LE OMBRE DEL 1914 SCENDONO SUL PACIFICO?

pacifico1Sul Quotidiano del Popolo del 18 gennaio 2013 Ren Weidong, ricercatore del China Institute of Contemporary International Relations, scriveva: «L’unico modo affidabile per noi al fine di evitare, prevenire e ritardare la guerra è quello di far riconoscere a chi spinge in direzione di questa che non è in grado di vincere contro la Cina. Che dalla guerra non otterrà più successi di quanti ne possa ricavare dalla coesistenza pacifica. Una delle ragioni importanti per cui non ci sono state guerra contro la Cina negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso è che la Cina ha svolto un intenso lavoro di preparazione alla guerra. Al giorno d’oggi, le leggi della storia non sono cambiate. Ogni volta che le contraddizioni interne del mondo capitalista diventano acute, aumenta il rischio di guerra. E ora ci troviamo in questo frangente. (…) Quindi, in ultima analisi, dobbiamo gettare via il pacifismo e il romanticismo che facilmente può evolvere in capitolazionismo in caso di pressioni e minacce. Dovremmo prepararci a fondo alla lotta e alla guerra. Solo in questo modo la Cina potrà mantenere un lungo periodo di pace e di sviluppo» (Citazione tratta da Linkiesta del 4 febbraio 2013). Se vuoi la pace, prepara la guerra: un classico degno di una Grande Potenza.

Inutile dire che i «nemici della pace» individuati da Weidong si chiamano Stati Uniti e Giappone. Ed altrettanto inutile è precisare che il nostro amico cinese non mette il suo Celeste Paese nel cattivo «mondo capitalista», essendo la Cina un fulgido e pacifico esempio di «socialismo di mercato». Che la leadership cinese copra con questa sempre più ridicola fraseologia  tardo maoista esigenze schiettamente capitalistiche e imperialistiche non deve affatto sorprendere, mentre molto deve far riflettere il fatto che in Occidente, soprattutto in Italia, ci sia ancora gente che continua ad abboccare all’amo del «socialismo reale» in salsa cinese. Per passare a cose più serie, non c’è dubbio che la posizione di Weidong non è solo l’espressione di una situazione internazionale che si va surriscaldando, man mano che, di crisi in crisi, di crescita in crescita, la competizione capitalistica si fa più dura; essa getta pure luce sull’aspro scontro interno al Partito-Regime cinese fra le diverse correnti che tradizionalmente lo attraversano, e che rappresentano diversi interessi materiali e diverse opzioni strategiche, tanto per ciò che riguarda la politica interna quanto per ciò che concerne la politica estera. Lungi dall’essere un monolite, il PCC è un organismo politico-istituzionale che già contiene, in fieri, il – probabile – futuro multipartitismo cinese. Ho scritto probabile!

Intanto Gideon Rachman ha evocato, sul Financial Times di ieri, lo spettro di un nuovo 1914: «Le ombre del 1914 scendono sul Pacifico». Lo scenario disegnato dall’esperto di politica estera è quello di una guerra combattuta appunto nell’area del Pacifico tra Stati Uniti e Giappone, su un fronte, e la Cina, a cui Rachman fa indossare i panni della Germania guglielmina castrata dall’Inghilterra e dalla Francia nella sua ricerca di un adeguato spazio vitale, sul fronte opposto. Segno dei tempi? Non c’è dubbio, e questo a prescindere dallo scenario, più o meno plausibile, proposto da Rachman.

Posto che la guerra sistemica permanente è un fatto ineludibile nel seno della Società-Mondo del XXI secolo, chi si munisse di fucile ed elmetto, tanto per “portarsi avanti” col lavoro, non meriterebbe davvero alcun biasimo.

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