LA DONNA CHE “SUSSURRAVA” ALLA TEPPA

Margaret-Thatcher-1992-Ma-020Quando ti prendono a calci la porta
come vai ad accoglierli?
Con le mani sopra la testa
o sul grilletto del fucile?
Quando la legge fa irruzione
come ti trovano?
Steso morto sul pavimento
o in attesa dell’esecuzione?
Potete schiacciarci.
Potete spellarci.
Ma dovrete risponderne ai fucili di Brixton.
(Guns of Brixton, The Clash, London Calling, 1979)

Alle elezioni politiche del 3 maggio 1979 i conservatori inglesi si affermano sui laburisti, e Margaret Thatcher, la figlia del mitico droghiere di campagna, si insediò al numero 10 di Downing Street. Inizia così la strepitosa carriera della Lady di ferro che la consacrerà come «l’unico vero leader» del Vecchio Continente, almeno secondo l’ex Cancelliere tedesco Helmut Schmid, il quale però non dimenticò di aggiungere: «Ma lei ha scarso interesse per l’Europa». Era il tempo (1988) in cui la perfida premier faceva andare su tutte le furie i burocrati di Bruxelles e gli europeisti progressisti à la Jacques Delors: «Noi non abbiamo ridotto con successo i confini dello Stato britannico per vederli governati a livello europeo, con un Superstato europeo che esercita un nuovo dominio da Bruxelles». Una rivendicazione sovranista che oggi, in tempi di crisi del progetto europeo, ci appare sorprendentemente attuale, e che non pochi politici, a “destra” come a “sinistra”, sottoscriverebbero. Delors rispose allora abbastanza stizzito; pregò la Lady di ferro di ammorbidire il suo antieuropeismo demagogico per aderire a un approccio più realistico circa il ruolo dello Stato-Nazione al limitare del XX secolo: «Lo sciovinismo può essere un bel paravento per nascondere venti anni di declino». Detto da un francese…

La Thatcher risponderà qualche anno dopo da par suo, in un discorso che diventerà celebre pronunciato il 30 ottobre del 1990 alla Camera dei Comuni: «Il Presidente della Commissione, Mister Delors, ha detto in una conferenza stampa l’altro giorno che vorrebbe che il Parlamento europeo fosse il corpo democratico della Comunità, ha voluto che la Commissione sia l’esecutivo e vorrebbe che il Consiglio dei Ministri fosse il Senato. No! No! No!». No al cubo. Già sento il sovranista dei nostri tristi giorni: «Ecco il tipo di leader di cui avremmo bisogno per liberarci dagli odiosi diktat dei mercati internazionali e della sfruttatrice Germania!».

Nella seconda metà degli anni Ottanta il governo inglese aprì le porte al capitale giapponese, con il pieno consenso dei sindacati. L’Inghilterra offrì ai nipponici mille garanzie e tante appetitose opportunità di investimento nelle zone depresse del Paese. Ad esempio, per la Toyota e i suoi fornitori Londra realizzò a Derby importanti infrastrutture, come raccordi ferroviari, autostrade e persino un eliporto. Questa politica suscitò grossi malumori in seno alla CEE, giacché l’Inghilterra la finanziava con i capitali comunitari destinati allo sviluppo delle aree depresse dei Paesi appartenenti alla Comunità Europea. Può l’Europa foraggiare il nemico proprio quando esso mostra una capacità espansiva che minaccia da presso le sue frontiere? Può essa, non solo spalancare le porte al nemico, ma finanziarne la guerra di conquista? Inutile dire che la Lady di ferro andò per la sua strada – la strada degli interessi capitalistici britannici.

Investiranno nel Regno Unito la Nippon Electric, la Seiko-Epson, la Ricoh, la Hitachi-Maxwell, e altre imprese giapponesi minori (ma molto aggressive). Alla fine degli anni Ottanta i giapponesi avranno investito nel Paese oltre 5 miliardi di dollari, con la creazione di non più di 6.000 nuovi posti di lavoro. Emblematico di questa situazione che vedeva il Capitalismo d’Oltre Manica mendicare un po’ d’ossigeno al Capitalismo giapponese, in modo da poter recuperare competitività e così mettersi al passo con i paesi concorrenti d’Europa, è il seguente passo tratto da un discorso tenuto dalla Thatcher a Tokyo nell’’89: «L’unione delle qualità manageriali giapponesi con la capacità dei lavoratori britannici farà grandi cose». In altre parole: da una parte capitali, cognizioni scientifiche, conoscenze tecnologiche ed esperienza organizzativa; dall’altra la “bruta” forza lavoro. Segno dei tempi! D’altra parte, dopo l’umiliazione subita nel 1976, quando Londra fu costretta a chiedere un prestito al Fondo Monetario Nazionale (3,9 miliardi di dollari), ufficializzando in tal modo la condizione di «malato d’Europa» del Paese, c’era poco di cui vergognarsi nel guardare senza infingimenti la dura realtà. Quella realtà che aveva costretto, sempre nel 1976, il governo inglese a sostenere la moribonda Chrysler con un prestito di 162 milioni di sterline.

Nel settembre 1979, quattro mesi dopo il successo elettorale della Thatcher, la casa automobilistica British Leyland comunica un «esubero» di 25.000 operai, che saranno espulsi dalla fabbrica nell’arco di due anni. Due mesi dopo, l’impresa siderurgica British Steel Corporation annuncia un «esubero» di 14.000 operai, che saranno licenziati immediatamente. Intanto il National Coal Board si mise alacremente a lavorare su quel piano di ristrutturazione delle miniere che nel 1984 porterà alla chiusura di molte miniere, con la conseguente lotta dei minatori inglesi che si protrasse per un anno.

MinersstrikeEarlyon1Da sempre ostile all’insulso politically correct dei suoi colleghi laburisti, e che proprio per questo conquistò sul campo l’epiteto di Iron Lady da parte dei sovietici, irritati da un suo discorso «anticomunista» del 1976, la ferrea Margaret soleva definire «teppaglia e feccia» l’ala più dura dei minatori in sciopero. È così, d’altra parte, che la borghesia ha sempre definito i proletari più ostinati, intransigenti e coraggiosi, quella «gentaglia» che lotta senza alcun riguardo per i sacri interessi della patria, chiamata «Bene Comune» dai progressisti filantropi del tipo di Laura Boldrini. «Abbiamo dovuto combattere il nemico esterno nelle Falklands. Ma dobbiamo essere sempre vigili sul nemico che è all’interno, che è molto più difficile da combattere e molto più pericoloso per la libertà»: naturalmente la premier alludeva alla feccia operaia che non assecondava i piani di ristrutturazione capitalistica. Ora, come si fa a non apprezzare la schiettezza reazionaria del nemico che parla il metallico linguaggio del Dominio?

Intendo forse stabilire un rapporto di causa-effetto tra l’ascesa politica della premier conservatrice e l’ondata di violenta ristrutturazione capitalistica che si abbatté in quegli anni sui salariati di Sua Maestà il Capitale? Naturalmente no. La stessa Thatcher più che come una causa va piuttosto interpretata come un sintomo, come una risposta all’annosa crisi sistemica della società inglese, la cui scarsa produttività e competitività, e il cui alto tasso di parassitismo sociale ne avevano abbassato di molto il rating di potenza capitalistica. Un Welfare che non si armonizza più con il processo che sempre di nuovo crea la ricchezza sociale deve necessariamente confessare il proprio fallimento. Agli inizi degli anni Ottanta la Thatcher in Inghilterra e Reagan negli Stati Uniti si limitarono a ratificare un dato di fatto e a cercare di invertire la rotta dopo anni di compromessi e di timide «riforme strutturali». Mutatis mutandis, oggi si ripresentano in Occidente (e in Giappone) gli stessi problemi di competitività sistemica e di sostenibilità dello «Stato sociale», il quale non è una variabile indipendente in relazione all’accumulazione capitalistica, ossia appunto alla creazione della ricchezza sociale promossa dalle totalitarie leggi del Capitale.

Alla «controrivoluzione liberista» del duo conservatore Thatcher-Reagan i sostenitori della «rivoluzione statalista» opposero il socialista Mitterrand, il quale cercò di espandere la spesa pubblica, soprattutto quella in conto capitale, nel tentativo di irrobustire i cosiddetti «campioni nazionali» industriali e finanziari, e così metterli nelle condizioni di poter competere sul mercato mondiale. Com’è noto, l’Agenda Mitterrand non ebbe successo, e nel giro di poco tempo anche Parigi dovette adeguarsi, sebbene attraverso non pochi compromessi con la tendenza statalista, alla “nuova politica economica” liberista che aveva chiuso definitivamente i conti con il lungo ciclo keynesiano, superato dalla prassi sociale mondiale. Anche questo ci rimanda all’attualità, se pensiamo ad esempio alla Francia del progressista Hollande, la quale vorrebbe estendere i “vizi” francesi alla Germania della Cancelliera di ferro per sabotarne le “virtù”. «Nein! Nein! Nein!». Un Nein al cubo da Berlino.

imagesMargaret fu dunque la classica «persona giusta» scaraventata al potere dal processo sociale «nel posto giusto al momento giusto». Nel Bel Paese fu soprattutto il «decisionista» Craxi che cercò di recitare la stessa parte. Egli cercò infatti di orientare le vele dell’Azienda Italia nel verso giusto, affinché catturassero il nuovo vento liberista e così trascinare la sgangherata nave italiana fuori dalle secche della crisi economica e sistemica. «La nave va», dirà poi con fin troppa enfasi il premier che Forattini amava associare al Benito nazionale. «Abbiamo superato l’Inghilterra», annunciò orgoglioso il premier socialista dopo aver conteggiato la cosiddetta «economia sommersa» nel PNL. Ma gli stivaloni del decisionismo calzavano meglio alla Signora di ferro.

3247621_10Ciò apparve chiaro nel 1982, quando la traballante Argentina del generale Leopoldo Galtieri mise in atto l’operazione-Malvinas per giocare la carta del nazionalismo contro la crisi economico-sociale che imperversava nel Paese. La premier inglese non si fece sfuggire l’occasione, e contro gli auspici “pacifisti” degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica andò a “vedere” l’azzardo argentino mobilitando quella che ancora era la terza potenza navale del mondo. La leonessa basata a Londra poté così in parte riscattare la brutta figura rimediata insieme ai francesi a Suez nel ‘56, quando i nuovi gendarmi dell’Imperialismo mondiale ratificarono l’abbassamento di rating imperialistico dell’Inghilterra e della Francia. Ma la guerra delle Falkland ebbe per l’Inghilterra soprattutto un significato politico-ideologico, perché essa contribuì a rivitalizzare e mobilitare il depresso spirito patriottico dei sudditi di Sua Maestà nel momento in cui la Patria chiedeva loro di sostenere sacrifici assai sanguinosi per risollevare le sorti della obsoleta e disastrata economia inglese. Come sempre i progressisti non capirono nulla e parlarono di una «guerra anacronistica» combattuta nelle gelide acque del Sud Atlantico per stabilire la sovranità di quattro inutili scogli. Il concetto della guerra come continuazione del Dominio (a cominciare dalla sua fenomenologia come politica interna) con altri mezzi è qualcosa che essi non potranno capire mai. Non è un fatto di intelligenza, è piuttosto una questione di coscienza – «di classe».

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