AL DI LÀ DEL BENE (SAVIANO) E DEL MALE (BERLUSCONI)

Ilda-Boccassini-594x3501. La libido giustizialista degli Anticav

Commentando l’«eversiva» manifestazione berlusconiana di Brescia il vicepresidente del CSM Michele Vietti ha detto che «la magistratura è un potere dello Stato posto a baluardo della legalità» – borghese, aggiungo io con la settaria pignoleria che tanto irrita i miei pochi lettori progressisti. Vietti ha insomma ricordato all’opinione pubblica del Bel Paese, chiamata ancora una volta a dividersi in opposte – quanto egualmente miserabili – tifoserie, un’ovvietà che il pensiero critico-radicale riconosce come tale da sempre.

Stupisce, quindi, che non poche persone che sostengono (millantano?) di essere comunisti «senza se e senza ma» si schierino puntualmente a difesa della magistratura tutte le volte che questa chiama in causa Silvio Berlusconi, una vera e propria ossessione per il progressismo mondiale – il quale, già solo per questo, confessa la propria abissale indigenza intellettuale ed esistenziale, giusto il detto dimmi chi è il tuo Nemico e ti dirò chi sei. Si tratta forse di un’intelligente tattica volta a colpire il «nemico principale» per poi fare i conti con il «sistema» (parolina fumosa che non cela affatto l’inconsistenza “dottrinaria” e politica di chi la usa a colazione, a pranzo e a cena) nel suo insieme? È dunque possibile servirsi del Leviatano nella lotta «antisistema»? Nicchio, tentenno. Purtroppo queste vertiginose altezze dialettiche sono per me inarrivabili. Al punto di credere che anche quando, mi correggo: soprattutto quando un «potere dello Stato» colpisce un uomo di potere il Leviatano conferma e rafforza la sua presa politica e ideologica sugli individui, conferma e potenzia la sua funzione di cane da guardia dello status quo. La mosca cocchiera in guisa di intelligente stratega farebbe bene a non agitarsi troppo: il Leviatano che le sta dietro potrebbe trarne piaceri… berlusconiani…

saviano2. Per un antisavianismo di classe…

In occasione di una sentenza che ha dato torto a Saviano, icona dell’italica gente perbene (e quindi non del sottoscritto), Mario Lucio ha scritto su Polisblog dell’11 maggio quanto segue: «Saviano si avvale sempre di argomentazioni che si rifanno alla legalità, al rispetto delle regole democratiche e ai buoni sentimenti. Il suo tarlo, come ha più volte dichiarato, è quello di trovare le giuste modalità di comunicazione per promuovere questi temi nei confronti dell’ “altra parte, degli elettori di Berlusconi“. In sintesi, per lo scrittore, il fenomeno mafioso si batte con i buoni argomenti della “cultura” del rispetto delle leggi sempre e comunque, anche se corrono il rischio di essere liberticide. Forse all’autore sfugge che per molti altri non è questo il punto». Condivido, almeno in parte, e rimando a due post: La natura criminale della mafia e Mafia 2.0.

Ma qual è «il punto» secondo Lucio? Vediamolo: «Altrettanto legittimamente si può pensare che l’illegalità sia legata, attraverso un processo osmotico, al neoliberismo. Altrettanto legittimamente si può pensare che la mafia si batte principalmente con risposte sociali prima che “culturali”, per non dire di bon ton. Altrettanto legittimamente si può pensare che il mondo non si divida tra centro sinistra e centro destra, ma tra chi vuole questo modello di sviluppo e chi ne preferirebbe un altro, tra chi si trova benissimo in questa democrazia rappresentativa e chi ne immagina un’altra. Se Saviano considerasse legittime anche queste distinzioni, e non solo le sue, avrebbe certamente risposto a Persichetti su Liberazione, invece lo ha querelato, dando prova di quanto sia sterile il suo moralismo». Sull’ultrareazionario, più che sterile, moralismo dello scrittore napoletano di successo rimando a un mio post dell’anno scorso. Lucio ha esposto un punto di vista critico-progressista su Saviano e sulla società.

Il punto di vista critico-radicale mette in questione gli stessi concetti di legalità e illegalità declinati sulla scorta di una concezione pattizia (contrattualistica, insomma borghese) delle relazioni sociali. Se non si comprende che il diritto (ad esempio, anche quello codificato nella «Costituzione più bella del mondo») è chiamato a supportare le diverse, e a volte contraddittorie, esigenze del dominio sociale capitalistico, le critiche al «savianismo», ossia al giustizialismo e al moralismo più o meno d’accatto, non colgono il cuore del problema, perché rimangono impigliate nella maligna dialettica che informa il processo sociale. Soprattutto connettere la cosiddetta illegalità al «neoliberismo» significa non aver compreso l’essenza violenta, espansiva e disumana del Capitalismo tout court. Qualitativamente la mafia – come le altre organizzazioni “criminali” – è fatta della stessa sostanza che dà corpo e movimento all’hobbesiana «società civile». Criminale, dal mio punto di vista, è innanzitutto la società fondata sul profitto e sussunta sotto ai sempre più totalitari imperativi categorici dell’economia. Chi decide della “legalità” ovvero dell’”illegalità” delle prassi volte a intercettare la ricchezza sociale è sempre la fazione più forte delle classi dominanti. A questo proposito mi viene in mente quanto ebbe a scrivere una volta Marx: «Gli economisti borghesi vedono soltanto che con la polizia moderna si può produrre meglio che, ad es., con il diritto del più forte. Essi dimenticano soltanto che anche il diritto del più forte è un diritto, e che il diritto del più forte continua a vivere sotto altra forma nel loro “Stato di diritto”» (K. Marx, Lineamenti, I, p. 11, La Nuova Italia, 1978).

Il diritto presuppone e dispiega una potenza sociale; esso è, con assoluta necessità, violenza di classe concentrata e razionalizzata, e la sua intima essenza viene illuminata a giorno proprio quando le classi dominanti producono, il più delle volte senza averne coscienza, nuovo diritto, anche sotto forma di «illegalità». È questa concezione della legalità (borghese) che l’autentico anticapitalista deve cercare di far penetrare nel seno delle classi dominate, per aiutarle a riconoscere il cerchio stregato dell’ideologia dominante che ne sanziona l’impotenza sociale. La stessa riflessione intorno al «modello di democrazia» alternativa a quella rappresentativa oggi in crisi deve fare i conti, se non vuole essere sterile, chimerica e ideologica, con il totalitarismo sociale cui accennavo prima a proposito degli imperativi categorici dettati dal Capitale, nazionale e internazionale.

Anche il non meglio definito «modello di sviluppo» alternativo a quello attuale evocato da Lucio fa indubbiamente i conti con decenni di menzogne vendute sul mercato mondiale delle ideologie dai sostenitori del cosiddetto «socialismo reale», il quale per me è sempre stato un Capitalismo di Stato per l’essenziale identico al Capitalismo «liberista» vigente nei Paesi alleati degli Stati Uniti. Per questo non biasimo affatto chi cerca di essere prudente quando si tratta di individuare «modelli di società» alternativi a quelli che abbiamo conosciuto in Occidente: troppo spesso molti hanno comprato robaccia credendo di acquistare una concreta speranza di liberazione. Se insisto nella mia critica dello stalinismo non è per partito preso, o per fissare lo sguardo al passato, ma piuttosto per fondare meglio la lotta contro il Moloch del presente in vista del possibile futuro «dal volto umano».

3 pensieri su “AL DI LÀ DEL BENE (SAVIANO) E DEL MALE (BERLUSCONI)

  1. la crociata anti-mafia di saviano dà una esatta misura della incarognita situazione italiana: il ferreo conservatorismo sociale che fa comodo a tanti si incrocia con velleitarie voglie di rifondazione morale che sembrano non avere ben chiaro che l’ etica (che un problematico senso per me ce l’ha) si fonda sulla prassi e non il contrario

  2. Assolutamente d’accordo!! La mafia è un fenomeno dello stato borghese, e non sarà lo stato borghese a liberare la società dalla mafia. Fintanto che il sistema di produzione capitalistico resterà in atto non vi è uscita. Il capitalismo stesso è mafia!! Ma questi sono argomenti troppo alti per i pseudo intellettuali, che non a caso usano solo e sempre le stesse argomentazioni dello stato borghese.

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