LO SCONTRO NON È TRA LE CIVILTÀ, MA DENTRO LA CIVILTÀ CAPITALISTICA

Dopo aver dato conto dell’aggravarsi della situazione in Tunisia, dell’involuzione politico-culturale in tutti i Paesi del Nord’Africa che hanno conosciuto la cosiddetta “primavera rivoluzionaria” (sic!), dell’espansione dell’islamismo radicale in tutte le aree critiche del continente africano (dalla Somalia al Mali), del massacro di cristiani in Pakistan e in Nigeria e via di seguito, il politico-giornalista-liberale Marco Taradash ha concluso che «mai come oggi si dimostra esatta la tesi dello scontro delle civiltà». Di qui il “pezzo” che segue, tratto da Il mondo è rotondo.

output007Il concetto chiave che apre al pensiero la comprensione della moderna geopolitica è il conflitto sistemico – o totale – tra Paesi e tra alleanze di Paesi che ha come centro motore l’economia. «L’andamento dell’economia è un riferimento attendibile per comprendere l’evoluzione della politica – e fin da Marx quasi tutti ritengono che lo sia»[1]. Tutti i fattori “sovrastrutturali” (in realtà concepisco una sola compatta struttura: la società capitalistica colta nella sua complessa e dinamica totalità) convergono sul punto centrale e dinamico degli interessi economici. Immediatamente o attraverso più o meno complesse mediazioni, questi interessi materiali spiegano in gran parte la politica estera degli Stati.

Ad esempio, sulla base della stessa argomentazione di fondo e degli stessi dati presenti nella celebre opera di Samuel P. Huntington del 1996 non c’è alcun bisogno di ricorrere all’ipotesi dello «scontro delle civiltà» per dar conto delle dinamiche interimperialistiche. Ciò è evidente soprattutto là dove Huntington affronta il rapporto tra il Giappone e gli Stati Uniti e tra questi ultimi e la Cina. Solo quando la competizione economica raggiunge alti livelli di conflittualità i Paesi in competizione cercano di far pesare, in modo più o meno strumentale e fondato, i fattori culturali, psicologici e persino “antropologici”. Così, ad esempio, gli americani “scoprono” negli anni Ottanta, quando il capitale nipponico invade sfacciatamente il mercato e il debito sovrano degli Stati Uniti, che il Giappone non ha affatto mutato pelle, né mentalità, e che la stessa  “essenza antropologia” nipponica si pone come un fattore di minaccia per la civiltà occidentale in generale, e per gli interessi strategici americani in particolare. Giustamente Huntington scrive che «Lo sviluppo economico dei paesi est-asiatici ha mutato gli equilibri di potere complessivi tra tali società e gli Stati Uniti»[2]. Qui l’essenziale è stato detto, e tutti i fattori extra economici presi in considerazione assumono un reale significato solo se inseriti nella dinamica sociale che ha come centro motore la produzione e la distribuzione della ricchezza su base mondiale, mentre se considerati come espressioni di sfere autonome non ci dicono nulla di veramente significativo.

Scrive Huntington: «Cosa spiega il carattere peculiare dell’economia giapponese? Tra i paesi più industrializzati, l’economia nipponica non ha uguali in quanto la società nipponica è marcatamente non occidentale. La società e la cultura giapponesi differiscono dalla società e dalla cultura occidentali e da quelle statunitensi in particolari» (p. 333). Qui siamo nel campo delle ovvietà, mentre viene taciuto il fatto fondamentale, il solo che spiega, e non solo “in ultima analisi”, perché due diverse culture e civiltà competono a livello planetario: il rapporto sociale capitalistico che li accomuna. Non la civiltà, la cultura, l’ideologia o l’antropologia spiega il conflitto nippo-americano durante la Seconda guerra mondiale, ma gli interessi capitalistici degli Stati Uniti e del Giappone, i quali si davano – e si danno – necessariamente come interessi imperialistici. Quello che Gianni Fodella definisce fattore orgware, ossia la dialettica tra il retaggio storico (la civiltà genericamente intesa) di un Paese e la sua attuale organizzazione sociale, assume un’effettiva pregnanza analitica solo alla luce della determinazione storico-sociale qui proposta; viceversa il concetto è suggestivo ma infecondo, oltre che passibile di usi strumentali da parte delle Potenze, le quali ovviamente rivendicano per sé il miglior retaggio di civiltà possibile.  È assolutamente vero che alcuni Paesi sono dotati di un «orgware di eccellente qualità» [3] (vedi gli Stati Uniti, il Giappone, la Cina, la Germania), che appare tanto più eccellente se confrontato con il retaggio storico di un Paese come l’Italia, che non a caso continua a portarsi dietro vecchissime magagne sistemiche, a cominciare dal gap Nord-Sud; ma è soprattutto vero che quel fattore oggi ha una natura radicalmente capitalistica, e che perciò è il rapporto sociale dominante in questa epoca storica che gli dà funzione, senso e direzione.

Standbeeld_Saladin_DamascusRiassumendo: le nazioni competono a tutti i livelli per spartirsi il bottino, ossia il plusvalore prodotto dalla vacca salariata mondiale, le materie prime, le capacità lavorative e i mercati. Riferendoci a questo dato di fatto dovremmo parlare della civiltà capitalistica mondiale come l’essenza sociale che accomuna tutti i Paesi e che sussume ogni loro peculiarità culturale e sociale. Più che tra le civiltà lo scontro si dà dunque nel seno della sola Civiltà che ha vera pregnanza storica nel XXI secolo: quella capitalistica, appunto.

In un articolo dedicato all’intervento francese in Mali scrivevo: «Sembra addirittura che non pochi giovani francesi di origine araba si siano spostati nel Maghreb islamico per unirsi ad Al Qaeda, la quale nuota come un pescecane nel mare del fondamentalismo jihadista creato dal disagio sociale, dalla miseria e dalle lotte per il potere economico e politico in atto in tutto il mondo islamico. Va da sé che la religione in tutto questo processo ha una funzione politico-ideologica di rilievo solo nella misura in cui serve ed esprime interessi del tutto materiali, che con la sfera del sacro non hanno nulla a che vedere. In gioco non c’è la salvezza delle anime, il paradiso ricco di giardini lussureggianti e di vergini bellissime o la purezza del Verbo, ma l’accesso alla più prosaica ma vitale rendita petrolifera, ma anche al salario, al cibo, alle medicine, all’acqua, ai telefonini, alle antenne paraboliche e così via. Vuoi in chiave di progresso (capitalistico), vuoi in chiave di conservazione (dei poteri e degli interessi costituiti e consolidati), la religione si presenta in questo contesto analitico alla stregua di un formidabile strumento di lotta politica»[4].

Scriveva Burhan Ghalioun: «Con la rappresentazione fantomatica di un islam che ignorerebbe la separazione tra la sfera temporale e spirituale, lo studio delle società musulmane è praticamente ridotto allo studio della sua teologia»[5]. Lo studioso siriano sottolinea «l’atteggiamento di disponibilità dei musulmani [nel periodo di espansione della civiltà araba] nei confronti della filosofia e del pensiero critico. Questa benevolenza si è manifestata nel loro entusiasmo per la letteratura e per le scienze dell’Antichità greca così come per le ambiziose iniziative intraprese da Alessandro il Grande» (p. 16). Semmai si tratta di capire le cause del processo di decadenza di quella civiltà, giunta alle soglie del successo sul mondo cristiano, problema che naturalmente qui non può trovare spazio. Intendevo solo raccogliere l’invito a non risolvere lo studio delle società musulmane in un’esegesi del corano.

Carlo Jean nota come a differenza dei tempi in cui Marx considerava la religione «l’oppio dei popoli», oggi non si riscontra nel mondo nessuna «alleanza fra trono e altare», e anzi sovente la religione sostituisce «il marxismo» come «ideologia rivoluzionaria». Questo stesso concetto si trova anche in Huntington, in P. Kennedy («Marx, diversamente dall’opinione comune, considerava [l’oppio religioso] una necessità per il popolo») e in gran parte dei politologi e degli analisti geopolitici che annaspano nuotando nella schiuma del mondo. A parte ogni altra considerazione sulla lettura volgare (illuminista) che tradizionalmente si fa del celebre, e incompreso, aforisma marxiano[6], c’è da dire che in molte parti del mondo la religione non viene a sostituire la concezione rivoluzionaria marxiana, ma quel “marxismo” degli stalinisti che è andato declinando con l’indebolimento e il venir meno dell’Imperialismo sovietico, il quale per molte masse diseredate – e incoscienti – del Terzo Mondo appariva come una promessa, se non di emancipazione, com’è ovvio, certamente di progresso, in alternativa all’odiato Imperialismo occidentale. Il ritorno alla (presunta) purezza delle origini è da sempre il mantra di chi soffre il presente senza capirlo, e in questo senso la religione può avere la funzione lenitiva messa in luce da Marx.

D’altra parte, la cosiddetta rivoluzione khomeinista del ’79 in Iran ci dice cosa può accadere quando il massimo della disperazione sociale incrocia il massimo dell’incoscienza politica: come scrisse Lenin, riprendendo peraltro le riflessioni più “settarie” dell’ubriacone di Treviri (del genere: «la classe operaia o è rivoluzionaria o non è una classe»), non può esserci rivoluzione proletaria senza coscienza rivoluzionaria. Nella calda «primavera iraniana» di trentaquattro anni fa (come passa il tempo!) anziché un capo bolscevico, scese dalle scale dell’Air France, proveniente dall’eretica Parigi, un Ayatollah. Pere che in quei giorni la mummia di Vladimiro sequestrata dal regime sovietico desse segni di… impazienza! C’è un tempo per fare la rivoluzione e un tempo per riposare, possibilmente non sotto forma di reliquia…

1003968708_pacePer capire quanto sciocca sia la tesi dell’intrinseca superiorità della civiltà occidentale (cristiana) a confronto di quella orientale e mediorientale è sufficiente compulsare, anche solo superficialmente, la storia dal VII all’XI secolo dopo Cristo, la quale ci offre, come scriveva H. Pirenne nella sua Storia economica e sociale del Medioevo, «lo spettacolo di tanti debiti contratti dai cristiani con la superiore civiltà dei Musulmani». In linea generale, la tesi secondo cui ci sarebbe fra Islam e Capitalismo un’assoluta incompatibilità, tesi assai diffusa anche presso i “marxisti” arabi, non ha alcun fondamento storico, anche perché presuppone una relazione rovesciata tra teoria (mentalità, cultura) e prassi (azione economica), con la prima che creerebbe la seconda, secondo uno schema dottrinario caro a Max Weber. Da parte “materialista” questo schema va contestato non affermando scolasticamente il primato dell’essere sociale sul pensiero, come se quest’ultimo fosse qualcosa di “ontologicamente” distinto dal primo e non fossero, entrambi, momenti inscindibili di una sola unità esistenziale; ma attraverso un approfondimento critico della prassi sociale, colta come totalità che si apre alla comprensione solo se è collocata in una peculiare dimensione storico-sociale. Dimensione che, ovviamente, è a sua volta il prodotto di tutto un processo storico. Al centro di questa dimensione pulsa il rapporto sociale dominante in una determinata epoca storica.

La religione – e l’ideologia in generale – può spiegare tutto e il suo esatto contrario, proprio perché la sua funzione si dispiega in stretta connessione con le cangianti esigenze del mondo “profano”. Il fatto che, ad esempio, in tutte le grandi religioni mondiali è possibile riscontrare una forte avversione nei confronti dell’usura e, in generale, per le forme di arricchimento che non prevedono il passaggio attraverso il duro lavoro manuale, avversione che denuncia una reale preoccupazione delle comunità sorta sulla base di concrete esperienze; ebbene ciò non ha impedito che l’economia monetaria si sviluppasse in ogni parte del mondo, secondo differenti gradi e modalità che non si spiegano con la teologia, ma con la storia e la sociologia.

L’arretratezza sociale del mondo musulmano non si spiega col fondamentalismo islamico, ma piuttosto un’interpretazione particolarmente rigida, e per diversi aspetti “creativa”, dell’Islam si spiega “dialetticamente”  con una prassi sociale e con relazioni sociali che hanno resistito, finora, al pieno dispiegamento del moderno Capitalismo, non a caso sviluppatosi prima e con il massimo d’energia nei Paesi che conobbero la Rivoluzione borghese: Olanda, Inghilterra, Stati Uniti, Francia. La mancata Rivoluzione borghese di tipo “classico”, ossia radicale, con tanto di guerra civile più o meno lunga e sanguinosa, mancanza che ha nella relativa arretratezza sociale dei Paesi che non l’hanno sperimentata e nella paura nutrita dai ceti borghesi nei confronti della nuova classe storicamente rivoluzionaria (il proletariato) le sue due cause più importanti, spiega anche almeno un pezzo di storia della geopolitica mondiale: vedi Germania, Italia e Giappone di fine XIX secolo.

Pur se molto lentamente e tra molte contraddizioni (anche a causa del retaggio coloniale e della sua collocazione nella divisione internazionale del lavoro) il mondo musulmano non ha smesso di svilupparsi su basi capitalistiche, e le forti tensioni sociali che lo attraversano testimoniano lo scontro tra due faglie storico-sociali: una ancorata al passato (vedi ad esempio alla voce rendita petrolifera e al suo uso molto parassitario e poco produttivo dal punto di vista capitalistico), l’altra attratta dal futuro, ossia dall’Occidente e dall’Estremo Oriente a capitalismo avanzato. La forza risultante è, almeno per adesso, quella del “compromesso storico” tra classi dominanti – e tra singoli spezzoni di esse – che spingono il processo sociale in opposte direzioni, magari nel nome dello stesso Dio, chiamato a santificare il sangue versato dalle impotenti masse sull’altare degli interessi materiali.

[1] P. Kennedy, Ascesa e declino della potenza navale britannica, p. 266, Rizzoli, 2010.
[2] S. P. Huntington, Lo scontro delle civiltà, p. 330, Garzanti, 1998.
[3] «Il vero criterio per stabilire la qualità dell’orgware è quello della prevedibilità dei comportamenti, che rende attendibili le persone e accresce l’affidabilità del sistema nel suo complesso. Comportamenti prevedibili, cioè in linea con le aspettative degli altri, indicheranno un’elevata qualità dell’orgware» (G. Fodella, Fattore Orgware, p. 21, Garzanti, 1993). La standardizzazione delle persone, sotto tutti i punti di vista, è indubbiamente un indice di alta qualità dell’orgware. «Ma l’umano-diversità non ci scapita?» Siamo realisti!
[4] Grandeur francese e mutismo pacifista, 15 gennaio 2013. Disponibile sul Blog.
[5] B. Ghalioun, Islam e islamismo. La modernità tradita, p. 5, Editori Riuniti, 1998.
[6] «La miseria religiosa è insieme l’espressione della miseria reale e la protesta contro la miseria reale. La religione è il sospiro della creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, così come è lo spirito di un mondo senza spirito. Essa è l’oppio del popolo» (K. Marx, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel, p. 162, Editori Riuniti, 1983). Qui Marx condanna in primo luogo e fondamentalmente non l’oppio, che allevia le sofferenze, generando le “controindicazioni” connesse all’uso di droghe; ma la società disumana che crea sempre di nuovo il bisogno di sostanze idonee a lenire le sofferenze della «creatura oppressa», del non-ancora-uomo.

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