TE LO DO IO IL SOVVERSIVISMO!

20130316_12702_8Oggi i giornali progressisti danno l’allarme: «Berlusconi vuole scatenare la piazza contro i giudici e la democrazia!» Insomma, siamo al solito mantra del sovversivismo delle classi dirigenti, contro il quale occorre organizzare un bel fronte comune per mettere in salvo la Repubblica nata dalla resistenza. Per la lotta di classe “pura”, “senza se e senza ma” c’è sempre tempo. Al massimo possiamo sperare di mettere una bella patrimoniale affinché anche i ricchi piangano, mettere in galera i politici corrotti, uscire dall’euro, per non fare la fine della Grecia e di Cipro, e nazionalizzare tutto ciò che può essere nazionalizzato: dalle banche all’aria che respiriamo. È il “socialismo” con caratteristiche fasciostaliniste, con un’aggiunta di keynesismo che fa sempre bella figura.

Per chi scrive il problema non è il «populismo cattivo» di Berlusconi o quello «buono» di Grillo, secondo la miserabile distinzione teorizzata ultimamente dagli intellettuali “de sinistra” desiderosi di salire sul carro dei nuovi vincitori, con la poco segreta speranza di condurlo verso approdi più tradizionali e rassicuranti – per loro. Avete presenza il colesterolo? C’è quello buono e quello cattivo. Ho rubato la risibile analogia “biopolitica” al progressista Enrique Gil Calvo, editorialista del País.

A mio modesto avviso a chi, come me, vuole conquistare un punto di vista critico-radicale sul mondo deve piuttosto inquietare l’impotenza politica e sociale delle classi dominate, un’impotenza che oggi si cela dietro il manganello di turno, impugnato da operai, precari, disoccupati, lavoratori autonomi, piccoli e medi imprenditori ecc. come corpo contundente idoneo a colpire violentemente l’odiata “casta”. Il problema non è il «sovversivismo delle classi dirigenti» ma l’assenza del sovversivismo delle classi dominate, ipnotizzate dal vendicatore di turno, si chiami Benito, Silvio o Beppe.

8 pensieri su “TE LO DO IO IL SOVVERSIVISMO!

  1. Buon giorno, concordo con il suo articolo e vedere la massa dominata ipnotizzata è doppiamente avvilente e non solo. Guardare il mio vicino di “banco” che è rimbecillito non rende felici e guardare il successo ottenuto dell’odiata “casta” rinforza il disagio.
    P.G.

    • Concordo anche io col signor giustini ma, dato che normalmente (in altri luoghi) sono io a fare la parte del pessimista con tale affermazione, mi permetto di completare con l’altra faccia della medaglia: se io, che non mi reputo in alcun modo più intelligente della “massa” (forse solo un pelo più “attento”), sono qui a concordare, è forse vero che il dominio non è infinito, nè nel tempo, nè nello spazio e nemmeno nella “profondità”; uscirne è possibile – anche se per ora solo in forma di vaneggiamenti ipotetici, per quel che mi riguarda.

  2. Sarà pur vero che il dominio non è infinito, ma la salvazione non è appesa alla «sola fide»: l’urgenza è unificare la prassi trasformatrice. (Di sfuggita, caro Isaia, non hai ancora emesso un giudizio su Lotta Comunista come partito.)

    • Caro Davide, non vedo perché avrei dovuto “emettere” un giudizio su Lotta Comunista. Comunque! «Come partito» LC ovviamente non riscuote i miei favori né il mio interesse. Dico «ovviamente» perché basta leggere i miei scritti per capire il perché di questa posizione, che peraltro si basa su una conoscenza abbastanza lunga e approfondita di LC – i cui militanti ho visto in azione soprattutto a Mestre-Venezia nei remoti anni Ottanta. I miei amici veneti di provenienza bordighista li chiamavano i Testimoni di Geova della Sinistra Comunista Italiana, e un po’ davano quell’impressione. Ciò non toglie il mio interesse, che confermo, per gli scritti di Arrigo Cervetto. Forse a te ciò appare contraddittorio, ma non posso farci niente. Ciao!

      • Era detto per celia, di «dovuto» non c’è niente: te l’avevo chiesto qualche articolo fa. No, non m’appare contraddittorio, figuriamoci! —non m’interessa ora dibattere delle qualità e dei difetti del gruppo di LC, ché la penso tutto sommato con te—, ma la sua esistenza costringe almeno a pensare seriamente come concretare in forma partito l’analisi. Diversamente, ogni discorso sulla prassi si riduce allo sbeffeggio —o alla trenodia— sull’involuzione burocratica e socialliberale dei baracconi comunisti (puri solo alla primissim’ora, come Adami incorrotti).

        Non so davvero dedurre dai tuoi scritti l’ovvietà della tua posizione d’indifferenza: se persino i «leninisti» fingono di non vedere —o sminuiscono, o liquidano come mera testimonianza— i tentativi di costruzione d’un partito rivoluzionario coerente, non riesco a immaginare come ce ne raccapezzeremo: si è condannati all’aprassi. (È una questione che ora rivolgo a te che hai molta piú esperienza e molte piú pagine alle spalle di me —e perché t’apprezzo schiettamente, ti seguo e cerco di promuoverti quando posso—, ma mi si ritorce dentro già da due anni, per me senza soluzione.)

      • Anche io celiavo Davide. Sappi che la formazione del soggetto politico rivoluzionario è sempre stata al centro del mio interesse, e difatti concepisco il mio modesto lavoro come un contributo alla genesi di un tale soggetto. Come sai la teoria è solo una forma trasformata della prassi, e viceversa. E, d’altra parte, io so che, come diceva Vladimiro (peraltro sulla scia di Marx), senza organizzazione non c’è rivoluzione. La spontaneità rivoluzionaria delle classi dominate sconta dei limiti che la storia si è incaricata di attestare in ogni modo e più volte.
        Elaborare la teoria critico-radicale – o semplicemente rivoluzionaria – adeguata al XXI secolo è un compito massimamente pratico, forse il più pratico e “concreto” concepibile in questi sciagurati tempi. Compito che naturalmente sarebbe meglio affrontare collettivamente, e infatti la mia solitudine politica non è ricercata, ma piuttosto da me subita, perché non mi riconosco in nessuna formazione politica. La tua frustrazione politica è dunque anche la mia, ma per come la vedo io essa esprime innanzitutto la condizione tragica nella quale oggi (diciamo da parecchi decenni!) vivono i dominati.
        E con ciò, per adesso, ti saluto e ti ringrazio per l’attenzione. Ciao!

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