IL CIGNO NERO, IL CIGNO ROSSO…

Pubblico alcune pagine di un mio studio dedicato ai temi che si pongono all’attenzione della geopolitica genericamente intesa. Il testo completo si trova qui.

11762Nel suo Occidente. Ascesa e crisi di una civiltà, Nial Ferguson si chiede perché lo spazio di civiltà definito Occidente è riuscito a emergere sul piano della storia mondiale come indiscusso dominatore degli ultimi quattro secoli, nonostante altre civiltà, come quelle cinese e musulmana, ancora nel XVI secolo apparissero più floride e promettenti sotto ogni rispetto. E, soprattutto, si chiede quale sia stata la natura del dominio occidentale sul resto del mondo. «La risposta più facile, quasi tautologica, a questa domanda è la seguente: l’Occidente ha dominato il resto del mondo grazie all’imperialismo … Ma l’impero non è una spiegazione storicamente sufficiente per dare conto del predominio occidentale. Ci sono stati imperi ben prima dell’imperialismo denunciato dai marxisti-leninisti. Anzi, proprio il XVI secolo vide un certo numero di imperi asiatici incrementare nettamente la propria potenza ed estensione»[1].

Evidentemente a Ferguson sfugge la fondamentale differenza che corre tra Impero precapitalistico e moderno Imperialismo, ed è precisamente su questa debolezza teorica che si basano gran parte delle comparazioni tra le potenze del passato (Cina, Egitto, Atene, Roma) e quelle moderne. Le comparazioni storiche quasi sempre danno luogo a scenari indubbiamente suggestivi, ma bisogna verificare quanto siano anche fondate. A pagina 425 del libro incontriamo il concetto di imperial overstretch: superata la soglia di massima estensione imperiale possibile non può che iniziare il declino inarrestabile di un impero. «Come ammoniva Toynbee, “contro il destino non esiste armatura che tenga”». Il fatto è che il Capitalismo intrattiene col destino una relazione molto particolare, e certamente molto diversa da quella che con esso hanno avuto le epoche precapitalistiche.

Anche Parag Khanna è fedele alla legge dell’imperial overstretch: «Quel che è certo è che i cicli di ascesa, caduta e conflitto che hanno caratterizzato tutta la storia delle nazioni non si fermeranno. (…) Come gli elastici si spezzano più rapidamente di quanto si possano tendere, anche gli imperi crollano poco dopo aver raggiunto la propria massima estensione»[2]. Quel che metto in discussione è questo rapporto deterministico fra la soglia di massima espansione di una potenza e il suo crollo, rapporto che deve fare i conti con una realtà altamente dinamica e contraddittoria com’è quella capitalistica, intrinsecamente refrattaria a ogni limite, “vissuto” dal Capitale come una sfida da vincere. L’elasticità capitalistica, per mutuare Khanna, è qualcosa che gli studiosi di geopolitica farebbero bene a non sottovalutare.

Per le potenze capitalistiche non valgono, sempre e necessariamente (deterministicamente), i limiti che tracciavano il campo di esistenza storica – tra nascita, sviluppo e decadenza – delle potenze precapitalistiche. Lo stesso concetto di Capitale, la cui prassi dispiegata sta alla base del moderno Imperialismo, ricusa la dimensione angustamente materialista (connessa alla proprietà di “cose fisiche”: terre, immobili, mezzi di produzione, materie prime), radicandosi in primo luogo su un rapporto sociale che rende possibile l’uso – o sfruttamento – della capacità lavorativa per un tempo stabilito. È l’immaterialità di questo rapporto sociale, la cui potenza espansiva e distruttiva ha avuto ragione delle vecchie civiltà precapitalistiche, che rende improponibile il concetto di imperial overstretch, almeno nell’accezione astorica e adialettica che ne danno Ferguson e gli altri teorici del declino americano.

Su The National Interest del luglio-agosto 2010, dopo aver riconfermato il problema dell’overstretch («Questa nazione privilegiata – si è tentati di dire, sovraprivilegiata – possiede attorno al 4,6% della popolazione mondiale, produce circa un quinto della produzione mondiale, e, incredibilmente, punta a spendere più del 40% dell’intero esborso globale per la difesa»), Kennedy mette l’accento sui tempi lunghi della tendenza declinista: «I grandi imperi, o le egemonie crollano raramente, per non dire mai, in modo rapido, spettacolare», ma piuttosto «declinano lentamente cercando di evitare collisioni, scartando gli ostacoli». Com’è noto, nei tempi lunghi siamo tutti morti… Scherzi a parte, Kennedy pone un problema molto interessante: posto l’inevitabile declino degli Stati Uniti, si tratta di vedere come reagiranno gli americani a questa ineluttabile tendenza, se in modo aggressivo, come sostengono i «realisti offensivi» (a cominciare da John Mearsheimer), ovvero accettando il fato e venendo a patti con le rivali in ascesa, per perdere il meno possibile nella prossima ridistribuzione del potere mondiale. Insomma, il declino americano tra aggressività e appeasement.

Nessuno, nemmeno il sostenitore più apologetico dell’imperialismo americano, può, senza cadere nel ridicolo, negare il declino relativo della potenza americana, una tendenza di lungo periodo attestata dai principali parametri sociali. Ma si tratta appunto di un declino relativo, ossia riferito al passato della stessa potenza americana e all’ascesa sulla scena mondiale di nuove potenze globali, Cina in testa. Non ha nemmeno molto senso porre l’enfasi, di volta in volta, sul declino o sul suo carattere relativo sulla scorta di dati statistici che possono venir contraddetti nel medio periodo da inversioni di tendenza sempre possibili sulla base della società capitalistica.

black_swan_ver3L’ascesa o il declino di una potenza capitalistica non possono essere congetturate dai soli dati statistici, anche da quelli non puramente contingenti, riguardanti l’economia, la demografia e altri fattori sensibili del Paese preso in esame. Ciò sia perché la dinamica di una società si dà come un processo attraversato da molteplici e complessi fattori, in cui tendenze e controtendenze agiscono le une sulle altre in modo non sempre lineare e univoco; sia perché i concetti di ascesa e declino hanno comunque sempre un carattere relativo, non assoluto, soprattutto nel mondo del XXI secolo; e anche perché può benissimo accadere che una potenza oggi declinante non lo sia più domani, magari grazie a una rivoluzionaria scoperta scientifica dal forte e immediato impatto tecnologico, oppure a «riforme strutturali», ovvero a scoperte di giacimenti energetici e a quant’altro possa invertire il trend negativo. Sulla base del capitalismo un Cigno Nero, per mutuare Nassim Nicholas Taleb[3], ossia un evento del tutto inaspettato ma incubato silenziosamente per parecchio tempo e razionalizzato post festum, è sempre possibile.

Ad esempio, è noto che le nuove tecnologie di perforazione e di estrazione del petrolio dagli scisti bituminosi (shale oil) hanno fatto sì che gli Stati Uniti ritornassero ad essere esportatori di petrolio e prossimi all’autosufficienza energetica, cosa che ha messo in allarme l’Arabia Saudita, timorosa che la sua «relazione speciale» con gli Stati Uniti possa tra qualche tempo venir messa in questione, destabilizzandone gli equilibri economico-sociali, assai sensibili, com’è noto, al destino della rendita petrolifera (85% del suo commercio estero riguarda la vendita del petrolio), e la sua collocazione geopolitica in Medio Oriente.

Anche la guerra, nel Capitalismo, può recitare il ruolo di cigno bianco, e basta pensare alla Seconda guerra mondiale per capirlo. Una guerra che in altri tempi avrebbe forse cancellato per sempre ogni traccia di civiltà ebbe invece l’effetto di trasformare un mostro rantolante, dato ormai per spacciato da non pochi economisti e intellettuali tutt’altro che ostili alla società capitalistica, in una creatura piena di energia e di voglia di correre. Dai bombardamenti e dagli stermini di massa non venne fuori l’uomo con la clava, ma l’uomo in giacca e cravatta pronto a rituffarsi nella giostra capitalistica e vivere quella che Ruffolo e Labini hanno chiamato nel loro ultimo libro l’Età dell’Oro (dalla fine della Seconda guerra mondiale alla prima metà degli anni Settanta). Questi veri e propri “miracoli” sono possibili solo nel Capitalismo, il quale ha nella crisi economica, al contempo, la manifestazione del suo limite immanente e insuperabile (la dialettica, che può trasformarsi in conflitto, tra accumulazione e saggio del profitto) e la via di fuga da questo stesso limite, attraverso la violenta distruzione di capitale. Marx parlava della crisi economica come sintomo della malattia che periodicamente affliggeva il corpo sociale capitalistico e come inizio del processo di risanamento dello stesso corpo. Nel 1932 Ferdinand Fried notava che dal 1860 «comincia in tutti i campi il lento irrigidimento» che avrebbe portato necessariamente il capitalismo (e l’Occidente)  al suo definitivo capolinea: «Non dobbiamo più aspettarci nuove invenzioni fondamentali, il formidabile aumento della popolazione nei paesi industriali è cessato, e fa posto a una stagnazione; non si verificò mai prima d’ora una così forte caduta dei prezzi delle merci nei mercati mondiali, la misura e la durata della disoccupazione mondiale non hanno riscontro nella storia anteriore del capitalismo, l’economia libera si è progressivamente irrigidita in vincoli, lo Stato e il popolo cominciano a produrre nuovi capi e nuove idee in contrasto con l’economia, al moderno capitalismo industriale manca ogni stimolo a svilupparsi nei prossimi anni con quello stesso ritmo con cui crebbe nei cento anni ultimi scorsi». Tuttavia, scriveva Fried dando fondo alle sue ultime riserve di ottimismo, «la fine del capitalismo non significa che si debba smettere di viaggiare in automobile e ricominciare a servirsi delle diligenze postali». E siccome l’ottimismo a volte dà alla testa, soprattutto a chi è abituato alla teutonica realpolitik, egli si spinse fino a questa temeraria profezia: «Nel sistema economico statico che ora seguirà, l’economia sarà risospinta, dalla sua funzione di dominatrice, a quella di serva dell’umanità»[4]. Com’è noto, in luogo della profetizzata Era Umana arrivarono il nazismo, il New Deal, la Seconda guerra mondiale, la ripresa in grande stile dell’espansione capitalistica su base mondiale e così via.

Insomma, non è affatto detto che all’America del Nord debba con assoluta necessità toccare in sorte lo stesso destino dell’Inghilterra. Il che, ovviamente, non significa immaginare per gli Stati Uniti la possibilità di un’egemonia mondiale vecchia maniera, perché com’è noto la storia non si ripete.

Credo che lo schema del declino irreversibile-inevitabile delle vecchie potenze precapitalistiche non sia applicabile nella dimensione capitalistica, a motivo della natura altamente contraddittoria e dinamica dell’economia basata sullo sfruttamento di uomini e cose. Il concetto chiave da far valere nell’analisi della geopolitica è l’ineguale sviluppo di potenza geopolitica come ineguale sviluppo capitalistico dei Paesi concorrenti. Un’ineguaglianza considerata sempre in termini relativi, non assoluti, perché il ribaltamento del poligono delle forze, o comunque una sua significativa evoluzione, è sempre possibile, e questa possibilità agisce come tendenza latente che l’analisi non deve mai smettere di prendere in considerazione, per non correre il rischio di formulare errate previsioni nel breve come nel lungo termine.

D’altra parte, più che fare previsioni sul destino delle potenze, ha più senso cercare di monitorare continuamente le oscillazioni che si registrano nella bilancia del potere sistemico (economico, politico, militare, ideologico) mondiale, soprattutto attraverso l’analisi della politica interna e internazionale dei Paesi che occupano un posto di rilievo nella contesa interimperialistica. Alla futurologia occorre preferire l’analisi critica del Dominio sociale in tutte le sue fenomenologie (economiche, politiche, istituzionali, militari, culturali, psicologiche, ecc.) e dimensioni geopolitiche: regionali, nazionali, continentali, mondiali. In generale, alla previsione scientifica, o presunta tale, dei movimenti sociali (guerre e rivoluzioni comprese) occorre preferire l’analisi puntuale del processo sociale mondiale colto nella sua totalità strutturale – o sistemica. Almeno questo è ciò che appare più corretto e adeguato a chi scrive.

black_swan_ver5La dialettica di sviluppo e ritardo, tanto nella dimensione nazionale quanto in quella internazionale, spiega dunque in larga misura la dinamica della competizione capitalistica per il potere globale e totale.

A proposito di Cigno Nero! L’invito di Taleb a non sopravalutare, sul terreno delle relazioni interpersonali come su quello delle relazioni politiche, nel micro come nel macro cosmo, il noto e il probabile, e per converso a dare il peso che meritano all’ignoto, all’inatteso e persino all’improbabile la dice lunga sulla cattiva condizione del mondo (qui inteso come Società mondiale), esposto a fenomeni sociali che non riesce a prevedere né a controllare, nonostante sia esso a produrli sempre di nuovo, servendosi peraltro di strumenti sempre più sofisticati sul piano tecnico-scientifico. «Oggi», osserva Taleb, «i più efficaci in questo nuovo empirismo sono agenzie militari come la Darpa statunitense, perché producono moltissimi effetti collaterali positivi, come è avvenuto per laser e chemioterapia»[5]. E anche in questa realistica e disincantata (apologetica?) concezione del mondo alligna la disumana “dialettica del progresso” nella società dominata dal profitto.

Parte del successo degli Stati Uniti, sostiene Taleb, si spiega con la loro mentalità empirica aperta alle sfide che lancia l’imprevisto, che non deve farci paura, ma deve venir razionalizzato come un’eccellente opportunità, secondo l’aureo motto: fai della  necessità una virtù! Oppure: trasforma un male in un bene! «Generare a tavolino l’imprevisto è impossibile per definizione, ma si può sviluppare una società e una cultura capace di accoglierlo». E così almeno ci illudiamo di poter dominare con la testa ciò che ci domina dalla testa ai piedi.

Preso nella morsa tra Cigni Bianchi e Cigni Neri, effetti collaterali “buoni” ed effetti collaterali “cattivi”, chi desidera dare un senso, uno qualunque, a quello che subisce passivamente oscilla paurosamente tra pensiero razionale e pensiero irrazionale, sperando che le vie che menano a una comprensione, anche “debole”, del mondo non siano davvero finite.

leda e il cignoScriveva Guido Romeo commentando il best sellers dell’ex trader libanese, autodefinitosi «filosofo dell’incertezza»: «È in un momento storico come quello attuale, nel quale aumentano gli echi di un declino imminente sia nazionale sia mondiale, di un’involuzione di valori e di pensieri, che l’imprevedibilità diventa anche una grande speranza. Anzi una necessità» [6]. Appesi al deus ex machina dell’imprevedibilità! E senza un Lenin che architetti il Grande Azzardo! Il mondo è messo davvero male, non c’è che dire. Cercasi Cigno Rosso, disperatamente…

[1] N. Ferguson, Occidente. Ascesa e crisi di una civiltà, p. 29, Mondadori, 2012.
[2] P. Khanna, I tre Imperi. Nuovi equilibri globali del XXI secolo, pp. 422-424, Fazi, 2009.
[3] N. N. Taleb, Il Cigno Nero. Come l’improbabile governa la nostra vita, Il Saggiatore, 2008.
[4] F. Fried, La fine del capitalismo, pp. 43-44-79, Bompiani, 1932.
[5] Citazione tratta da Il Sole 24 Ore, 15 ottobre 2008.
[6] Ivi.

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4 thoughts on “IL CIGNO NERO, IL CIGNO ROSSO…

  1. Mi sembra che in europa il capitalismo abbia trovato slancio al proprio sviluppo proprio sul rifiuto di integrarsi in un grande impero territoriale : i tentativi di Carlo V, di Napoleone (e forse si può aggiungere anche quello di Hitler) sono stati rimandati al mittente perchè retrogradi e inadeguati, tentativi di estensione di potere ma che non trovavano nella attualità della prassi sociale la disponbilità e quindi la necessaria potenza -concetto che appunto trascende dalla mera abbondanza di mezzi militari ma presuppone una integrazione di stato, classi dominanti e mercato, in altri termini di politica società ed economia. Ad esempio l’ Impero Britannico -che veniva gestito con il minimo di investimento bellico- fu un prototipo di passaggio ad un dominio molto più profittevole e raffinato, di carattere più intensivo che estensivo: come sappiamo la relazione con il dominato poggiava di norma su un ineguale scambio commerciale che era possibile solo se incluso nella rete monopolistica dei trasporti e dei commerci internazionali. Poi naturalmente non mancavano la razzia, la guerra e l’ imposizione assolutamente arbitraria, come nelle guerre dell’oppio in Cina.

    Sebastiano il paragrafo dove citi Kennedy è ripetuto due volte

  2. Sui temi che tratti qui, in particolare quello centrale del passaggio dal potere alla potenza, ho trovato analisi simili alle tue in “Racconti della civiltà capitalista” del vecchio stalinista Guido Carandini
    ciao

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