ANALISI (SEMISERIA) DEL VOTO

GLEZ-beppe-grillo_0Mi fanno scompisciare dal ridere tutti quegli insulsi sinistrorsi che in queste ore di sgomento e di dolore post-elettorale («Hanno vinto due buffoni!») stanno cercando di dimostrare ai «grillini in buona fede» che Grillo e Casaleggio, «due ricchi sessantenni provenienti dalle industrie dell’entertainment e del marketing» (Wu Ming), non intendono in alcun modo porsi alla testa di un processo rivoluzionario anticapitalista, né di un movimento di protesta sociale autenticamente progressista, se non proprio rivoluzionario. È ora che la base del M 5 S capisca che i «due guru miliardari» hanno ricevuto dagli oscuri poteri della conservazione l’incarico di sabotare una possibile soluzione rivoluzionaria della crisi italiana. Nientemeno!

«Nonostante le apparenze e le retoriche rivoluzionarie … il movimento 5 stelle ha difeso il sistema … Noi crediamo che negli ultimi anni Grillo, nolente o volente, abbia garantito la tenuta del sistema» (Wu Ming, Internazionale, 26 febbraio 2013). Domanda nient’affatto pignola: a quale rivoluzione, ancorché apparente e retorica, si allude?  A quale sistema si fa riferimento?

«In questo Paese abbiamo messo all’ordine del giorno la legalità». «Da oggi non mi vergogno più di essere un italiano». «L’onestà andrà di moda». «Noi appoggeremo tutte le buone proposte, da qualunque parte esse arriveranno. Il nostro è un movimento che non ha nulla a che fare con le vecchie ideologie: per noi destra e sinistra pari sono. Solo le idee contano». «Non siamo contro l’Europa, ma contro quest’Europa a trazione tedesca». «Ha vinto l’Italia dei beni comuni, della legalità e della meritocrazia». Ho riportato alcune dichiarazioni post-elettorali rilasciate “a caldo” dai militanti e dai leaders “a 5 stelle”.  Ora, parlare di onestà, legalità, beni comuni, meritocrazia e quant’altro equivale forse a evocare, sebbene in forma fittizia e retorica, la rivoluzione? Lo capisco, le parole, soprattutto quelle che rimandano a concetti fondamentali, sono state ridotte a poltiglia buona per il marketing, anche per quello politico, tant’è che «fare la rivoluzione» è stato il mantra della fetida campagna elettorale che ci sta alle spalle: c’è chi la voleva «civile», chi l’auspicava «responsabile», ovvero «meritocratica», «liberale», «morale», «berlusconiana», «antiberlusconiana», «vaffanculista» ecc., ecc., ecc. Alla fine, quasi intimidito, solo chi scrive si è voluto tenere alla larga da quel termine tanto abusato e inflazionato: sputtanato, se posso concedermi la finezza semantica. E difatti ho perso le elezioni, come sempre!

«Assistiamo increduli e felici ad un ritorno inatteso, addirittura impensabile nell’epoca della “morte della storia” e del “comunismo”: quello della rivoluzione, come concetto, come evocazione storica e provocazione politica. L’incredulità deriva dal vedere questa straordinaria parola venir portata agli onori della cronaca politica non dai soliti quattro gatti dell’eversione, più o meno sedicente, ma dagli esponenti politici e intellettuali della classe dominante. Persino la più alta carica della Repubblica sembra trovare gusto nel gioco pericoloso dell’apprendista stregone, visto che “esterna” rivoluzioni in tutte le salse: politica, istituzionale, morale, culturale. È un dilagare di rivoluzione!» Questo scrivevo su Filo Rosso nel remoto ottobre 1991 in un articolo che guarda caso portava come titolo Rivoluzione! Era il tempo della «Rivoluzione morale» guidata dai giudici e dai politici dalle mani pulite. Un periodo che presenta molte analogie con l’attualità. Poi, del tutto inattesa, arrivò la «Rivoluzione liberale» di Silvio Berlusconi, talmente rivoluzionaria e così liberale da scaldare il cuore di freddi intellettuali già “marxisti” del calibro di un Lucio Colletti. Sembra che gli italiani non possano fare a meno di darsi alla “rivoluzione” almeno ogni vent’anni. Siamo fatti così!

A proposito di “rivoluzione”, questa volta «civile». Il simpatico eroe dei due mondi (Ingroia) ha dichiarato dopo l’epocale batosta elettorale che «la nostra rivoluzione civile non si ferma qui». Pare che le classi dominanti del pianeta hanno accolto la scioccante dichiarazione dell’ex Toga Rozza con un urlo di paura che ha scosso il sistema dalle fondamenta.  Checché ne dica l’impareggiabile parodia di Crozza.

Il salumiere smacchiato e pettinato.

Il salumiere smacchiato e pettinato.

E qui ritorniamo al punto: di quale sistema Grillo avrebbe garantito la tenuta? Si allude alla «partitocrazia»? al «sistema della casta», alla «Seconda Repubblica?» al Capitalismo, al…? Un momento: si tratta forse del sistema capitalistico? Nientedimeno! Certo, chi scorge delle scintille che potrebbero ancora «incendiare la prateria» negli Indignados, in Occupy, nelle «primavere» di Tunisi, del Cairo, di Atene e negli altri «movimenti moltitudinari 2.0» – più o meno immaginari – che scuotono (?) il mondo, può in effetti concedersi il lusso di presentare l’operazione di Grillo e Casaleggio alla stregua di uno specchietto per le allodole avente la funzione di scaricare in chiave di conservazione sociale tensioni e istanze altrimenti ingestibili dal «sistema».

D’altra parte, il «sistema» trova sempre il modo di dare un’espressione politica alle tensioni, alle contraddizioni e ai bisogni sociali, salvo ovviamente nel caso in cui le classi dominate abbandonano l’escrementizio terreno delle compatibilità, della responsabilità nazionale e del «Bene Comune», ossia nel caso in cui acquista un senso scomodare la nota (ma evidentemente non compresa) parolina: rivoluzione.

«Può un movimento nato come diversivo diventare un movimento radicale che punta a questioni cruciali e dirimenti e divide il “noi” dal “loro” lungo le giuste linee di frattura? Perché accada, deve prima accadere altro. Deve verificarsi un Evento che introduca una discontinuità, una spaccatura (o più spaccature) dentro quel movimento. In parole povere: il grillismo dovrebbe sfuggire alla “cattura” di Grillo. Finora non è successo, ed è difficile che succeda ora. Ma non impossibile. Noi come sempre, “tifiamo rivolta”. Anche dentro il Movimento 5 stelle». Come si fa a non invidiare l’ottimismo rivoluzionario di chi mostra di saperla assai lunga in fatto di dialettica dei processi sociali? Veramente, m’inchino al cospetto di cotanta Scienza dell’Ottimismo Rivoluzionario!

Lo schema concettuale appena citato mi ricorda un po’ le risibili illusioni di chi si collocava a “sinistra” del PCI, illusioni che si fondavano sulla presunta divaricazione tra il vertice «corrotto e ormai venduto alla borghesia» di quel partito e la sua base presunta «dura e pura» che bisognava solo liberare dai «corrotti e imborghesiti» leaders perché esprimesse tutta la sua carica rivoluzionaria. In realtà il PCI era un movimento politico borghese al suo vertice come nella sua base (borghese, beninteso, dal punto di vista politico e sociale, non da quello politologico e sociologico), un partito del tutto simile all’odiata Democrazia Cristiana per ciò che riguarda l’essenziale. Ecco perché dal mio punto di vista non ha alcun senso contrapporre la “destra” alla “sinistra” come se si trattasse di entità fra loro incompatibili persino sul piano antropologico – ancora oggi molti sinistrorsi credono di non avere nulla a che fare con la «sottospecie» berlusconiana, notoriamente incivile, ladra, lasciva e ignorante per dotazione cromosomica.

Ciò che più irrita il sinistro senza se e senza ma è appunto il fatto che il M 5 S rende evidente questa comunanza radicale, sostanziale, tra “destra” e “sinistra”, che esso esprime, sul piano ideologico, come «superamento delle vecchie ideologie».  Destri e sinistri si collocano, con funzioni, interessi, politiche e orpelli ideologici diversi, sullo stesso terreno: quello del Bene Comune del Paese, ossia della conservazione sociale. Ecco perché chi si colloca sul terreno opposto, se ne infischia altamente di etichette e collocazioni topografiche che oggi non hanno alcun senso: basti pensare che persino Diliberto e Ferrero possono definirsi “comunisti” senza temere di venir precipitati seduta stante  da un Dio benigno e misericordioso nel girone infernale dei millantatori di professione. Ebbene, da oggi mi dichiaro un anticomunista sfegatato, se è possibile più di Silvio, e ho detto tutto…

ITALY-CULTURE-CARNIVALScriveva ieri Massimo Gramellini: «A Torino [nel M5S] ci trovi (anche) i centri sociali che vogliono abbattere il capitalismo, a Bergamo i padroncini in lotta con Equitalia, a Palermo i disperati e gli allergici a qualsiasi forma di oppressione pubblica e privata. Ovunque c’era un malessere, Grillo gli ha messo a disposizione un format e una faccia, la sua» (La Stampa). Questo la dice lunga tanto intorno ai «due ricchi sessantenni provenienti dalle industrie dell’entertainment e del marketing» (il riferimento al conto in banca e all’età dovrebbe squalificare i capi del M 5 S agli occhi dei giovani diseredati del Movimento), quanto, soprattutto, sulla concezione “anticapitalista” dei centri sociali. Controprova? Eccola: «Leggo ora su Internazionale che i wu ming si lamentano del fatto che il movimento di Beppe Grillo amministra l’assenza di movimento in Italia. Ragionamento bislacco davvero. Dal momento che la società italiana è incapace di muoversi allora debbono stare tutti fermi? Dal momento che gli amichetti di wu ming sono stanchi allora tutto deve restare ad attendere i tempi del loro risveglio? Fate movimento invece di lamentarvi perché qualcun altro lo fa al posto vostro, magari in maniera un po’ più rozza di come piacerebbe ai raffinati intellettuali» (Franco Berardi, Facebook).

Il movimento è tutto, si diceva un tempo. L’importante è menare le mani, più o meno metaforicamente, creare casino, vaffanculare a destra e a manca, insomma mimare la “Rivoluzione”, come ai bei tempi dell’«Assalto al Cielo» teorizzato da Negri e soci. Dove c’è movimento, c’è Rivoluzione! Quantomeno non ci si annoia… Di qui, fra l’altro, il successo che negli anni Venti ebbe il fascismo presso non pochi socialisti desiderosi di «fare qualcosa», a prescindere, per dirla con il grande comico – Totò, non Grillo. Signori, qui è il pensiero che bisogna fare muovere, tanto per cominciare!

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5 thoughts on “ANALISI (SEMISERIA) DEL VOTO

  1. “In Italia ci sono due blocchi sociali. Il primo, che chiameremo blocco A, è fatto da milioni di giovani senza un futuro, con un lavoro precario o disoccupati, spesso laureati, che sentono di vivere sotto una cappa, sotto un cielo plumbeo come quello di Venere. Questi ragazzi cercano una via di uscita, vogliono diventare loro stessi istituzioni, rovesciare il tavolo, costruire una Nuova Italia sulle macerie. A questo blocco appartengono anche gli esclusi, gli esodati, coloro che percepiscono una pensione da fame e i piccoli e medi imprenditori che vivono sotto un regime di polizia fiscale e chiudono e, se presi dalla disperazione, si suicidano. Il secondo blocco sociale, il blocco B, è costituito da chi vuole mantenere lo status quo, da tutti coloro che hanno attraversato la crisi iniziata dal 2008 più o meno indenni, mantenendo lo stesso potere d’acquisto, da una gran parte di dipendenti statali, da chi ha una pensione superiore ai 5000 euro lordi mensili, dagli evasori, dalla immane cerchia di chi vive di politica attraverso municipalizzate, concessionarie e partecipate dallo Stato. L’esistenza di questi due blocchi ha creato un’asimmetria sociale, ci sono due società che convivono senza comunicare tra loro. Il gruppo A vuole un rinnovamento, il gruppo B la continuità.”
    complimenti per l’articolo, senz’altro condivisibile. ps ho copiato la foto del giaguaro…
    [dal Blog grillo] UN’analisi un pò stringata ma senz’altro da ponderare…

  2. Pingback: ANALISI (SEMISERIA) DEL VOTO | gazzellanera

  3. non mi aspettavo che i ceti produttivi del nord votassero in massa PDL ( e non Lega, la sinistra invece non la vogliono neppure sentir nominare), mentre sapevo che avrebbero eletto Maroni (ottima strategia la sua). Fermare il declino (figuraccia a parte) poteva parlare il loro linguaggio, invece niente. La zona più ricca d’Italia ha bisogno di risposte, ma continua a rivolgersi, oramai è appurato, a chi non gliele può dare.

  4. Quel che scrivi, Dariaccio, è contestabile: proprio il particolare tessuto economico italiano fa del Settentrione il perfetto bacino d’elettori del PdL. Le piccole e medie imprese, nerbo e difetto di quest’economia, tra evasione di sopravvivenza e di competitività hanno tutto l’interesse a una politica di «europeismo debole» (quando non smaccatamente sovranista) e di tolleranza all’illegalità fiscale, e certo di discreto sostegno statale alla domanda (dal piccolo e grand’appalto, finito o infinito, all’elefantiasi burocratica —dipendenti pubblici, mecato interno del Mezzogiorno— la cui improduttività si rovescia in produttività «realizzando il plusvalore» nel consumo).

    Caro Isaia, ho visto questo stesso articolo attirarsi alcuni strali d’ironia, pare perché formalmente non troppo perspicuo, in sinistrainrete.info. Ti fo un invito leggero a intervenire per chiarirne i punti principali.

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