RICORDANDO EL PATRIOTA DI CARACAS

murales_chavez_500«Paracadutista con idee marxiste, Hugo Chávez aveva tentato un colpo di Stato nel 1992. Chávez è stato un presidente con una forte – per quanto a tratti confusa – impronta ideologica: si è ispirato al socialismo del XXI secolo, una dottrina filo-marxista elaborata dal filosofo tedesco Heinz Dieterich Steffan. L’altro suo riferimento è stato Simón Bolívar». Così Niccolò Locatelli su Limes. Sulla confusione ideologica dell’ex Presidente venezuelano non ho mai avuto dubbi. Com’è noto, è sul ”marxismo” e sul “socialismo del XXI secolo” di Chávez che ho nutrito forti perplessità, diciamo così. Per economia di pensiero ripubblico un mio post dell’ottobre 2012.

ch3Fra tutte le forme di superbia quella più a buon mercato è l’orgoglio nazionale … Ogni povero diavolo, che non ha niente di cui andare superbo, si afferra all’unico pretesto che gli è offerto: essere orgoglioso della nazione alla quale ha la ventura di appartenere (A. Schopenhauer, Il giudizio degli altri).

All’avviso di Jean-Luc Mélenchon, già candidato alle presidenziali francesi per il Front de Gauche, e Ignacio Ramonet, presidente onorario di Attac, «Chávez dimostra che si può costruire il socialismo nella libertà e nella democrazia». Di qui l’odio che la sua «rivoluzione bolivariana» suscita nei campioni del Capitalismo e dell’Imperialismo, a partire ovviamente dagli Stati Uniti. In che senso Chávez costruisce il «socialismo», beninteso «nella libertà e nella democrazia» (la coda di paglia del «socialismo reale» è dura a morire)? Ecco la risposta degli apologeti: «Ha riconquistato la sovranità nazionale. E, con essa, ha proceduto alla redistribuzione della ricchezza a favore dei servizi pubblici e dei dimenticati. Politiche sociali, investimenti pubblici, nazionalizzazioni, riforma agraria, quasi piena occupazione, salario minimo, imperativi ecologici, accesso alla casa, diritto alla salute, all’istruzione, alla pensione» (Perché Chávez?, Il Manifesto, 5 ottobre 2012).

Possono il Sovranismo, il nazionalismo, lo statalismo, un minimo sindacale di riformismo e un welfare basato sulla rendita petrolifera (vedi anche l’Iran di Ahmadinejad) giustificare cotanto entusiasmo “socialista”? Ovviamente no. Ma se poniamo mente al fatto che per il gauchismo di tutte le latitudini il Sovranismo, lo statalismo e il riformismo populista («andare al popolo!», di più: «servire il popolo!») sono sicuri indici di «socialismo», ancorché «reale», si comprende bene come non bisogna affatto stupirsi per l’ennesima infatuazione “socialista” del sinistrismo mondiale. Dalla Russia alla Cina (alcuni passando anche per la Jugoslavia e per l’Albania), da Cuba al Nicaragua, figli e nipotini dello stalinismo (soprattutto nelle sue varianti maoiste e terzomondiste, più “movimentiste”) non hanno fatto altro che cercare nel vasto mondo i segni di un «socialismo» e di un «antimperialismo» esistiti solo nella loro testa. Per questi personaggi il Paese che si schiera contro gli Stati Uniti e il «liberismo selvaggio» ha già compiuto ipso facto un passo avanti nella direzione del «socialismo» e della lotta «antimperialista». Il Paese che statalizza l’economia, riacquistando la sovranità nazionale “a 360 gradi”, si pone «contro le devastazioni del neoliberismo» e marcia speditamente verso il Sol dell’Avvenire.

«Chávez ha fatto sì che la volontà politica prevalesse. Ha addomesticato i mercati, ha fermato l’offensiva neoliberista e poi, attraverso il coinvolgimento popolare, ha fatto sì che lo Stato si riappropriasse dei settori strategici dell’economia. Ha riconquistato la sovranità nazionale». Ancora nel 2012 esistono su questo disgraziato pianeta persone che pensano che la «sovranità nazionale» sia un valore “socialista”! Peraltro il Venezuela ha sempre esibito un alto tasso di sovranismo, come dimostrò ad esempio durante la guerra delle Falkland del 1982, allorché fu il solo Paese Americano-Latino che sostenne davvero le ragioni dell’Argentina contro l’Inghilterra.

Ma mi faccia il piacere!

Ma mi faccia il piacere!

Scriveva Maurizio Stefanini nel 2003, anno critico per il caudillo di Caracas: «In concreto, la politica economica espressa nel Plan Bolívar 2000 non va oltre un misto tra New Deal e peronismo … Ma quando all’inizio del 2002 il calo dei prezzi del greggio lo ha costretto, anche Chávez si è piegato a una politica di rigore economico relativamente ortodossa» (La geopolitica di Chávez tra Bolívar e petrolio, Limes, 1-2003). La “pace sociale” e le fortune di tutti i regimi che si sostengono sulla rendita petrolifera sono legate al prezzo del greggio, che non deve scendere sotto gli 80 dollari al barile. In generale, questo discorso vale per tutti i Paesi la cui economia si basa sulla vendita delle materie prime: vedi, ad esempio, la Russia di Putin. Giustamente il leader venezuelano sostenne nel 2000, nel momento in cui Chávez avviò la sua nuova geopolitica del petrolio, che portò il Venezuela a schierarsi al fianco dei «falchi» dell’Opec (Libia, Iran e Iraq) contro le «colombe» (Arabia saudita, Kuwait, Qatar ed Emirati Arabi Uniti), «Che qualsiasi diminuzione del livello di prezzi attuale sarebbe per il Venezuela una sentenza di morte». In quel periodo il prezzo del greggio oscillava intorno alla drammatica soglia di 22 dollari al barile. In tutti questi anni l’attivo Chávez ha cercato di ricompattare l’Opec intorno a posizioni “radicali”, per farne uno strumento della sua ambiziosa politica estera, oltre che per fini di consenso politico interno, in ciò fedele alla tradizione populista e demagogica del Paese e del Sub Continente Americano.

«È stata la rendita del petrolio», cito ancora dall’interessante articolo di Stefanini, «a finanziare il consenso di dittature e democrazie. È stata la sua crisi a mettere in crisi il bipartitismo tra i socialdemocratici e i democristiani che si era instaurata alla caduta del dittatore Marcos Pérez Jiménez nel 1958 … Dal punto di vista economico, la ridistribuzione della rendita da materie prime non è in America Latina una caratteristica della sola sinistra, ma un modello abbastanza seguito da soggetti di vario orientamento. I sui inventori, a cavallo tra XIX e XX secolo, furono i leader di orientamento liberal-radicale, il cileno Juan Manuel Balmaceda e l’uruguayano Jorge Battle y Ordoñez. E colui che è diventato nel mondo quasi il simbolo stesso di questa politica è stato l’argentino Juan Domingo Perón, il cui ispiratore iniziale era stato mussolini». E a chi si è ispirato EL Patriota di Caracas? A Castro, che domande! Per Stefanini «Castro è un classico caudillo latinoamericano travestito da comunista per convenienza di momento storico. Oggi però non c’è più [se Dio vuole!] un’Unione Sovietica in grado di foraggiare chi abbracci la sua ideologia, e anche quel modello istituzionale sovietico che Castro continua seguire pedissequamente non è più di moda … Così, al posto del marxismo-leninismo Chávez ha riscoperto il pensiero del “padre della patria” Simon Bolívar». (Sul líder máximo dell’Avana vedi Riflessioni sulla “Rivoluzione Cubana”).

Concludo. È vero che, grazie appunto alla distribuzione «più egualitaria» di un’aliquota della rendita petrolifera, le classi più povere venezuelane stanno un po’ meglio di prima; ma al netto del fatto che l’alto standard di vita delle classi dominate non ci parla di socialismo, bensì di Capitalismo ben organizzato e produttivo (vedi Germania, Svezia, Norvegia, Olanda), c’è da dire che il miglioramento nel tenore di vita delle masse venezuelane non è stato ottenuto attraverso «riforme strutturali» (capitalistiche!), ma quasi esclusivamente attraverso la distribuzione della manna petrolifera, la quale peraltro ha moltiplicato la tradizionale corruzione a tutti i livelli della macchina statale. Insomma, tutto ci parla dell’estrema volatilità del successo (borghese) chávista*.

ch4Naturalmente la punta della mia critica non è tanto puntata contro il caudillo venezuelano, che con una certa abilità cerca di implementare una politica – ultrareazionaria – volta a controllare il forte disagio sociale delle masse diseredate venezuelane, e a usarlo in chiave di rafforzamento della «Patria bolivariana», ossia degli interessi nazionali capitalistici del suo Paese, anche in opposizioni a cospicui interessi capitalistici privati, nazionali e internazionali; essa è soprattutto rivolta contro gli apologeti e i teorici della «rivoluzione bolivariana», ultima pia illusione dei sinistri internazionali, i quali si nascondono dietro la popolarità del leader di Caracas. Come se la popolarità di un dirigente politico, democratico o fascista (ovvero stalinista o islamista: non fa alcuna differenza) che sia, fosse un criterio di giudizio adeguato a un pensiero che ama definirsi “socialista” e “antimperialista”.

*«Le classi più povere stanno meglio di prima ma l’economia è ancora sostanzialmente dipendente dal petrolio. Il suo progetto di fare del Venezuela una potenza regionale è fallito, vittima anch’esso della diminuzione di risorse economiche legata alla crisi globale e dell’opposizione del Brasile … La retorica anti-imperialista, particolarmente vivace durante la presidenza di George W. Bush, serviva anche a nascondere un dato incontrovertibile: gli Stati Uniti sono il principale partner commerciale di Caracas e il primo acquirente del petrolio venezuelano. Il Venezuela ha bisogno di loro molto più di quanto loro abbiano bisogno del Venezuela» (Niccolò Locatelli, Limes, 5 marzo 2013).

11 pensieri su “RICORDANDO EL PATRIOTA DI CARACAS

  1. Ah ecco, mi sentivo matto a non credere che Chavez fosse “il comunista per eccellenza” e che la sua politica fosse davvero “la politica del popolo”. Adesso perlomeno so che siamo in due ad essere un po’ matti 😀

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