ENTALPIA CAPITALISTICA. Sulla guerra sistemica in Europa

L'eterna Germania

L’eterna Germania

Continua la stucchevole diatriba tra «rigoristi» (di norma liberisti più o meno “selvaggi”) e «sviluppisti» (di norma keynesiani, più o meno “ortodossi”), disputa a tutto campo che ha trovato altra benzina nelle statistiche sull’andamento dell’occupazione nei diversi Paesi dell’Unione europea rese pubbliche in questi giorni.

Mentre la Germania fa registrare risultati da piena occupazione, Grecia, Spagna, Italia e Francia hanno un mercato del lavoro devastato dalla disoccupazione e dalla precarietà. Giustamente molti economisti italiani fanno osservare che anche dopo l’«uscita dal tunnel» della crisi l’occupazione non subirà un immediato contraccolpo positivo in grazia della ripresa della produzione. Infatti, prima di procedere a nuove assunzioni le aziende dovranno riassorbire il personale collocato in cassa integrazione, e saranno tentati di spingere al massimo il pedale sullo straordinario. Senza considerare il processo di ristrutturazione tecnologica e organizzativa, in parte già in atto nelle imprese “vocate”  all’esportazione (praticamente le sole che in Italia portano a casa profitti “dignitosi”), che farà aumentare la produttività del lavoro risparmiando lavoro. In questo contesto disoccupazione e precarietà assumono, almeno nel medio periodo, una dimensione strutturale, per usare il linguaggio tecnico degli economisti.

I progressisti tedeschi puntano i riflettori sul carattere «grottesco» della situazione: non solo la politica «rigorista» della Cancelliera di ferro ha messo in ginocchio l’Europa meridionale, imponendole un modello economico (quello teutonico, appunto) insostenibile per Paesi che non hanno la stessa struttura sociale né lo stesso retaggio storico e culturale della Germania; come se ciò non bastasse, adesso si scopre che il «capitale umano» più qualificato dei Paesi in crisi rischia di spostarsi in massa dalle parti della Signora Merkel. La «fuga dei cervelli» dal Mezzogiorno del Vecchio Continente è già un fatto rilevante registrato dalle statistiche. Non accadeva da molto tempo.

Naturalmente il fenomeno è tutt’altro che «grottesco», e certamente non è sorprendente: esso è semplicemente capitalistico, e può sorprendere, inquietare e indignare solo chi coltiva chimere europeiste, solo chi non ha capito il reale significato storico-sociale del cosiddetto «sogno europeo». Come ho detto altre volte con una metafora tecnico-scientifica che denuncia la mia modesta formazione scolastica, il salto di pressione (o di entalpia) tra i diversi capitalismi che si confrontano in Europa genera spontaneamente un risucchio di ricchezza sociale (in primis capitali e capacità lavorativa specializzata) che premia il sistema capitalistico più forte. La volontà politica degli Stati deve piegarsi alle bronzee leggi del Capitale, e chi piange sulle conseguenze senza metterne in discussione alle radici le cause mi procura non poco fastidio. E non solo intellettuale.

Lorenzo Bini Smaghi, Francesco Giavazzi e Alberto Alesina, in questi giorni presi di mira dal progressista Paul Krugman in quanto massimi esponenti del partito «austeriano», hanno facile gioco contro i keynesiani ricordando loro che il dualismo austerità-crescita non ha alcun senso, e che il problema è piuttosto quello di rendere capitalisticamente possibile e sostenibile, almeno nel medio periodo, il superamento della crisi economica in quei Paesi che esibiscono una struttura sociale largamente obsoleta, e che, a differenza della Germania e degli altri Paesi “virtuosi”, hanno rinviato sine die le necessarie «riforme strutturali». La Germania ha avuto Gerhard Schröder, i «meridionali» no. «Riprendendo l’aggettivo qualificativo attribuito al patto di stabilità dall’ex presidente della Commissione europea Romano Prodi, in un primo tempo c’è stato un periodo “stupido”, quello nel quale per consolidare il proprio potere Bruxelles ha applicato le regole contabili, mentre a partire dal 2003 Francia e Germania se ne sono emancipati. In modo intelligente, nel caso di Gerhard Schröder che ha messo a frutto questa tregua per riformare la Germania; e in modo disinvolto, nel caso di Jacques Chirac che ne ha approfittato per non fare assolutamente nulla» (Le Monde, 6 maggio 2013). Naturalmente la stupidità e l’intelligenza qui stanno a zero, per dir così, e chi cerca di applicare queste insulse “categorie dello spirito” alla guerra sistemica in corso in Europa necessariamente deve confessare tutta la propria impotenza intellettuale e politica. Invocare il «buon senso invece della disastrosa fissazione per il rigore», sempre per usare le disperate parole di Le Monde, significa non aver capito quanto forti, profondi e potenzialmente dirompenti siano le ragioni del contrasto che ha spezzato il falso idillio franco-tedesco.

martirena-flag_0Tra l’altro l’Agenda 2010 di Schröder non risparmiò nemmeno la sfera della formazione scolastica, rendendo ancora più competitiva la già robusta “industria formativa” tedesca, fiore all’occhiello del Capitalismo teutonico già ai tempi di Bismarck.

«Il sistema [della formazione] è stato messo particolarmente sotto pressione una decina di anni fa, quando la disoccupazione in Germania era altissima e decine di migliaia di giovani non avevano la possibilità di ricevere un’adeguata formazione pratica. Nel 2004 il governo verde-rosso formato dai socialdemocratici e dai Verdi spinse per l’arruolamento in massa di apprendisti, per costringere l’economia a creare più possibilità per la formazione.

Ma nel giugno 2004 il governo tedesco si accordò con i datori di lavoro e le associazioni delle aziende per far approvare il Patto di formazione professionale e scolastico, che ha contribuito a ribaltare la situazione: adesso l’offerta supera la domanda» (Il segreto del successo tedesco, Die Welt, 8 maggio 2013).

In Italia «riforme» e «controriforme» non fanno che confermare e consolidare l’arretratezza dell’agenzia formativa del Paese. D’altra parte nel Capitalismo tutto si tiene: dall’accumulazione in vista del profitto al Welfare, dal progresso tecnologico e scientifico (motore formidabile dell’economia capitalistica) al sistema della formazione scolastica e professionale, dalla cultura alla «psicologia di massa», ecc., ecc.

La Germania non ha altra alternativa oltre quella di fare dell’Europa una grande Germania, come temono a ragione gli europeisti e i sovranisti del Continente (due facce della stessa escrementizia medaglia), e la teutonica «fissazione per il rigore», oltre che a consolidare il vantaggio competitivo degli odiati-invidiati “crucchi” nei confronti dei “cugini” europei, come vuole l’ABC della prassi capitalistica, oggettivamente si dà come la sola strada percorribile da chi vuole costruire una solida Unione europea. Come dice la perfida Angela, l’equilibrio fra i Paesi europei va cercato verso l’alto, alzando lo standard competitivo in tutta l’area dell’euro, non verso il basso, deprimendo la potenza capitalistica della sola zona continentale ancora capace di avere un peso sul mercato mondiale. Tutto congiura a favore della Germania. Di qui la sua eterna disgrazia.

Giorgio Cremaschi se la prende con l’«Europa reale»: «Rigore, competitività, flessibilità sono le parole malate che tornano a dominare il dibattito politico, come accade da trenta anni». Perché «malate»? Sono piuttosto le consuete parole del Capitale, fanno necessariamente parte del suo linguaggio. È anche vero che in Italia siamo tutti innamorati delle parole che addolciscono l’amara pillola della realtà, senza poterla ovviamente cambiare. «Siamo un paese paralizzato che ripete sempre lo stesso errore perché le classi dirigenti tutte sono o complici o vittime della sindrome europea. Ogni ferocia sociale che ci vien fatta precipitare addosso nasce al grido: “lo vuole l’Europa”. Ci vuole anche in Italia una sinistra radicale che dica no all’Europa, come c’è in tutto il continente» (MicroMega, 5 maggio 2013). Mentre Cremaschi prepara la nuova classe dirigente progressista e socialsovranista per fare uscire il Paese dalla paralisi, chi non ha da contrapporre presunte nuove ricette economiche a quelle praticate oggi in Italia, e desidera l’uscita degli individui non dall’Europa, ma dal Capitalismo, non può che auspicare la ripresa in grande stile della lotta di classe anticapitalistica nel Bel Paese e in tutto il Continente. E muoversi politicamente in questo senso, dando il proprio contributo, piccolo (come quello che cerca di dare il sottoscritto) o grande che sia.

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