes 6/2012, p. 49). Le stesse cose scrivevano, alla lettera, gli analisti di politica internazionale alla fine degli anni Ottanta con riferimento alla relazione interimperialistica USA-Giappone: Usa contro Giappone

yenCome scrive Vito Lops sul Sole 24 Ore del 25 gennaio, «La nuova battaglia della guerra tra le valute si combatte tra Germania e Giappone. Nelle ultime ore il presidente di Bundesbank, Jens Weidmann, è andato giù duro contro la nuova politica di allentamento monetario varata dalla Banca centrale del Giappone che ha annunciato un obiettivo di inflazione al 2% e ha iniettato sul mercato nuovi yen. La Germania, che basa oltre il 50% della sua crescita sulle esportazioni, ha sbilanciato negli ultimi anni la sua economia più sulla domanda esterna che su quella interna. Per questo motivo, ancor più di altri Paesi, vive con tensione la nuova fase della guerra delle valute con l’ingresso a gamba tesa del Giappone». Perché a «gamba tesa»? Forse perché la Germania non è libera di manovrare la leva del cambio come a bei tempi del Marco tedesco? Si pretende dai competitori che non piacciono che essi gareggino senza un piede e senza un braccio: troppo comodo, non vi pare? Giustamente – dal punto di vista del Capitale nipponico, occorre precisarlo? – il ministro delle Finanze giapponese Taro Aso ha spedito al mittente le proditorie accuse tedesche: «Le critiche sulla manipolazione dei corsi delle valute sono del tutto senza fondamento».

C’è da scommettere che il tema della sovranità monetaria in Europa, più precisamente: nella zona-euro, farà i conti nelle prossime settimane e nei prossimi mesi con le fibrillazioni valutarie e commerciali che accompagnano questa fase della competizione capitalistica mondiale.

Scrive Lops, forse facendo una piccola concessione al pensiero “decrescista”: «Chi svaluta di più esporta di più e si conquista terreno nella competizione senza fine voluta dal dogma della crescita a tutti i costi». No, il dogma si chiama Capitalismo, il regime sociale che svaluta e rende sempre più produttivo il «capitale umano» secondo il noto imperativo categorico: profitto a tutti i costi!

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