LIBERARSI DAL MITO DELLA LIBERAZIONE

26-aprile-1945-verona_gal_autore_12_col_portrait«Si può essere nemici del regime costituzionale senza essere per questo amici dell’assolutismo» (K. Marx).

Nel suo articolo pubblicato ieri dal Fatto Quotidiano Emanuele Ferraggina, giovane e brillante ricercatore presso la prestigiosa Università di Oxford, si fa portavoce dell’amarezza e del disorientamento politico-esistenziale che oggi attraversano il popolo di sinistra, deluso e smarrito come poche altre volte in passato dopo le note vicende politiche. A Ferraggina hanno fatto male soprattutto gli applausi che l’odiata «casta inciucista» ha voluto tributare alle paterne rampogne di Re Giorgio, il Salvatore della Patria: «Quegli applausi al discorso di Napolitano sono infamanti. Sono uno schiaffo in faccia. Offendono la nostra dignità. In quel parlamento sediamo tutti, nessuno è escluso». Ecco, con questo post intendo precisare che la mia “dignità” non si è sentita offesa in alcun modo mentre è andata in scena una delle tante puntate di Miserabilandia. E, già che ci sono, faccio presente che io non siedo in Parlamento, né realmente, come «cittadino» eletto, né virtualmente, attraverso i cosiddetti rappresentanti eletti dal popolo. Il mio «astensionismo strategico» non ha mai avuto esitazioni, ma piuttosto conferme.

L’uomo che sussurrava al giaguaro

L’uomo che sussurrava al giaguaro

Magari qualcuno dirà che chi scrive mostra di non avere alcuna dignità: questa obiezione posso pure accettarla; l’importante è che non mi s’intruppi tra i sostenitori della Repubblica nata dalla Resistenza, tra gli adoratori della Sacra Costituzione del ’48. Anche per Ferraggina la «Costituzione più bella del mondo» avrebbe subito un grave vulnus nella vicenda che ha visto la «partitocrazia» intronizzare il vecchio Presidente della Repubblica, chiamato a commissariare partiti che non vogliono pagare prezzi troppo alti sull’altare delle sempre meno rinviabili «riforme strutturali». Sul presunto vulnus, o «golpetto furbo» che dir si voglia, rimando al post di qualche giorno fa.

Il giaguaro

Il giaguaro

A proposito della sacralità della Costituzione, e dunque del Leviatano che la presuppone, mi viene in mente il concetto di sacro di Max Stirner: «Tutto ciò di fronte a cui provate rispetto o venerazione merita di essere chiamato sacro». Mentre la paura che non degenera in paranoia non ci impedisce di reagire contro la cosa che ci incute timore, e quindi non ci fa cadere in eterno in sua soggezione, «nella venerazione, invece, le cose stanno diversamente. In essa non si teme solamente, ma si onora: la cosa temuta è diventata una potenza interiore, alla quale io non posso più sottrarmi … sono completamente nel suo potere … Io e la cosa temuta siamo un tutt’uno» (L’Unico e la sua proprietà). Si comprende che, in queste condizioni, difendersi dalla Cosa diventa alquanto problematico.

Abbandoniamo il cielo della filosofia e precipitiamo nel guano della politica nostrana. Ascoltiamo ancora il nostro afflitto, ma non sconfitto, amico progressista: «Io credo profondamente ai corsi ed ai ricorsi storici. Non è un caso che tutto questo stia avvenendo tra il 25 Aprile e il Primo Maggio». Questa evocazione vichiana mi permette di dire la mia su quelle due sacre date: il 25 Aprile si festeggia la continuazione del Dominio sociale capitalistico, sebbene sotto una guisa politico-istituzionale diversa da quella precedente (dal regime fascista al regime democratico, come peraltro prescrive la nuova collocazione geopolitica del Paese); il Primo Maggio è diventato il giorno in cui i lavoratori sono chiamati a osannare il lavoro salariato che li rende schiavi del Capitale. Come ho scritto altrove, a ragione la sacra Costituzione afferma che la Repubblica Italiana è fondata sul lavoro (salariato). La disoccupazione non contraddice la Costituzione, come si pensa comunemente, ma la conferma in pieno, perché porre a fondamento della Repubblica il lavoro (salariato) significa ratificare anche sul piano giuridico-ideologico il dominio del Capitale, il quale, com’è noto, assume e licenzia «capitale umano» sulla scorta della bronzea legge del profitto.

Per Toni Negri «La Costituzione del ’48 era indubbiamente una buona Costituzione – una costituzione fordista però, nulla più di questo … Ci dicono che la Costituzione del ’48 è il meglio: ma se oggi vivessero Terracini, Dossetti, Calamandrei, pensate davvero che non la considererebbero piuttosto un peso al piede, un archivio tipo Statuto Albertino?» (La civetta costituente, UniNomade, 3 marzo 2013). Non c’è dubbio. Ma ancorché superata, e non certo da qualche anno (è dagli anni Settanta che gli “esperti” predicano la necessità di una radicale riforma costituzionale), la Costituzione del ’48 ha una natura squisitamente borghese che va denunciata con forza, non per criticare il passato quanto piuttosto per affrontare il presente. L’«iniziativa costituente» di cui parla oggi l’intellettuale padovano, volta a «creare “incidenti democratici di base”» e «”produzioni istituzionali di democrazia dal basso”», mi appare fin troppo in continuità con la teoria e con la prassi della «sinistra storica», al netto dell’ambigua fraseologia benicomunista e cognitivista che non riesce a celare la maligna preferenza per il Leviatano coltivata dai progressisti di tutte le tendenze.

Ritorniamo a Ferraggina: «Quel piccolo spazio di parlamento occupato da deputati e senatori che avranno il coraggio di non piegare il capo per difendere la mia dignità, mi rappresenta e rappresenta tanta gente onesta che lotta ed ha lottato ogni giorno in questo paese senza memoria e senza coraggio. Mi rappresenta e mi dà la speranza di lottare e impegnarmi per il mio paese». Auguri! Mi permetto di aggiungere che da sempre il punto di vista della Patria, della Nazione e del Paese è il punto di vista delle classi dominanti, in regime democratico-parlamentare come in quello dittatoriale-corporativo. Questo proprio perché la società vigente è dominata in modo totalitario dagli interessi che, immediatamente o mediatamente, fanno capo alle necessità dell’economia (capitalistica, è il caso di specificarlo?), e forse mai come oggi questo fatto era apparso così evidente e potente. Ecco perché quando Re Giorgio, rinvangando la storia patria, fa appello a «quello sforzo di raccoglimento unitario, di cui ha bisogno oggi il Paese, di cui ha bisogno oggi l’Italia», non fa solo della sterile retorica.

Celebrando un anno fa a Milano il 65° anniversario della Liberazione, Napolitano sostenne che «Con la Resistenza, di fronte alla brutalità offensiva e feroce dell’occupazione nazista, rinacque proprio l’amore, il senso della patria, il più antico e genuino sentimento nazionale» (Dal Sito Web della Presidenza della Repubblica). A mio antipatriottico avviso, nulla vi è di più reazionario del sentimento nazionale, non importa se declinato a “destra”, a “sinistra” o nel nuovo conio grillino. «Fra tutte le forme di superbia quella più a buon mercato è l’orgoglio nazionale … Ogni povero diavolo, che non ha niente di cui andare superbo, si afferra all’unico pretesto che gli è offerto: essere orgoglioso della nazione alla quale ha la ventura di appartenere» (A. Schopenhauer, Il giudizio degli altri). Il mito della Resistenza rimane un forte collante ideologico che permette al Bel Paese di tenere le classi lavoratrici dentro il cerchio stregato del «bene comune», declinato in termini più o meno progressisti. Guai se quel collante perdesse di efficacia, soprattutto in tempi di crisi economico-sociale.

I liberatori...

I liberatori…

Come ho scritto altre volte, la Resistenza è stata, per l’Italia, la prosecuzione della guerra Imperialista con altri mezzi e nelle mutate circostanze generate dalla caduta del regime fascista nel fatale luglio del ’43. Grazie alla Resistenza l’Italia poté giocare sulla scena internazionale la sua tradizionale partita tesa a lucrare il massimo possibile anche nelle peggiori circostanze. Maestria politica che postula improvvisi tradimenti (la ricerca del capro espiatorio è un classico nel repertorio politico italiano: l’amatissimo Duce appeso come un maiale scannato a Milano la dice lunga, a tal proposito), spregiudicati «giri di valzer» con questa o quella Potenza, e via di seguito. La Germania e il Giappone, che non seppero saltare immediatamente sul carro dei vincitori, pagarono un prezzo assai più alto, sotto ogni rispetto. Va perciò a onore della Resistenza la difesa degli interessi nazionali del Paese quando le Potenze vittoriose disegnarono i nuovi assetti geopolitici e geoeconomici mondiali. Naturalmente chi “vive” questi patriottici interessi come qualcosa di radicalmente ostile all’uomo (a prescindere dalle forme politico-istituzionali che essi assumono nella contingenza: totalitarie, democratiche, ecc.) non ha davvero nulla da festeggiare.

Ecco perché la mia mano corre subito alla pistola quando leggo appelli del tipo che segue: «Non basta ricordare la Resistenza, bisogna renderla attuale!!!» (Marco Ferrando, La crisi della Repubblica, nota del 21 aprile 2013). Checché ne pensi il simpatico Segretario del PCL, la «risposta di classe» alla crisi, che anche lui auspica e per la quale lavora giorno e notte, è contro lo spirito e la prassi della Resistenza, che non fu una sorta di «rivoluzione tradita» (dai togliattiani «con la benedizione degli Usa e di Stalin»), come egli pensa riprendendo il noto schema  del grande Trotskij*, ma rappresentò, appunto, la continuazione della guerra imperialistica. La «risposta di classe» probabilmente passa anche dalla radicale rottura con il mito della Resistenza, coltivato peraltro soprattutto dagli eredi di quel partito (il PCI del Migliore stalinista occidentale) che più si impegnò nella difesa del patto russo-tedesco dell’agosto 1939. Se la storia non è acqua fresca, questo deve dirci pur qualcosa. Liberazione? Addavenì!

24-aprile-1945-settembre_gal_autore_12_col_portrait_shScrive Ferraggina: «Anche se ci crediamo assolti, oggi siamo tutti coinvolti. Basta con l’indifferenza, torniamo a lottare per il bene comune». Ma si tratta di incominciare a lottare contro la società capitalistica: è la sola Resistenza che riesco a concepire.

* Alludo naturalmente alla controrivoluzione sociale che prese corpo in Russia nel momento in cui il fragile potere politico proletario rimase isolato (dalla comoda, ma non per questo inutile prospettiva storica l’isolamento appare “conclamato” già alla fine del 1920, alla vigilia della NEP leniniana), non più che un piccolo scoglio accerchiato dal mare in tempesta (la campagna russa, gelosa delle conquiste ottenute nell’Ottobre ‘17) e ostaggio di potenze oggettive sociali (il Capitalismo incipiente e scalpitante e il tradizionale espansionismo Grande-Russo) che alla fine lo annienteranno. La maligna fenomenologia politico-ideologica di questa controrivoluzione è passata alla storia col famigerato nome di stalinismo.
Per capire la natura maligna di questa fenomenologia è sufficiente confrontare, fatta la debita tara ai due eventi posti in relazione, l’epilogo della Comune di Parigi, schiacciata in maniera plateale dal nemico di classe nazionale e internazionale, e la sconfitta del potere proletario in Russia, che appare al pensiero non sufficientemente critico e dialettico in guisa di una sua vittoria – il falso paradosso non fu compreso nemmeno da Trotskij, come si evince dalla sua teoria del Termidoro e della «casta burocratica».
Dalla mia prospettiva lo stalinismo non appare come semplice “degenerazione” di un gruppo dirigente diviso da violente lotte di potere per la successione (a Lenin), o come trionfo di un nuovo gruppo sociale (la burocrazia), bensì come strumento: 1. della controrivoluzione capitalistica internazionale, 2. dell’accumulazione capitalistica a ritmi accelerati in Russia e 3. della continuità imperialistica – di qui anche la scelta, che si impose definitivamente alla fine degli anni Venti, di promuovere innanzitutto l’industria pesante, a detrimento dell’industria dei beni di consumo e dell’agricoltura.

Vedi anche L’eterno fascismo.

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