ACCOSTAMENTI STORICI: PIAZZA TIENANMEN E GEZI PARK

An anti-government protester holds a Turkish national flag with a portrait of Mustafa Kemal Ataturk, founder of modern Turkey, on it during a demonstration in AnkaraAnche stamattina mi sono alzato alle 6 del mattino. Per la rivoluzione (Abdullah Comert, anni 22, ucciso dalla polizia ad Antiochia).

Scriveva José Ignacio Torreblanca su El Paìs alla vigilia delle elezioni politiche che si sono tenute in Turchia il 12 giugno 2011: «C’è addirittura chi usa l’espressione “calvinisti islamici” per descrivere la nuova classe imprenditoriale orgogliosa e di successo che si è affermata nelle città più dinamiche dell’Anatolia. La Turchia povera e analfabeta di cui tante volte ci hanno raccontato, teoricamente piena di contadini anatolici ignoranti e bramosi di assaltare la fortezza del benessere rappresentata dall’Europa, già non esiste più. Nelle strade di Rabat, di Tunisi e del Cairo, l’Europa ha smesso di essere il modello da seguire ed è stata sostituita dalla Turchia, un paese che sta dimostrando che è possibile essere contemporaneamente musulmani, democratici e prosperi, e persino avere una politica estera indipendente dai dettami dell’Occidente […] I cittadini turchi non hanno mai avuto una vita migliore di quella che hanno adesso, e mai hanno mostrato tanto ottimismo. Non c’è da stupirsi se nessuno mette in dubbio che gli islamisti dell’Akp otterranno la maggioranza assoluta alle elezioni legislative che si svolgeranno domenica prossima». E infatti il Partito Giustizia e Sviluppo (AKP) di Erdogan ottenne un eccellente risultato elettorale, che premiò ancora una volta la modernizzazione capitalistica dal “volto islamico”.

Ora, come spiegare il paradosso per cui quello che solo fino a qualche settimana fa veniva considerato quasi ovunque nel mondo un modello sociale di successo, una merce sistemica da esportare un po’ dappertutto nel Medio Oriente, si sia nel giro di pochi giorni rivelato un coacervo di inestricabili contraddizioni (economiche, politiche, culturali, religiose), una pentola in pericolosa ebollizione, un sistema che danza sull’orlo del baratro? Misteri della fede (islamica, in questo caso) o, piuttosto, paradosso solo apparente, perfettamente spiegabile alla luce del processo di sviluppo capitalistico in Turchia colto anche nella sua dimensione geopolitica? Il “materialista storico” sa quale risposta “accendere”.

In effetti, lo stesso successo economico, politico e ideologico che la società turca ha registrato nell’ultimo decennio spiega, per l’essenziale, l’emergere delle nuove magagne e delle nuove contraddizioni che la travagliano.  Problemi e contraddizioni di nuovo conio che peraltro si sommano a quelle vecchie ancora superstiti, che non smettono di avere un peso nella dinamica e demograficamente giovane società turca.

A nessun osservatore minimamente attento e “obiettivo” delle cose turche è sfuggito il reale significato della protesta al Gezi Park di Istanbul, la quale ha funzionato un po’ da detonatore per la non poca polvere esplosiva che si è andata accumulando nel corso del decennio d’oro del “decollo” economico della Turchia. Decennio d’oro, beninteso, soprattutto per le classi dominanti del Paese, e sicuramente non per i lavoratori, i quali sono stati chiamati a rispettare nel modo più rigoroso l’aurea norma prega e lavora.

Almeno una parte della classe dominante turca ha visto nell’Islam un’eccellente collante ideologico da usare sia in chiave interna, per supportare l’accumulazione capitalistica a ritmi sostenuti, sia in chiave esterna, ossia come un ottimo strumento di penetrazione politico-ideologica nell’area geopolitica che già  fu di pertinenza ottomana. Come sempre la religione non gioca un ruolo autonomo e primario, checché ne pensino i protagonisti della politica e della cultura, ma è posta al servizio di interessi sociali ben determinati: come ho scritto altre volte, con la religione – e l’ideologia in generale – si può spiegare una cosa e il suo esatto contrario, proprio perché la sua funzione si dispiega in stretta connessione con le cangianti esigenze del mondo “profano”.

Il rigorismo islamista ha permesso alla società turca di assecondare al meglio le autoritarie esigenze di sviluppo del Capitalismo in Turchia; si tratta di vedere se esso può servire ancora alla bisogna, ovvero se non riesce più a supportare con l’efficacia di una volta gli interessi sociali che il processo di rapida “modernizzazione” del Paese ha generato. Ancora una volta il ritardo della politica e dell’ideologia rispetto ai processi sociali materiali (vedi alla voce società civile, nell’accezione hegeliana e marxiana del concetto) è un concetto chiave che può aiutarci a decifrare fenomeni sociali assai complessi.

turchiafoto1_500Nel corso degli anni la classe media si è di molto accresciuta e irrobustita, e il suo peso sociale si sta facendo sentire proprio in questi giorni di protesta. Infatti, almeno in questa fase è la classe media che sembra avere l’iniziativa; attraverso modalità più o meno informali e “spontanee” essa sta offrendo al movimento di lotta un certo orientamento politico-ideologico, anche per surrogare la debolezza di un’opposizione politica “laica” che appare stremata dal lungo ciclo “progressista-islamista”. Nulla di strano che il calore della protesta “interclassista” possa far entrare in ebollizione anche il proletariato industriale turco, che potrebbe avviare una stagione di rivendicazioni salariali assai pesante per gli interessi del Capitalismo turco. D’altra parte, la “modernizzazione” (la bida, innovazione) del Paese ha lasciato intatte non poche sacche di estrema miseria sociale. «Il lavoro minorile sembra essere autorizzato, a Istanbul: lavorare in strada è considerato una sorta di apprendistato per la vita adulta, un modo per imparare a superare le difficoltà che, si sa, si presenteranno sempre. È preferito all’elemosina ed è considerato una forma di solidarietà domestica in caso di necessità» (Lorenzo Posocco, I bambini della vecchia Istanbul, Limes, 27 settembre 2012).

Probabilmente la dura reazione governativa contro i manifestanti di Gezi Park si spiega anche con il timore che la protesta ecologista e “libertaria” possa innescare movimenti sociali di più vasta portata, tali da rallentare la corsa capitalistica della Turchia, indebolendone la stessa capacità di proiezione geopolitica. Ma a volte la repressione preventiva sortisce l’effetto esattamente contrario: non tutte le ciambelle riescono col buco! Nel giugno 1989, invece, l’escrementizia prassi borghese riuscì benissimo in Cina: ricordate Piazza Tienanmen?

turchiaNon bisogna dimenticare, per concludere, che il processo di ristrutturazione dello Stato turco, teso a depotenziare il tradizionale ruolo dei militari, è ancora in corso e non smette di produrre conflitti nel seno della stessa classe dominante, divisa in fazioni rivali a proposito della collocazione internazionale del Paese (guardare a Occidente o a Oriente?) e alla sua struttura economica (privilegiare l’agricoltura e l’industria o i servizi?). Il processo imbastito nell’ottobre 2008 contro Ergenekon, la presunta rete segreta ultranazionalista golpista (che agiva per conto del cosiddetto «Stato profondo»), ha rivelato solo la punta di un iceberg che ancora galleggia nel sempre perturbato mare politico-istituzionale della Turchia, una nazione sempre più proiettata nella dimensione di potenza regionale di prima grandezza.

Le «forti preoccupazioni per l’uso eccessivo della forza» di cui si è fatto interprete il Segretario di Sato americano John Kerry rappresentano per gli Stati Uniti ben più di una clausola di stile a uso diplomatico, tanto più adesso che lo scenario siriano rischia un ulteriore surriscaldamento. Una Turchia socialmente e politicamente instabile non può non suscitare apprensione a Washington. Non bisogna d’altra parte dimenticare che il decennio di “calvinismo islamico” che ci sta alle spalle ha visto la Turchia giocare una partita geopolitica assai più autonoma che in passato rispetto alla tradizionale politica estera turca subalterna agli interessi strategici americani nel delicato scacchiere mediorientale. E qui, per adesso, metto un punto.

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