MARGARET THATCHER: MALE ASSOLUTO O ZELANTE SERVITRICE DELLA SOCIETÀ CIVILE?

dave-brown_0«La società civile è il campo di battaglia dell’interesse privato individuale di tutti contro tutti» (Hegel).
«È notevole la definizione della società civile come bellum omnium contra omnes» (Marx).
«Lo Stato è la forma in cui gli individui di una classe dominante fanno valere i loro interessi comuni e in cui si riassume l’intera società civile di un’epoca» (Marx).

Una volta la signora Thatcher disse che non esiste alcuna società, ma solo individui che col coltello fra i denti, a mo’ di pirati, si contendono affari, prestigio e quant’altro rimanda all’hobbesiana «natura umana». Il fatto è che la società borghese si configura esattamente in questi darwiniani termini. L’epoca che stiamo vivendo registra l’ennesimo salto di qualità di una tendenza che vige ormai, nel Vecchio Continente, da almeno due secoli. Chi associa il concetto di società a quelli di socialità e di comunità umana commette un grave errore di prospettiva storica, sia al riguardo del passato, che per ciò che concerne il possibile futuro.

«Il successo di Darwin sembra derivare dal fatto di proiettare i depredamenti della società vittoriana e l’euforia economica sanzionante agli occhi di questa la devastazione sociale ch’essa inaugurava su scala planetaria, e dal fatto di giustificare tutto questo con l’immagine di un laissez faire dei divoratori più grossi in concorrenza per la loro preda naturale» (J. Lacan, L’aggressività in psicoanalisi, 1948). I divoratori hanno bisogno di carne e di spazio vitale: la teoria darwiniana non poteva essere più in armonia con i nuovi tempi borghesi! L’Intelligent Design dei creazionisti appare persino umanamente più sostenibile… De Maistre una volta scrisse che «Una scienza senza Dio non è un progresso»; io lo correggo su un punto, tanto fondamentale quanto “dialetticamente” omogeneo al discorso dell’illustre filosofo della politica: una scienza senza l’Uomo non è un progresso umano. È piuttosto un progresso per il Capitale.

Secondo Jean-Marie Guéhenno (La fine della democrazia, 1993), «L’avvento dell’età telematica segna la fine della politica», e con essa tramonta lo Stato-Nazione, obliterato dalla globalizzazione capitalistica che non conosce confini geografici, e la democrazia parlamentare, che proprio nella politica e nello spazio generato dallo Stato nazionale aveva trovato il suo più forte fondamento. In realtà, «la morte del politico» non solo non segna la fine del sociale, ma ne testimonia piuttosto la massima espansione, sul piano della teoria e, soprattutto, su quello della prassi. La stessa crisi della democrazia parlamentare, sempre più svuotata di sostanza politica e sempre più carica di significati ideologici idonei a mascherare la reale dinamica del processo sociale, non è affatto un tema nuovo. È almeno dal 1914 (come si noterà non è un riferimento casuale) che la Scienza Sociale ne dibatte, ogni volta che la struttura sociale subisce i contraccolpi delle crisi e delle improvvise accelerazioni economico-sociali. Il Potere che frana, per mutuare ironicamente il titolo dell’ultimo interessante saggio di Massimo Cacciari dedicato alla teologia politica. La Potenza sociale – capitalistica! – invece trionfa e si espande ovunque, sostanza spirituale compresa. Qui non bisogna scomodare il Demonio, la cui maligna presenza è comunque inscritta nel benigno Piano della Salvezza, ma piuttosto il Dominio, la cui unica ragion d’essere riposa nel vigente rapporto sociale di dominio e di sfruttamento. Anche per questo la Lady di ferro non mi appare nei panni del Male Assoluto.

La teppaglia!

La teppaglia!

Ieri The Guardian e Libération hanno voluto recitare la parte di chi non vuole partecipare al coro che precede le beatificazioni, e così hanno accollato alla defunta leader ogni nefandezza: «Nessuno dovrebbe ballare sulla sua tomba, ma non è nemmeno giusto concederle i funerali di stato. La sua eredità si legge nelle divisioni dell’opinione pubblica, nell’egoismo e nel culto della cupidigia che hanno incatenato più persone di quante ne abbiano liberate». Al progressista piace, in questo del tutto simile al “fascista di sinistra” (corporativo), la società capitalistica armoniosa, priva di discordie, rispettosa del «patto sociale» fra Capitale e Lavoro. Da buona liberale Margaret sapeva che il conflitto sociale è immanente a ogni società dinamica, la cui prosperità cresce necessariamente insieme alle più dolorose e violente contraddizioni. La carota (la mediazione, il compromesso) tutte le volte che è possibile, il bastone (la repressione, il carcere, le fucilate) quando serve, obtorto collo ma con decisione: questo ci parla innanzitutto della prassi del Dominio sociale, prim’ancora che di un odioso principio ideologico. Ecco perché, a differenza dei proletari di Glasgow e di Brixton, aspetto notizie migliori che la morte di un’esponente della società borghese per stappare qualche bottiglia di champagne.

Una buona, anzi eccellente notizia sarebbe, ad esempio, quella che mi parlasse della “scesa in campo” dei salariati inglesi, tedeschi, francesi, italiani ecc. per difendere in modo intransigente i loro interessi, anche – soprattutto! – contro gli interessi dell’economia nazionale, non importa se a conduzione progressista (statalista, keynesiana) o liberista. Tuttavia, se la morte di un leader politico può diventare l’occasione per una buona bevuta, mille di queste morti!

539255_10151555030591023_1617009913_nGuardian e Libération rimproverano dunque alla Thatcher di aver creato il culto dell’avidità e della cupidigia, di aver promosso l’egoismo contro la solidarietà (laburista e cattostatalista, beninteso), di aver messo «il successo dei mercati» a fondamento di una società prospera e moderna: ma questo è il Capitalismo, signori progressisti! Non è stata la premier inglese ad avere «imposto la sua visione della società al suo partito e al Paese prima di contagiare il resto del mondo, in particolare l’America di Reagan e la stessa sinistra europea» (Libération); Margaret ha piuttosto incarnato al meglio le esigenze del Capitalismo inglese, in particolare, e di quello occidentale in generale, e lo ha fatto nel momento in cui la chiusura del lungo ciclo keynesiano postbellico appariva non più rinviabile, soprattutto alla luce della potente ascesa del Capitalismo giapponese. La dura figlia del droghiere non si è sottratta alla chiamata degli interessi nazionali e capitalistici. Qualcuno doveva sporcarsi le mani, e la zelante Margaret era pronta a farlo, da tempo, come sapevano anche i russi, obiettivi della sua battaglia “anticomunista”. Perché farne una figura mitica? La stessa domanda andrebbe rivolta, mutatis mutandis, agli antiberlusconiani.

Ma certo non pretendo dai progressisti una lettura del processo sociale che non condanni la fenomenologia del Dominio, ma il Dominio «in sé e per sé».

Vedi anche La donna che “sussurrava” alla teppa.

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