LA CITTADINA ROBERTA E I SACERDOTI DELL’ANTIFASCISMO

M5S-Blog-di-Roberta-LombardiIeri il Soviet (o Conclave) dei cittadini grillini eletti al Parlamento italiano ha scelto Roberta Lombardi come prossima capogruppo del Movimento 5 Stelle alla Camera. L’epocale evento ha subito rianimato i sinistrorsi italici in debito d’ossigeno dopo la recente e cocente catastrofe elettorale: «La Lombardi? Ma non è quella che ha difeso Casapound e tessuto gli elogi al fascismo? Ecco in che mani si sono messi tanti compagni in buona fede!»

Incuriosito dalla scabrosa faccenda sono andato a esaminare il corpo del reato depositato sul Blog di Roberta Lombardi. In effetti, che scandalo! Per me? No, per i sinistrorsi e per tutti i «sinceri democratici».

Vediamo qualche passo che gronda “revisionismo storico” da tutte le parti: «L’ideologia del fascismo, prima che degenerasse, aveva una dimensione nazionale di comunità attinta a piene mani dal socialismo, un altissimo senso dello Stato e la tutela della famiglia». In effetti, qui la cittadina Roberta sembra esternare un pensiero assai omogeneo a quello espresso dal cittadino Silvio alla vigilia delle ultime elezioni («Il fascismo qualcosa di buono l’ha pure fatto»), e già solo per questo per la tifoseria antiberlusconiana la neo-statista meriterebbe quantomeno la fucilazione mediatica. I proiettili veri sono da taluni riservati in esclusiva al Cavaliere Nero di Arcore, ancora in sella nonostante tutto, a dimostrazione di quanto la «corruzione politica e morale» sia ancora ben radicata nel ventre molle del Bel Paese. Naturalmente faccio della facile, e mi rendo conto assai irritante ironia ai danni degli eticamente corretti, nonché dei zelanti salvatori della Patria. Adesso mi si consenta una breve divagazione storica.

La tesi secondo la quale il fascismo ebbe «una dimensione nazionale di comunità attinta a piene mani dal socialismo» è tutt’altro che nuova, ed è ridicolo rubricarla come «revisionista» solo perché disturba i sacerdoti dell’antifascismo di professione. È invece importante comprendere la radice storica di quella tesi, la quale si basa su una lettura del socialismo quale venne a consolidarsi in Europa, soprattutto in Germania, alla fine del XIX secolo (Engels ancora in vita) in netta opposizione alla concezione comunista marxiana.

In estrema sintesi, una parte sempre più cospicua del socialismo europeo aderì, se non “di diritto” certamente “di fatto”, alle concezioni stataliste di F. Lassalle e a quelle comunitariste di F. Tönnies. Può forse essere utile ricordare la distinzione teorizzata da Tönnies tra comunità e società (Ge­meinschaft und Gesellschaft, 1887), l’una intesa come «forza e simpatia sociale che tiene insieme gli uomini come membri di un tutto», l’altra concepita come un artificiale agglomerato di «individui che sono non già essenzialmente legati, bensì essenzialmente separati»: «La comunità è antica, mentre la società è nuova […] La comunità è la convivenza durevole e genuina, la so­cietà è soltanto una convivenza passeggera e apparente. È quindi coerente che la comunità debba essere intesa come un organismo vivente, e la società, invece, come un aggregato e prodotto meccanico» (Comunità e società). Come scriveranno Horkheimer e Adorno, «Questo schema pericolosamente semplice, benché in senso del tutto diverso da quello cui mirava il Tönnies, ritorna nel Terzo Reich come contrapposizione propagandistica di “comunità di stirpe ariano-germanica” e “società atomizzata giudeo-occidentale”» (Lezioni di sociologia). L’angoscia indotta da potenze sociali sempre più forti e sfuggenti, e la paura nei confronti di una società sempre più massificata e atomizzata, due facce della stessa medaglia capitalistica, già alla fine del XIX secolo generarono quel dibattito centrato sulla falsa contrapposizione di Cultura (Kultur) e Civilizzazione (Zivilisation) che, mutatis mutandis, riempie ancora oggi numerose riviste specializzate e corposi libri.

L’adesione della parte maggioritaria della socialdemocrazia occidentale alla Grande Guerra, anche sotto forma di «neutralità attiva e operante», va inscritta nel quadro di una progressiva “deriva” teorica e politica che  svuotò il progetto socialista di ogni autentico contenuto classista e rivoluzionario. Non c’è dubbio che lo sviluppo nel seno del movimento operaio europeo di concezioni “comunitariste” di stampo precapitalistico (ma sul piano della prassi molto funzionali allo sviluppo capitalistico) e di concezioni stataliste («la fede del suddito verso lo Stato», per dirla con l’ubriacone di Treviri) ebbe una parte non marginale in quella “degenerazione” che fece del socialismo «responsabile» (per usare un termine oggi molto di moda) di fine Ottocento inizio Novecento una potente forza controrivoluzionaria.

8Che un “socialista massimalista” come Mussolini, assai indigente sul piano dottrinario (d’altra parte, già Antonio Labriola aveva capito che, salvo rare eccezioni, il socialismo all’italiana non era una cosa seria) ma molto versato sul terreno della propaganda e dell’organizzazione, potesse concepire il Fascismo, almeno fino alla Marcia su Roma, come un coerente sviluppo del Socialismo, ossia del “socialismo” comunitarista e statalista che negava in pieno la concezione marxiana della storia e della lotta di classe, ebbene ciò non appare come qualcosa di incomprensibile. Tutt’altro! Ma ritorniamo, brevemente, all’oggi.

Agli indignati antigrillini ricordo che Il Manifesto stigmatizzò la scelta di Fini di dar vita ad Alleanza Nazionale proprio perché la nuova formazione politica «svendeva l’anima sociale» del Movimento Sociale Italiano, la quale evidentemente mal si conciliava con lo spirito liberista del Gran Puttaniere di Arcore. Dopo il Partito che fu di Berlinguer, e prim’ancora di Togliatti, anche il Partito che fu di Almirante si era convertito alla nuova «religione neoliberista» e alla nuova moda post-ideologica: che tempi! In fin dei conti, la cittadina Roberta si è limitata a rivendicare l’«anima sociale» del fascismo, sorto come strumento di controrivoluzione sociale e sviluppatosi anche come strumento di modernizzazione capitalistica: di qui, i “disdicevoli” elogi di Silvio.

D’altra parte, si può forse negare che il fascismo avesse «un altissimo senso dello Stato»? Per dirla con Grillo, quello fascista fu uno Stato «con le palle». Ma anche quello attuale non scherza, credetemi! Ed è proprio nelle sue parti basse che vorrei tanto colpirlo. E qui veniamo a un’altra “chicca”, presa sempre dal Blog della cittadina Roberta.

Eccola: «Se parliamo dei sindacati chiedendone l’abolizione, ti tacciano di voler tornare indietro alla rivoluzione industriale. Anche qui, i sindacati hanno esaurito una missione nel momento in cui si sono trasformati in grumi di potere che mercanteggiano soldi, cariche, proprietà con quelli che dovrebbero essere i loro interlocutori dall’altra parte della barricata ma che sono diventati i loro complici di inciuci alle spalle dei lavoratori. Non si tratta di negare la fondamentale funzione che storicamente hanno avuto, ma oggi non è più così e quindi meglio pensare a qualcosa di nuovo che tuteli i diritti dei lavoratori». È chiaro che alle orecchie di uno che, come il sottoscritto, ha sempre lottato contro il collaborazionismo della Trimurti Sindacale quelle parole non suonano affatto male, sebbene concepite nel contesto di una musica tutta inscritta nel Pentagramma del Dominio. Esse sollecitano piuttosto un maligno sorriso di approvazione, come dire, rivolto ai sacerdoti della tradizione sinistrorsa: mazziati persino dai grillini!

Distruggere il Pentagramma del Dominio. Scrivere un’altra musica. La musica della liberazione. Nota dopo nota.

Distruggere il Pentagramma del Dominio. Scrivere un’altra musica. La musica della liberazione. Nota dopo nota.

«Seconda questione, e questo per me è il punto fondamentale, sono 30 anni che fascismo e comunismo in Italia non esistono più». Qui mi dispiace correggerti, cittadina Roberta: detto che la democrazia nata dalla Resistenza è la continuazione del fascismo con altri mezzi, mi preme avvertirti che ciò che tu chiami “comunismo” non aveva nulla a che fare con il Comunismo. Ma se fior di intellettualoni “marxisti”  sono pronti a sbugiardarmi, nonostante i muri – di Berlino e di Pechino – presi sulla capa, si può forse mettere la croce addosso alla cittadina Roberta? Cittadini, io non me la sento!

Vedi anche L’eterno fascismo.

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3 thoughts on “LA CITTADINA ROBERTA E I SACERDOTI DELL’ANTIFASCISMO

  1. il togliattismo a sinistra forse non è proprio finito..
    tutto ciò che non si capisce (BR, Lega,Berlusca) è “fascista “, salvo poi scoprire che sono figli loro, e neanche illegittimi…

    • Come per la Lega antiberlusconiana ai tempi del “rospo” Dini: da nazista xenofoba a «costola della sinistra». Così, da un giorno all’altro, e sempre con la puzza sotto il togliattiano naso. Di qui, libri intitolati Perché noi di sinistra facciamo così tanta antipatia?
      Ciao!

  2. Ma porca troia ! Parlano di tutto: fascismo, tirano fuori i discorsi di Hitler, gli attacchi di Grillo ai sindacati e alle coperative, vandalismo sulla lapide di Picelli, la democrazia nel M5S, ma mai una volta che parlino se è il caso di ridimensionare le loro pretese in fatto di stipendi e pensioni. Partiamo da questo, altrimenti davvero arriveremo al fascismo pur di levarceli dai coglioni.

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