C’ERA UNA VOLTA IL PAPA VENUTO DAL FREDDO

imgresizeScrive Toni Negri: «Più di vent’anni fa uscì l’enciclica Centesimus Annus, del Papa polacco, in occasione del centenario della Rerum Novarum – era il manifesto riformista, fortemente innovatore, di una Chiesa che si voleva ormai sola rappresentante dei poveri dopo la caduta dell’impero sovietico. A quel documento, i miei compagni parigini di Futur Antérieur ed io dedicammo un commento che era insieme un riconoscimento ed una sfida: lo intitolammo “La V Internazionale di Giovanni Paolo II”. Riprendiamo il documento qui sotto» (L’abdicazione del Papa tedesco, Uninomade, 16 febbraio 2013).

L’interessante articolo dell’ottimista rivoluzionario ad oltranza [*] mi ha ricordato che anch’io allora mi cimentai con l’enciclica promulgata l’1 maggio 1991dal Papa «venuto dal freddo», scrivendo qualche giorno dopo un articolo (Vade retro, Marx!) per una modestissima rivista locale (Filo Rosso). Ecco qualche passo del vetusto articolo, giusto per “ammazzare il tempo” in attesa del prossimo epocale (?) conclave.

Vade retro, Marx!
Il vescovo di Catania Monsignor Bommarito ha definito la Centesimus Annus nei termini di «un dono della Sacra provvidenza». Ebbene, noi non sappiamo se l’ultima enciclica del Papa ha davvero qualcosa a che fare col Padre Eterno; certo è che per il “popolo di sinistra” essa è arrivata al momento opportuno, un po’ come la biblica manna che cadde dal cielo per saziare l’affamato e reietto Popolo Eletto in viaggio lungo il deserto. L’enciclica è senz’altro apparsa ai tanti naufraghi della sinistra, più o meno “storica” (ma converrebbe definirla piuttosto… stoica), come la fune di salvataggio da afferrarsi istintivamente, senza alcuna esitazione, allo scopo  di scongiurare l’imminente annegamento.

Solo in questo modo si può spiegare l’entusiasmo, che a tratti smotta verso la vera e propria apologetica, con cui, ad esempio, Il Manifesto ha accolto la pubblicazione della Centesimus Annus di «Wojtyla l’anticapitalista», a dimostrazione non solo della sua assoluta estraneità al comunismo, cui il giornale dice di richiamarsi, ma della sua incomprensione circa il ruolo che la Chiesa si candida a recitare nel nuovo contesto geopolitico creato dal miserabile crollo dell’alleanza imperialistica centrata sull’ex patria del «socialismo reale». Incomprensione che si era palesata già ai tempi della guerra del Golfo, quando il «Pontefice pacifista» a momenti rischiò l’iscrizione d’ufficio a Rifondazione Statalista o a Democrazia Proletaria.

Incapaci e timorosi di guardare avanti senza i veli di una confortevole ideologia (d’accatto); orfani di miti schifosamente reazionari, sconfitti sul piano politico dal loro eterno avversario (il Capitalismo? No, la Democrazia Cristiana!), i papisti di sinistra si attardano su posizioni nostalgiche, e il loro sguardo volto ancora al passato incrocia l’ammiccante e seducente prosa del Papa polacco, «venuto dal freddo» giusto per scaldare i cuori della «creatura oppressa» – dalle macerie post-sovietiche che le sono rovinate addosso! Un po’ di cristiano conforto a chi è impegnato nell’elaborazione del lutto: il tempismo dei Sacri Palazzi è davvero ammirevole!

Del tutto incuranti di trovarsi al centro del ridicolo, i papisti sinistrorsi naturalmente si sforzano di dimostrare che è stato il Polacco a spostarsi, sebbene con alcune “ambiguità”, «a sinistra», così da avere «accanto a noi, nelle battaglie contro le disumane oppressioni del capitalismo, un alleato, e così è stato anche per la guerra del Golfo» (F. Gentiloni, Il Manifesto, 3 maggio 1991). Eppure nemmeno a un bambino sfugge il fatto che sono stati loro, i papisti con falce e martello, a scivolare ingloriosamente, e coerentemente, sul terreno del Santissimo Padre, riprendendo peraltro quelle posizioni di anticapitalismo reazionario, ossia passatista, che il Vaticano rigettò nel 1891 con la Rerum Novarum. Ma ancora non siamo al fondo del baule.

Lo tocchiamo, il fondo, proprio quando qualche intellettuale sinistrorso si prende la briga di difendere il “marxismo” (sic!) dalle pesanti accuse mossegli dal Pontefice nelle vesti di Pubblico Ministero della storia. Dopo la miracolosa guarigione seguita all’attentato di dieci anni fa, il Santo Padre sente evidentemente di dover compiere una missione per conto dell’Altissimo, e in questo sforzo egli si compiace di non lesinare alcuna energia. Dinanzi al suo fervore ideologico la difesa d’ufficio di quegli avvocaticchi si rivela una pietosa resa incondizionata.

È il caso di Mario Tronti, il quale nella sua infinita e disarmante ingenuità non riesce a spiegarsi perché «c’è una vera e propria ossessione del marxismo in questo papa polacco», salvo poi ammette, con ciò confermando le tesi dell’”ossesso”, «che nella storia del movimento operaio, nell’attrezzatura teorica del marxismo, nelle esperienze pratiche dei comunisti c’è una disattenzione all’uomo» (Il Manifesto, 5 maggio 1991). Che «errore antropologico»!

Nel cosiddetto marxismo mancherebbe dunque l’uomo, il quale sarebbe invece al centro della riflessione cristiana riproposta dal Papa. È la stessa tesi, espressa con un taglio nettamente filo-papista, da Carlo Cardia su L’Unità del 3 maggio: «La grande utopia è stata delineata. Sulle ceneri del comunismo – sconfitto dalla storia perché non sopprime l’alienazione, ma piuttosto l’accresce, aggiungendovi la penuria delle cose necessarie – può costruirsi un mondo nuovo che abbia per fine lo sviluppo integrale dell’uomo».  Lasciamo perdere Cardia, in competizione con Massimo Cacciari per l’attribuzione dell’ambito premio Papista dell’anno; ma come può uno come Tronti, che dice di scendere in campo per difendere le ottime ragioni del “marxismo”, sostenere che in quest’ultimo in effetti l’uomo, in quanto singolare individualità, recita un ruolo del tutto marginale? Ma di che “marxismo” stiamo parlando? Non sa il “marxista” Tronti che l’uomo e i suoi «molteplici e multiformi bisogni» (non solo quelli connessi alla sua nuda esistenza biologica: Non di solo pane vive l’uomo!) stanno al centro degli scritti marxiani? […]

La riflessione anticapitalista di Marx ha infatti al centro l’uomo: l’uomo negato nell’attualità del dominio sociale, e l‘uomo come stupenda possibilità radicata in quello stesso dominio, ma che può inverarsi solo attraverso il superamento rivoluzionario di esso. E quando dico uomo intendo dire individuo, l’uomo colto proprio nella sua singolarità esistenziale e nel necessario rapporto con la sua comunità. Oggi l’individuo vive una condizione di atomizzazione che ne fa una piccola e nient’affatto indispensabile rotellina del mostruoso ingranaggio sociale. L’esaltazione ideologica dell’individuo, molto spinta nel marketing, è una miserabile foglia di fico che non riesce a nascondere neanche un po’ il reale annichilimento di ogni vera individualità. Nella Società-Mondo del XX secolo la standardizzazione degli individui non è un’ipotesi, ma un fatto compiuto, peraltro già abbastanza vecchio e noto. Noto ma non conosciuto nella sua tragica radicalità.

«Sotto il dominio della borghesia gli individui sono più liberi di prima, nell’immaginazione, perché per loro le loro condizioni di vita sono casuali; nella realtà sono naturalmente meno liberi perché più subordinati a una forza oggettiva» (K. Marx, L’ideologia tedesca, Op. Marx-Engels, V, p. 64, Editori Riuniti, 1972). Ebbene questa mancanza di reale libertà è la cifra più autentica della disumanizzazione che afferra tutti gli individui, ridotti a quella condizione “atomica” che ha reso possibile la nascita della società di massa. Ancora una volta, nella disumanità universale non tutte le vacche sono nere, ma spicca la condizione particolarmente abietta dei salariati, non a caso descritta da Marx come sentina di ogni miseria sociale – non solo economica, ma esistenziale nell’accezione più propria e radicale del concetto. Che da quella sentina possa emergere il soggetto sociale della rivoluzione anticapitalista è cosa che gli indigenti di dialettica non capiranno mai.

Umano, fin troppo umano!

Umano, fin troppo umano!

Il punto di vista marxiano è insomma umano, non «proletario» o «operaio» (figuriamoci se «operaista»!): solo perché ha conquistato quella prospettiva egli ha potuto capire che «il proletariato, emancipando se stesso, emancipa l’intera umanità». Marx ha cioè superato tanto l’astratto umanitarismo illuminista e progressista dei suoi tempi, compreso quello più radicale (Feuerbach), quanto il punto di vista rozzamente comunista di chi idolatrava la figura del proletario salariato come novello Cristo inchiodato alla croce dello sfruttamento capitalistico. […]

Evidentemente Tronti e compagnia brutta hanno dinanzi agli occhi il miserabile «uomo nuovo» partorito con dolore in Russia e Cina, patrie del Capitalismo di Stato contrabbandato in guisa di «socialismo reale»: un “uomo” fatto per sgobbare, ubbidire e comprimere il più possibile ogni sorta di bisogno, in spregio al «consumismo capitalistico» (sic!) e all’«individualismo borghese» (doppio sic!). Se questo è un uomo!

Ecco perché per elaborare una corretta critica delle tesi «anticomuniste» del Papa e dei papisti, numerosi a “destra” come a “sinistra”, occorre prima far luce sul presupposto da cui essi muovono, ossia sul presunto crollo del comunismo, il quale non è crollato semplicemente perché non è mai esistito, da nessuna parte, nemmeno come ipotesi.[…]

È proprio la crisi dei falsi miti stalinisti (e maoisti), che nei decenni della «Guerra Fredda» hanno svolto un’efficace funzione ideologica al servizio dell’Imperialismo Russo, che sta spingendo il Vaticano a proporsi con sempre maggiore decisione come la sola alternativa possibile in un mondo che annichilisce ogni anelito di umanità. «Nella cornice di un mondo non più diviso in blocchi … il Papa sente di poter esercitare una leadership non solo morale e complementare, ma politico-ideologica e alternativa» (P. Galimberti, La Repubblica, 3 maggio 1991). Di qui l’iperattivismo di Woytila, analogo per certi versi a quello di Cossiga sul piano politico-istituzionale. Crollata la Chiesa di Mosca, che tanto bene aveva lavorato per conto del Dominio (non del Demonio, Santissimo Padre!), la Chiesa di Roma guarda con speranza, ma anche con qualche apprensione, all’uscita delle pecorelle smarrite dal rassicurante recinto “comunista”. […]

487px-Papst_Leo_XIIIIl robusto filo nero che lega la Rerum Novarum alla Centesimus Annus, passando per la Quadragesimo Anno del 1931 e la Laborem Exercens del 1981, non è tanto l’avversione del conflitto sociale in sé, del quale anzi si riconosce la necessità e persino l’utilità in chiave riformista; è piuttosto la paura nei confronti di un conflitto sociale orientato coscientemente in direzione di una rottura rivoluzionaria dello status quo.  Anche se nulla oggi lascia immaginare scenari rivoluzionari, almeno nel breve e medio periodo, la classe dominante agisce istintivamente in chiave difensiva, elaborando strategie di ampio respiro, in modo da subire il meno possibile le incognite immanenti al processo sociale. Il movimento operaio, diceva leone XIII e dice oggi il Papa polacco, è «cosa bella e buona», e pure degne di lode e rispetto sono le sue organizzazioni sindacali e di mutuo soccorso, soprattutto se di orientamento cattolico; ma esso è stato tentato e in parte corrotto dal serpente velenoso dell’invidia di classe, e così nel suo seno si è fatta strada la maligna idea di un impossibile paradiso terrestre [**].

Insomma, ciò che ancora inquieta la classe dominante non è il corpo del proletariato, la sua dimensione sociologica, ma lo spirito rivoluzionario che può nuovamente possederlo e guidarlo verso avventure nefaste per l’«ordine naturale delle cose». Un proletariato senza spirito, acefalo, magari in grado di sferrare pugni e calci ma incapace di fissare l’orizzonte e di correre a perdifiato verso la luce, non fa paura. “Marxista” involontario, Woytila intuisce che tale corsa liberatrice è ancora possibile, nonostante la preziosa opera svolta dallo stalinismo nel corso di oltre sessant’anni contro la stessa idea di emancipazione. Non si capirebbe altrimenti il motivo del suo meticoloso accanimento contro un «cane morto». Non si uccide un «cane morto», soprattutto se il suo nome è Marx: Vade retro!

Per quanto riguarda i “marxisti” colpiti dalle macerie del Muro di Berlino e bagnati dal sangue versato a Piazza Tienanmen, conviene stendere un velo pietoso, e lasciarli al loro grigio destino di orfani alla ricerca di nuovi miti ultrareazionari da consacrare sull’altare dell’ennesima “rivoluzione”.

[*] «La discontinuità prodotta dall’abdicazione di Benedetto susciterà effetti di rinnovamento quando ad essa si accompagnerà il rifiuto di rappresentare la “Chiesa dell’Occidente”. È forse giunto il momento di distruggere quest’identità sulla scia di quanto aveva proposto la Centesimus Annus più di vent’anni fa, e di riconoscere ai lavoratori l’identità di sfruttati, in Occidente, dall’Occidente. Ma se il Papa polacco di allora non ci riuscì, è dubbio che possa riuscirci un suo allievo dal debole carisma. L’opera è dunque affidata ai cristiani. E a tutti noi» (T. Negri). Mi vien voglia di candidarmi al Sacro Soglio Romano, magari solo per disturbare la candidatura del Cardinale Rosso di Padova: sarebbe possibile? In fondo sono un ateo, non un ateista…

[**] Scriveva Leone XIII a proposito della Questione Operaia: «Questione difficile e pericolosa. Difficile, perché ardua cosa è segnare i precisi confini nelle relazioni tra proprietari e proletari, tra capitale e lavoro. Pericolosa perché uomini turbolenti ed astuti, si sforzano ovunque di falsare i giudizi e volgere la questione stessa a perturbamento dei popoli. A rimedio di questi disordini, i socialisti, attizzando nei poveri l’odio ai ricchi, pretendono si debba abolire la proprietà, e far di tutti i particolari patrimoni un patrimonio comune, da amministrarsi per mezzo del municipio e dello stato» (Rerum Novarum, Libreria Editrice Vaticana). In questa critica si può anche cogliere la piega municipalista e statalista che prese il socialismo alla fine del XIX secolo, a dimostrazione che nel movimento operaio si affermarono le posizioni lassalliane, non quelle marxiane. Anche per questo Marx volle precisare di non essere un marxista. Dopo Lassalle venne Stalin, ed ecco perché afferro la pistola tutte le volte che qualcuno mi dà del marxista: «Marxista sarà lei, si informi!»

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