CLASSI MEDIE E RIVOLUZIONE SOCIALE

Orgosolo-revolution-francaiseL‘altro ieri il filosofo polacco Marcin Król ha voluto condividere con l’opinione pubblica mondiale una scoperta di portata davvero capitale: «La rivoluzione è possibile». Capite? La rivoluzione è ancora possibile in Occidente! Forse ho capito male, forse sto nutrendo e vendendo false speranze. Meglio continuare nella lettura: «È sbagliato credere che dei giovani arrabbiati contro il sistema, ma privi del linguaggio abituale dei partiti politici e dei movimenti politici organizzati, non siano capaci di portare a termine una rivolta organizzata. La rivoluzione non si è mai fatta in nome di una misura particolare, per esempio un maggiore controllo bancario, ma perché non è più possibile vivere in queste condizioni» (La rivoluzione è possibile, Wprost di Varsavia, 10 aprile 2013). Certo, la locuzione «giovani arrabbiati» adoperata da Król è alquanto aleatoria e ambigua, soprattutto per uno che, come chi scrive, è abituato a ragionare, e sovente a pasticciare, con le vecchie categorie marxiane. Ma di questi grami tempi bisogna accontentarsi del famoso bicchiere mezzo pieno: insomma, il realismo inizia a contagiarmi!

Non c’è dubbio: a un certo punto della crisi sociale la rivoluzione si dà, almeno per una parte degli strati sociali «che non hanno nulla da perdere», come una “scelta obbligata”, mentre un’altra parte vi vede senz’altro anche il nuovo mondo che è possibile conquistare una volta distrutto quello vecchio. In ogni caso, l’evento-rivoluzione è un impasto “dialettico” e inscindibile di disperazione e speranza, di pulsioni distruttive («Tutto ciò che esiste merita di andare alla malora») e di volontà creatrice («Il proletariato può distruggere tutto, perché tutto può ricostruire»), di incoscienza (ossia di crisi dell’ideologia dominante presso chi subisce il Dominio) e di coscienza («di classe»), e certamente questo Evento è generato da condizioni affatto eccezionali che segnano la sospensione, per un tempo relativamente lungo, della normalità sociale-esistenziale. Per dirla nei termini della teologia politica, l’Epoca (di radicale disumanità) si fa Evo (Eone), ossia tempo aperto a ciò che trascende la cattiva realtà, tempo di salvezza.

Appena terminata questa impegnativa riflessione, impigliata peraltro nei miei appunti presi durante la lettura del Potere che frena di Massimo Cacciari (un testo che ha molto a che fare con l’ossessione dell’autentico conservatore per il dissolvimento dell’ordine costituito), e andando avanti nella lettura dell’articolo in oggetto, ho dovuto ricredermi praticamente su tutto quello che avevo creduto di aver capito, anche perché l’autore, contro le mie preconcette impressioni, ha le idee piuttosto chiare circa la base sociale della «rivoluzione possibile». Ne fornisco subito la prova: «Al contrario di quello che si pensa, in occidente non sono i poveri e i più sfortunati a fare le rivoluzioni, ma le classi medie. È quello che è successo in tutte le rivoluzioni a cominciare dalla rivoluzione francese e con la sola eccezione della rivoluzione d’ottobre, che fu un colpo di Stato compiuto in una situazione di estremo disordine politico». Il modello di «rivoluzione possibile» che ha in testa il nostro amico è dunque la rivoluzione borghese, e d’altra parte anche Grillo ha detto che in Italia c’è bisogno di una rivoluzione francese, «senza però tagliare le teste». Almeno non in streaming

hollande-louis-XVI_0Detto che, a mio modesto avviso, la Rivoluzione d’Ottobre non fu «un colpo di Stato», come allora si affrettarono a dichiarare i menscevichi russi e i loro amici socialdemocratici europei, ma una rivoluzione sociale in piena regola, se così posso esprimermi, la cui caratura proletaria risiedeva soprattutto, per un verso nella natura politica del soggetto politico che la promosse e la diresse (il Partito bolscevico di Lenin), e per altro verso nella sua dimensione internazionale (l’Ottobre ’17 come avanguardia e preludio della rivoluzione in Occidente, a cominciare dalla potente Germania); e detto anche che «una situazione di estremo disordine politico» realizza il minimo sindacale di una condizione sociale che si possa definire con qualche fondamento rivoluzionaria; detto tutto questo, bisogna chiedersi che tipo di «rivoluzione» può venire fuori da un processo sociale che avesse la classe media come suo cuore pulsante e fondamentale base sociale. Ha forse fatto capolino nella vostra mente la «rivoluzione fascista» dei primi anni Venti? È la vostra risposta? Bravi!

La classe media rovinata, declassata e proletarizzata dalla crisi economica è sempre stata la base ideale per quei partiti che, coltivando l’illusione della «terza via» («Il fascismo è pragmatista. Non ha apriorismi. Non promette i soliti paradisi dell’ideale», scrisse nel ’19 l’uomo della Provvidenza), agiscono in realtà come strumento di conservazione sociale, sebbene usino mezzi (il manganello e la pistola piuttosto che la scheda elettorale), pose, parole e orpelli che al pensiero comune (infantile e superficiale) possono evocare la “rivoluzione”. Basta leggere il Mein Kampf di Hitler per capire con quale cura, anche per i dettagli che possono apparire insignificanti, l’unto dal Dominio prepara la propria reputazione “rivoluzionaria” presso le classi medie ridotte a brandelli dalla crisi e presso il proletariato privo di coscienza e amareggiato dall’inconcludenza dei suoi rappresentanti politici.

In effetti, la classe media non ha alcuna funzione storica originale, ma, di volta in volta, essa interviene nella lotta tra le classi fondamentali della società alleandosi ora con l’una ora con l’altra, secondo le proprie esigenze contingenti e secondo i rapporti di forza tra le classi che incarnano, per così dire, il rapporto sociale fondamentale in questa epoca storica (borghese), quello Capitale-Lavoro. Per questo ho parlato di classi sociali fondamentali alludendo ai possessori di capitale, da una parte, e ai possessori di forza-lavoro, dall’altra, una definizione che, come si vede, non concede nulla alle analisi del sociologo, il quale è avvezzo a pesare le classi sulla bilancia della statistica, mentre invece bisogna ponderarle tenendo in considerazione la loro funzione nel processo che sempre di nuovo crea ricchezza sociale, «prodotto netto», plusvalore.

arton11570Le classi medie («Prendiamo i professori universitari, che non solo in Polonia ma in tutta Europa tremano per il loro posto di lavoro, soprattutto se hanno la sfortuna di insegnare materie dichiarate poco utili dall’Unione europea, dagli stati membri e dalle multinazionali che definiscono il mercato del lavoro; o i funzionari della pubblica amministrazione, il cui numero è letteralmente esploso in passato, o tutti quei giovani laureati che il mercato del lavoro ha lasciato sul bordo della strada, gli artisti, i giornalisti e gli altri lavoratori diventati precari a causa dell’avvento dell’era digitale»); le classi medie, dicevo, partecipando più o meno direttamente alla spartizione della ricchezza sociale prodotta dagli operai sono di fatto interessate all’intensificazione dello sfruttamento di questi lavoratori salariati e al mantenimento della loro soggezione politica, ideologica e psicologica nei confronti del Moloch capitalistico.

È soprattutto per questo che la loro posizione sociale è da sempre oggettivamente, e spesso anche soggettivamente – ossia in maniera cosciente e dichiarata –, controrivoluzionaria, al contrario della posizione sociale delle classi che vivono di salario, le quali, almeno in teoria, hanno interesse a liberarsi da quel lavoro e da quella soggezione. La situazione storico-sociale delle classi medie rende perciò queste classi incapaci di iniziativa rivoluzionaria autonoma, e ciò è tanto più vero se consideriamo che all’ordine del giorno (sul piano storico, intendo) in Occidente e nel mondo non c’è la rivoluzione borghese, ovviamente, ma quella proletaria, per usare un termine che a molti suonerà antico.  D’altra parte, parlare di «poveri» e di «sfortunati» non mi sembra appropriato, sotto ogni rispetto.

La polarizzazione sociale che si realizza durante una grave crisi sociale tende a spaccare la classe media secondo le linee di forza e di frattura generate appunto da quella polarizzazione: una parte di essa tende ad autonomizzarsi, inseguendo il sogno di una «terza via» tra conservazione e rivoluzione; un’altra parte si avvicina alle classi dominanti, o solo a una fazione particolare di esse, perché crede di avere più cose da perdere che da conquistare in un «salto nel buoi» rivoluzionario; e un’altra ancora si sente attratta dalle classi subalterne, ne subisce la condizione disperata, più che il fascino. Il soggetto politico della rivoluzione sociale, posta naturalmente la sua presenza nella realtà della crisi (va da sé che non mi sto riferendo all’anno di grazia 2013), agirà con intelligenza in modo da conquistare almeno una parte della classe media alla causa della lotta di classe rivoluzionaria. La presenza attiva di quel soggetto realizza una condizione fondamentale (conditio sine qua non) perché si possa attribuire a una crisi sociale i connotati di una crisi rivoluzionaria. Non la teoria (non solo) ma la prassi storica dimostra che, per dirla con Lenin, senza coscienza rivoluzionaria non c’è rivoluzione. Può esserci tumulto, sommossa, rivolta, ma non rivoluzione sociale, ossia tentativo cosciente da parte delle classi dominate, o almeno di una grande parte di esse, di rovesciare il regime sociale vigente e di venire finalmente fuori dal cul de sac (la maligna dimensione del Dominio) nel quale l’umanità si è infilata senza volerlo all’inizio della sua storia nel tentativo di sottrarsi al cieco dominio della natura. Come disse l’ubriacone di Treviri, solo chi non ha nulla da perdere in questa società può costruire un potere che necessariamente deve autoannientarsi, realizzando l’emancipazione di tutti e di ciascuno. Inverto l’ordine: di ciascuno e, dunque, di tutti.

Quando la disperazione e la speranza si armano di coscienza, per il Dominio può davvero iniziare il conto alla rovescia. Senza quella coscienza la disperazione non diventerà mai rivoluzione (piuttosto diventa controrivoluzione, anche preventiva) e la speranza si converte in un’impotente e rassegnata attesa messianica.

il-protagonista-di-1984Mi rendo conto che quella appena delineata non è la «rivoluzione possibile», non dico auspicata da Król, ma da lui neanche lontanamente concepibile, e difatti quando parla di «rivoluzione» il filosofo polacco non pensa a un attacco alle fondamenta del rapporto sociale capitalistico, la sola azione che legittima l’uso di quella parola quanto mai abusata, inflazionata e volgarizzata; egli pensa piuttosto a una “rivoluzione” meritocratica, generazionale, “anticastale”, antipolitica (dal punto di vista della politica “tradizionale”, partitica) e via di seguito. Insomma, proprio quando scrive rivoluzione il Nostro pensa a tutto tranne che alla rivoluzione. E di questo non gli si può fare un torto.

«Ma vogliamo veramente una rivoluzione?», ci chiede Król, che così risponde: «Non penso, perché la rivoluzione vuol dire la distruzione totale prima della costruzione di un ordine nuovo. Tuttavia i nostri leader politici continuano a non rendersi conto di essere seduti su un barile di polvere da sparo. Non lo capiscono, troppo preoccupati dalla sola idea che li ossessiona: tornare alla stabilità entro 10-30 anni. Non sanno che nella storia non si torna indietro e che le loro intenzioni ricordano la frase di Karl Marx secondo cui la storia si ripete, ma come una farsa». In realtà siamo immersi nella tragedia fino al collo, e la sola cosa che suona farsesca qui è la rituale citazione marxiana, che fa sempre la sua bella figura quando si evoca lo spauracchio della “rivoluzione”. Evidentemente il barbuto conserva ancora il suo appeal scaramantico-esorcistico. La scuola filosofica napoletana consiglia oggetti scaramantici di più immediata efficacia: le corna!

Il moltiplicarsi degli strati piccolo-borghesi e il contrarsi, anche in termini assoluti (almeno nelle società capitalisticamente più avanzate), del proletariato industriale sono fenomeni che rispondono alle leggi dell’economia capitalistica, le quali si compendiano nello sfruttamento sempre più intensivo (razionale e scientifico) del lavoro, cosa che genera un continuo aumento della produttività sociale del lavoro, e quindi una maggiore quantità di plusvalore messa a disposizione anche degli strati sociali parassitari. E questo, appunto, a parità di lavoratori sfruttati o addirittura sulla base di una loro diminuzione. Espansione del parassitismo sociale, sviluppo delle classi medie, aumento della produttività sociale del lavoro: sono, questi, fenomeni che si spiegano alla luce della legge del valore (checché ne dicano i teorici del «Capitalismo cognitivo»), e che indubbiamente impattano direttamente sulla dialettica della lotta di classe, ossia sulle sue manifestazioni politiche e ideologiche. Una volta Hermann Gorter, rispondendo alle ingiuste critiche di Lenin svolte ne L’estremismo, malattia infantile del comunismo, disse che, a differenza di quanto era accaduto in Russia, allorché il giovane e poco numeroso proletariato russo poté contare sull’alleanza dei contadini (alleanza che poi minerà la breve stagione dei Soviet), «gli operai nell’Europa occidentale sono soli. Il proletariato in Europa occidentale è solo. Ecco la verità» (Risposta a Lenin, 1920). Gorter allora si limitò a prendere atto di una difficile e complessa situazione che rimanda alla dialettica sociale appena sommariamente delineata, con la quale chi si pone il problema della rivoluzione sociale nel XXI secolo deve fare i conti.

big_389207_4841_web_2001SpaceOdissey1Fino a che punto la condizione umana sia disperata lo dimostra anche «Un recente studio pubblicato su General and Comparative Endocrinology», il quale «rivela che a soffrire di livelli di stress più alti non sono i soggetti gerarchicamente inferiori o quelli in continuo conflitto per mantenere la leadership, bensì i soggetti che si trovano in una posizione intermedia della piramide sociale. Insomma, la classe media soffrirebbe lo stress di essere in bilico continuo tra il non regredire nella gerarchia ma anche la difficoltà nell’accedere a posizioni socialmente più alte. Lo studio è stato compiuto da Katie Edwards, ricercatrice del Liverpool Institute of Integrative Biology, che ha osservato per più di 600 ore le attività quotidiane di un gruppo di macachi di Barberia». Avete letto bene: trattasi di «macachi di Barberia». Infatti, «Quanto scoperto da Katie Edwards si può facilmente applicare alla società umana: “è possibile applicare questi risultati anche ad altre specie sociali, inclusi gli esseri umani”» (G. Destro, Classe media sotto stress, anche tra i macachi, L’Unità, 7 aprile 2013). Non c’è dubbio: siamo messi davvero male. Questo anche a proposito di tragedia che si converte in farsa. E viceversa.

2 pensieri su “CLASSI MEDIE E RIVOLUZIONE SOCIALE

  1. Così ho risposto su Facebook a diverse domande concernenti il post sulle classi medie.
    La domande sono poste con chiarezza; è sulla mia risposta che nutro qualche dubbio. Comunque!
    Nella misura in cui «la nuova classe media» è comunque rubricabile, ancorché nuova, come classe media essa è distinta dal proletariato, vecchio o nuovo che sia. Ad esempio, le figure professionali di una scuola (dalla bidella al preside, passando per i professori e per gli altri impiegati) già non “vivono” (non percepiscono) la propria situazione allo stesso modo, nonostante vivano tutti di stipendio. Il reddito, le aspirazioni, la psicologia non sono livellati dal comune ambiente di lavoro. E la stessa riflessione può essere estesa, mutatis mutandis, a ogni luogo di lavoro. Quando una scuola, un ufficio, una fabbrica subiscono i colpi della crisi economica le diverse figure professionali reagiscono in modi diversi, sulla scorta di peculiari interessi (non solo economici, ma anche afferenti lo status, il prestigio sociale, ecc.), nonostante si trovino, come si dice, sulla stessa barca.
    Più in generale, il processo di concentrazione del capitale non riesce ad eliminare le classi medie; piuttosto ne produce di nuove, sia in grazia dell’alta produttività sociale del lavoro, che crea sempre nuove differenziazioni sociali (non sempre virtuose dal punto di vista del capitale: vedi parassitismo sociale), sia a motivo delle intrinseche necessità di sviluppo della società capitalistica colta nel suo insieme, concepita come compatta, ma quanto contraddittoria e alienante, totalità. Le vecchie classi medie rese obsolete dallo sviluppo sociale lasciano il passo a quelle nuove. Nella misura in cui il processo sociale (crisi economica compresa), rovina, declassa e proletarizza una parte della classe media, ecco che questa parte “sfigata” rotola sul terreno del proletariato, e si vede costretta ad abbandonare le illusioni, le aspettative e le ideologie legate al precedente status. È a questo punto che gli strati rovinati del ceto medio possono diventare rivoluzionari, ma «Se sono rivoluzionari, lo sono in vista del loro imminente passaggio al proletariato», in quanto «abbandonano il proprio modo di vedere per adottare quello del proletariato» (Il Manifesto del Partito Comunista). In questa dialettica il soggetto politico rivoluzionario (il Partito Comunista di Marx-Engels) gioca un ruolo centrale, perché l’adesione al punto di vista rivoluzionario, tanto del proletariato quanto, a fortiori, dei ceti medi in via di proletarizzazione non è affatto spontanea.
    L’espansione e la contrazione dei ceti medi, così come la loro interna differenziazione, sono fenomeni strettamente connessi all’accumulazione capitalistica, alla produttività generale di un Paese e alla sua struttura economico-sociale (rapporto industria-servizi, tipo e tradizione del Welfare, peso del parassitismo sociale pubblico e privato, ecc.). Analogo discorso vale per l’ascesa e la discesa della cosiddetta aristocrazia operaia, attratta di volta in volta dall’ideologia piccolo borghese che promana dai ceti medi ovvero, nei periodi di più acuta crisi economica, dal modo di pensare tipico degli strati più bassi del proletariato industriale.
    È proprio sul piano dell’ideologia che le classi medie svolgono una funzione molto utile ai fini della conservazione sociale, perché proprio la loro posizione sociale li porta a sostenere posizioni di conciliazione sociale e di compromesso tra le classi nel nome del «Bene Comune», della democrazia, dei «diritti umani», del «progresso» e via di seguito. In effetti, è questa ideologia ostile all’antagonismo di classe che spontaneamente genera il rapporto dominanti-dominati (e Capitale-Lavoro) che si afferma nelle fasi di “pace sociale”, senza che questo significhi in alcun modo che la società sia sotto l’influenza delle classi medie: tutt’altro! L’’ideologia delle classi medie è sempre e necessariamente al servizio del Dominio sociale capitalistico, radicato nel noto rapporto di soggezione e sfruttamento. Non a caso la diffusione della mentalità piccolo borghese a tutti i livelli della gerarchia sociale ha accompagnato il processo di massificazione degli individui nella moderna società borghese. Di qui l’odio nutrito dagli amanti del “pensiero forte” nei confronti di quella mentalità avvezza al compromesso e all’ipocrisia del politicamente corretto.
    Non dobbiamo passare dalla presunta «morte della classe operaia», almeno in Occidente, alla morte della classe media presa in blocco. A mio avviso la dialettica del processo sociale ci parla ancora della classe media, peraltro sempre in via di ridefinizione, e dei fenomeni sociali che la riguardano, proletarizzazione compresa. Chi, come Paolo Sylos Sabini (negli anni Sessanta e Settanta) e Ralf Dahrendorf, rimprovera a Marx un grave errore di previsione, perché «le società industriali avanzate non hanno assunto una struttura classista dicotomizzata [fatta di due sole classi fra loro insanabilmente antagoniste: capitalisti e lavoratori], ma, al contrario, sono andate declinando verso forme di elevata mobilità sociale», hanno completamente travisato il metodo e il merito dell’analisi marxiana intorno al processo capitalistico di produzione, e così hanno impiccato l’ubriacone tedesco a una previsione che egli non ha mai fatto nei termini volgari, adialettici e deterministici che gli avversari gli hanno attribuito. Si citano singole frasi dal forte significato politico (come quelle estrapolate dal Manifesto Comunista) senza amalgamarle con l’intera opera marxiana dedicata alla critica dell’economia politica.
    Per quanto riguarda la questione del plusvalore, sempre in relazione alla classe media, trovate molto materiale sul mio Blog. Quando avrete tempo (e soprattutto voglia!) leggete la Parte Terza (Il processo genetico della ricchezza sociale) del mio studio economico Dacci oggi il pane… Per capire come imposto la dialettica plusvalore-profitto sono utili anche Profitto versus rendita e La valorizzazione capitalistica ai tempi di Toni Negri. Naturalmente la mia prima scelta cade sull’uomo di Treviri, che vi consiglio caldamente di approcciare.
    Quando parlo di parassitismo sociale con riferimento alle classi medie, non intendo affatto esprimere un giudizio di valore, non intendo cioè caricare quella locuzione di significati etici e morali. Mi limito piuttosto a “declinare” nei termini dell’economia politica classica (borghese) un fenomeno sociale che va considerato ponendosi dal punto di vista del processo di produzione della ricchezza sociale. Non io, ma il Capitale sociale “vive”, per così dire, come parassitaria l’esistenza di strati sociali che, pur essendo necessari al dispiegarsi e alla conservazione della prassi sociale, non generano ma piuttosto distruggono plusvalore. La radice materiale di quella categoria economica (borghese) va ricercata non solo nella distinzione “classica” tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo, ma anche nella dialettica interna allo stesso lavoro produttivo. È qui, infatti, che prende corpo la fondamentale distinzione, molto importante per capire i movimenti politico-ideologici e la stessa psicologia delle diverse classi sociali (l’importante è non scivolare in determinismi più o meno volgari); la fondamentale distinzione, dicevo, tra plusvalore e profitto, o, come scrivo talvolta io, tra plusvalore primario o basico e plusvalore secondario o derivato.
    In una pagina dei Grundrisse Marx scrive che «in A. Smith capita di trovare la rozza concezione che il plusvalore debba esprimersi in un prodotto materiale». Chi conosce la distinzione che pongo tra plusvalore primario o basico e plusvalore secondario o derivato può legittimamente pensare che il Tedesco colpisca anche la mia concezione. Ma non è così, almeno così sembra a chi scrive. Infatti, Marx conclude in questi termini: «Gli attori sono lavoratori produttivi non in quanto producono spettacolo, ma perché incrementano la ricchezza del loro datore di lavoro. Ma che genere di lavoro sia, ossia in che forma esso si materializza, ciò è assolutamente indifferente ai fini di questo rapporto, pur non essendolo dai punti di vista che svilupperemo in seguito». Vale a dire: produttivo è qualsivoglia lavoro dal cui sfruttamento il capitale trae un plus di valore, comunemente chiamato profitto. Sotto questo peculiare aspetto il lavoro di un attore, di uno scienziato, di una prostituta o di un operaio metallurgico cadono tutti, con grande scandalo per Adamo Smith (e per il moralista), nella stessa rubrica del lavoro produttivo, a prescindere dal tipo di «bene o servizio» prodotto o offerto.
    La «forma materiale» della merce prodotta (spettacolo, piacere, invenzione, frigorifero) acquista una decisiva importanza solo se guardata dalla prospettiva del processo di formazione del valore che sempre di nuovo si aggiunge (ex novo) alla ricchezza sociale già prodotta. Da quella prospettiva, la sola che permette di capire il movimento della società capitalistica nel suo complesso, decisivo diventa la qualità del plus di valore incamerato dal capitalista: si tratta di una mera sottrazione di ricchezza (ad esempio, dalla tasca dei consumatori di arte e di corpi a quella dell’impresario e del magnaccia), ovvero di una creazione di valore prima inesistente? Il solo lavoro che, mentre conserva e vitalizza il vecchio valore (lavoro morto o passato, nella terminologia marxiana), ne crea di nuovo, prima inesistente sulla faccia della terra, è quello che produce la “triviale” merce materiale.
    «Che il fine della produzione capitalistica sia il prodotto netto, di fatto puramente nella forma del plusprodotto, in cui si rappresenta il plusvalore, deriva dal fatto che la produzione capitalistica è essenzialmente produzione di plusvalore» (Marx, Il Capitale, libro primo, capitolo sesto inedito). Per questo Marx sostiene che, stricto sensu, «è produttivo il lavoro che crea immediatamente plusvalore», mentre il lavoro genericamente produttivo (sfera dei servizi: dal commercio all’Università condotta con criteri aziendalistici) crea un plus di valore solo mediatamente, ossia drenando sotto forma di profitto un’aliquota più o meno cospicua di plusvalore generato nel settore industriale, agricoltura inclusa, ovviamente. Di qui, la furibonda lotta tra le differenti “tipologie” di capitale (industriale, finanziario, commerciale, “cognitivo”, ecc.) per la spartizione del bottino. E di qui, ancora, l’invenzione di sempre più sofisticati prodotti finanziari atti a far lievitare fittiziamente una materia prima (il plusvalore primario) che non può certo soddisfare gli appetiti di un capitale sempre più vorace.
    In tutto il mondo milioni di individui sono messi a sgobbare per inventare nuovi sistemi idonei a depredare la gente. Non si vendono solo merci e servizi, ma anche esperienze, stili di vita, “utopie”, sogni, dignità, status sociale, speranze: qualsiasi cosa che possa indurre il consumatore, attuale e potenziale, a “scucire” denaro. Questa industria “esistenzialista”, peraltro sempre più intrecciata con l’industria mainstream (basti considerare il nuovo oggetto di culto: l’iPhone, impasto di merce materiale e virtuale), crea forse un plus di valore per il capitale? Certamente! Si tratta appunto di ciò che chiamo plusvalore secondario o derivato, il cui presupposto di ultima istanza riposa nella creazione del plusvalore primario o basico. In ogni caso, sotto il peculiare aspetto della creazione di un plus di valore, ossia di un generico profitto, ci troviamo dinanzi a un lavoro certamente produttivo. Eccome!
    Il fatto che i mezzi di produzione siano assolutamente necessari al processo di valorizzazione, realizzando, insieme al lavoro vivo, la conditio sine qua non di questo stesso processo, non significa affatto che, ipso facto, essi «fruttano un profitto al loro possessore», per citare una tesi «essoterica» (volgare e triviale) smithiana ripresa criticamente da Marx nel secondo libro del Capitale. Intendo dire che, in generale, non tutto quello che è socialmente necessario e indispensabile, come la tecnica e la scienza nel Capitalismo avanzato, è solo per questo produttivo di profitto, e ancor meno di plusvalore primario.
    A mio avviso la teoria del Capitalismo cognitivo, che fa praticamente di ogni creazione intellettuale, e persino di ogni esperienza relazionale-affettiva, una fonte di plusvalore, si presta bene proprio come ideologia della classe media intellettuale, la quale può avanzare rivendicazioni economiche e pretese di promozione sociale presentandosi al grande capitale, allo Stato e all’opinione pubblica sotto la luce della classe produttiva par excellence.
    Quanto ho scritto! Mi scuso, vi ringrazio per l’attenzione e vi saluto!

  2. Hello very cool website!! Man .. Excellent .. Amazing .. I’ll bookmark your blog and take the feeds also? I’m happy to search
    out so many helpful info here in the put up, we need work out extra techniques on this regard, thank you for sharing.
    . . . . .

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...