LA SCENA DEL TERRORE

ESPLOSIONE-TEXAS-1«La celebrazione della potenza e irresistibilità del mero esistere è insieme condizione della rottura del suo incanto: l’ideologia non è più un guscio, ma l’immagine stessa, minacciosa, del mondo: non solo per l’intreccio in cui si trova con l’azione propagandistica, ma in virtù della sua stessa configurazione essa trapassa nel terrorismo … Basterebbe allo spirito un piccolo sforzo per liberarsi dal velo di questa parvenza onnipotente e pur nulla: ma questo sforzo pare di tutti il più difficile» (M. Horkheimer, T. W. Adorno, Ideologia).

Dopo l’attentato alla Boston Marathon tutti abbiamo pensato a un «teatro di guerra» guardando le terribili immagini che ci arrivavano da oltre oceano. «È una scena di guerra quella che stiamo osservando», confermavano gli inviati dei massmedia, confortati in questo giudizio dai testimoni: «È come se un nemico invisibile ci avesse attaccati alle spalle». Un nemico invisibile, non c’è dubbio. Invisibile e a un tempo concreto come può esserlo solo una biglia scagliata a folle velocità contro un corpo.

È una vera e propria zona di guerra quella che si è presentata stamattina dinanzi agli occhi del consumatore mediatico dopo l’esplosione avvenuta ieri nella fabbrica texana di fertilizzanti. Molti morti, moltissimi feriti. «Non c’è nulla che possa far pensare a un legame tra ciò che sta succedendo in Texas e l’attentato a Boston», si sono affrettati a dichiarare le autorità locali. Nessun legame? Certamente le cose stanno così dal punto di vista dell’ideologia dominante e del diritto, il quale va alla ricerca degli “esecutori materiali” e dei “mandanti” di uno specifico “reato”, secondo il principio – falso – della responsabilità personale.

resizerDopo una bomba che scoppia in mezzo a una folla festante, dopo l’ennesimo ragazzo che spara con un fucile a pompa su una scolaresca, dopo l’ennesimo “femminicidio” e dopo l’esplosione di una fabbrica: dopo queste e altre ancora più micidiali e (apparentemente) incomprensibili manifestazioni di puro terrore sociale personalmente non ho bisogno di conoscere la faccia del “mostro” e del terrorista di turno per sapere chi è il vero “mandante”. Si tratta di un nemico senza volto, e per questo invisibile al pensiero comune che ha bisogno di nemici riconoscibili per razionalizzare una condizione “umana” completamente irrazionale, e perciò stesso violenta all’ennesima potenza.

Il robusto filo nero che lega Boston e il Texas si chiama Capitalismo. La considerazione non è semplicistica, com’è ovvio che i teorici della “complessità” la liquidino, ma piuttosto semplice, e tuttavia di scarsa “evidenza scientifica”: «Basterebbe allo spirito un piccolo sforzo per liberarsi dal velo di questa parvenza onnipotente e pur nulla: ma questo sforzo pare di tutti il più difficile». Soprattutto per mancanza di «spirito», ossia di coscienza critico-radicale, il solo occhio in grado di vedere il bandolo dell’intricata matassa chiamata Dominio. È il Dominio che ci dichiara guerra tutti i santi giorni, e a volte non si fa scrupolo di ricordarcelo anche nei momenti di – apparente – tregua, com’è successo appunto a Boston.

C_2_fotogallery_1019899__ImageGallery__imageGalleryItem_8_imageDopo l’esplosione della fabbrica texana, il sindaco di Waco, la cittadina che dista pochi chilometri dalla scena del terrore, ha detto ai giornalisti che i residenti hanno bisogno delle «vostre preghiere». Più che di preghiere il mondo avrebbe  bisogno come l’aria di una bella rivoluzione sociale (ho scritto sociale: non giustizialista, meritocratica, anticastale, benecomunista e sciocchezze simili), il solo Evento (stavo per scrivere Miracolo!) che può farci uscire dalla scena del terrore. Il «mero esistere» non solo non ci mette al riparo dal Male, ma è esso stesso il Male, il cui manifestarsi in singoli eventi catastrofici ha anche la funzione ideologica di celare la natura maligna (disumana) della nostra routine.

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4 thoughts on “LA SCENA DEL TERRORE

  1. Ma come fare se la “mera esistenza” (non quella feticizzata, che chiami, forse in un certo senso teologico-politico ,”il Male”, ma quella dei viventi che siamo… del supporto più semplice per la costruzione di nuove relazioni non “alienate”) sembra continuare comunque a cadere preda dell'”universale” che totalizza, sussume e schiaccia qualsiasi cosa respiri o meno?…

    Senz’altro anche l’Evento rivoluzionario ha questa connotazione di effetto “universale”… pensi che sia possibile uscire dall'”universale” (del Dominio totalitario) con una visione universalista del conflitto sociale?… o non è forse il caso di mutare il paradigma, uscire dalla dialettica “individuale/universale”, imponendo una rottura epistemologica prima che rivoluzionaria (che, a mio avviso, non può verificarsi, permanendo un terreno comune di premesse teorico-pratiche…)?

    Più che il “miracolo” dell’abbattimento improvviso del sistema e del complesso in questione (che non vedo proprio come possa essere sconfitto sul piano tecnologico-militare) penso a qualcosa come un contagio di pratiche e teorie, che spezzino quella “routine” di cui scrivi… in grado di accelerare la frana del presente senza che proprio tutto venga travolto…
    Sarà da katechòn al contrario (che si schiera cioè con le potenze disgregatrici del sistema totalitario, dell'”universale” paranoide…) ma non credo si possa fare altro se non salvare il salvabile (di una tradizione di analisi e di critica radicale dell’esistente feticizzato) e attrezzarsi per costruire il nuovo contro la barbarie della “civiltà” che avanza…

    • Ti ringrazio per l’acuta riflessione, che merita una risposta adeguata che adesso non saprei dare senza ripetere argomenti e concetti che probabilmente hai già letto in questo Blog. Non ho risposte scontate da offrire. Tieni però presente che personalmente non mi faccio nessuna illusione intorno alla possibile – e da me auspicata – rivoluzione sociale, la cui problematicità, che concettualizzo come tragedia dei nostri tempi*, è anzi al centro della mia riflessione teorica e politica. Naturalmente per me oggi non si tratta di “fare la rivoluzione”, ma di costruire un soggetto autenticamente rivoluzionario. Anche su questo punto non ho ricette già pronte, e la tua riflessione è anche da questo punto di vista assai stimolante. Sulla dialettica individuale/universale trovi qualcosa nell’Angelo Nero e in Eutanasia del Dominio. Vedo che t’interessi al katechòn, concetto – paolino/schmittiano – che ho ripreso a “pestare” criticamente anch’io, sollecitato dalla lettura dell’ultimo saggio di Massimo Cacciari. Rinnovo i ringraziamenti e ti saluto. Ciao!

      * La riconciliazione tra l’individuo e la totalità sociale, che Kant pensava in termini quanto mai problematici, che di fatto finivano per negarla, o quantomeno per depotenziarla a favore del «consorzio umano»; e che Hegel immaginò possibile, e anzi necessaria, ma nel contesto di un processo generale (ideale, storico, sociale, individuale) «capovolto»; questa riconciliazione per Marx diventa possibile qui e ora grazie al movimento generale della storia umana, la quale si sostanzia nella millenaria prassi sociale umana. La società capitalistica, nella quale i toni della propaganda a favore dell’individuo (pensato come funzionario del Capitale, lavoratore,consumatore, utente, cliente, contribuente) diventano tanto più alti quanto più quel povero diavolo viene annichilito dal meccanismo sociale, ha fatto fare a quel movimento storico un gigantesco passo in avanti verso la reale disumanizzazione dell’individuo e, al contempo, verso la sua possibile emancipazione. Questa tensione storica e sociale tra realtà e possibilità, tra presente e futuro, cresce continuamente, perché continuamente i due poli dialettici dell’attualità e della possibilità si caricano di nuova e più potente energia. Nelle più acute crisi sociali, soprattutto nelle guerre mondiali, possiamo osservare fisicamente l’esplodere dell’enorme energia che si accumula nel cozzare delle “faglie” temporali (il futuro preme contro il presente). Per questo cresce il dolore e il disagio in coloro che riflettono sulla cattiva condizione umana, e non riescono proprio a mandar giù la maledizione per cui gli individui non riescono a venir fuori dal cerchio stregato della disumanità (la società che attribuisce valore solo a ciò che si può vendere con profitto: uomini, cose, idee, emozioni, ecc.) quando la tecnologia, la scienza, le informazioni e le capacità organizzative permetterebbero a tutti, già oggi, una vita felice, un’esistenza non sottoposta all’imperio delle totalitarie esigenze economiche, non dilaniata dalla competizione universale per la conquista di una fetta della torta, di un “posto al sole” (in fabbrica, in ufficio, tra gli amici, nel mondo, ovunque), in una sola parola: una esistenza umana. «Sapersi come un frutto appeso all’albero, che non potrà mai maturare per la troppa ombra e vedere, vicinissimo, il sole che ci manca» (F. Nietzsche, Schopenhauer come educatore): è ciò che chiamiamo, senza enfasi né «pathos rivoluzionario» ma con asciutto realismo, la tragedia dei nostri tempi:

      – Prometeo: «Io che ho ideato tanti congegni per l’uomo non trovo per me uno scaltro pensiero, sollievo al tormento che ora mi assale. E’ la mia sofferenza».

      – Le Oceanine: «Passione che ti offende, la tua! Brancoli, scivoli ormai nel delirio, sembri un medico inetto, piombato nel male: ti senti mancare, nel cuore, non scorgi rimedi, come fare a sanarti».

      – Prometeo: «Fragile cosa è l’ingegno, contro il destino che stringe».

      (Eschilo, Prometeo incatenato).

      Molte espressioni intellettuali e artistiche di pessimismo antropologico e di vera e propria misantropia; la presa di posizione di disprezzo nei confronti di un individuo «che merita» il proprio miserabile destino; insomma, il pessimo credito di cui gode l’uomo moderno presso molte sensibilità intellettuali e artistiche ha la sua radice in quel dolore, in quel disagio, in quell’incomprensione: che ce ne facciamo dell’intelligenza umana se non ce ne serviamo umanamente? Se tracciamo a terra, con un legno, un cerchio intorno a una gallina, vediamo che essa ne verrà subito fuori, semplicemente perché non ne ha contezza; se facciamo la stessa cosa con un uomo, si corre il rischio di intrappolarlo per sempre: «se sono al centro di questo cerchio una ragione, magari recondita, misteriosa, ci deve pur essere!» La ricerca «di senso» dunque ci frega, ci rende più stupidi di una gallina? L’alternativa, allora, è tra la «stupidità» dell’animale, che almeno non fa della sua esistenza una vita problematica, e il cui «senso» coincide immediatamente con la propria natura e la natura che lo circonda, e la ragione umana che molte volte ci rende irrazionali? Nel film Forrest Gump il giovane Forrest diventa, suo malgrado, una sorta di guru, di santone laico e postmoderno per centinaia di individui frustrati e alla ricerca del solito «senso profondo della vita», i quali lo seguono «da costa a costa», da Nord a Sud lungo la sua lunghissima corsa, perché sono sicuri che essa celi un «profondo significato», che bisogna assolutamente carpire. I mass media fiutano l’affare e trasformano una lunga e insignificante – escludendo il protagonista, naturalmente – corsa in uno straordinario «evento». A un certo punto l’esausto ma soddisfatto Forrest, scarico dell’energia emotiva che l’aveva mosso, si ferma: «è ora di ritornare a casa», dice a se stesso. Pure il plotone degli “adepti” si blocca. Il più zelante fra essi, quello che l’aveva seguito per primo portandosi dietro gli altri ricercatori «di senso», si avvicina al barbuto e capellone “maestro”: «Parlaci, dicci il significato di tutto quello che abbiamo fatto in questi giorni». La risposta del semplice Forrest lo pietrifica e lo manda su tutte le furie: «Quale significato? Io ho voluto fare solo una corsa…». Già, solo una corsa.
      Da Eutanasia del Dominio.

      • Grazie dei consigli di lettura e ti porgo i miei complimenti per lo stile della citazione che hai tratto dalla tua “Eutanasia del Dominio”… bel preambolo e belle metafore (ho gradito molto quella delle faglie temporali… del futuro contro il presente…).
        Sul “pestare” Cacciari (e gli spiriti spengleriani camuffati o i venditori di fiction apocalittiche) non posso che essere d’accordo…

        Mi auguro infine che si costruisca bene, questo “soggetto” (termine per me problematicissimo…), dotandolo di tutti gli strumenti di cui necessita… e che sia efficace…
        Prosit.

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