LA TRAGEDIA EUROPEA SECONDO BARBARA SPINELLI

FALCO-greece-tragedyBarbara Spinelli ha la ricetta giusta per uscire dal baratro sistemico (economico, politico, culturale, morale, in una sola parola: sociale) dal quale il Vecchio Continente sembra non poter e, a volte (in virtù di un’insana miscela di sadomasochismo e ottusità politica), non voler uscire: «riscoprire l’Europa degli esordi». Un concetto che la brava europeista ripete ossessivamente ormai da cinque anni, con scarsi risultati, perché ancora una volta il destino vuole essere cinico e baro. Appresso a lei anch’io ripeto, con identico risultato, i miei mantra anticapitalistici.

«Non dimentichiamolo: si volle metter fine alle guerre tra potenze diminuite dopo due conflitti, ma anche alla povertà che aveva spinto i popoli nelle braccia delle dittature. Non a caso fu un europeista, William Beveridge, a concepire il Welfare in mezzo all’ultima guerra» (La macchia umana sull’Europa, La Repubblica, 25 giugno 2013). Una lettura della storia recente davvero imbarazzante, per la sua assoluta inconsistenza. «Si volle» chi? Qui si dimentica, diciamo così, che l’opzione “pacifista” fu imposta alle «potenze diminuite» (Germania, Francia, Inghilterra e Italia) dagli Stati Uniti e dall’Unione Sovietica, ossia dalle due potenze imperialistiche uscite vincitrici dalla Seconda carneficina mondiale. Francia e Inghilterra ne uscirono appunto «diminuite», solo virtualmente nel campo dei vincenti. Sotto questo aspetto, i fatti di Suez del ’56, che ratificarono l’abbassamento di rating imperialistico dell’Inghilterra e della Francia, appaiono ancora oggi emblematici.

Il “pacifismo” che si trova nelle Costituzioni di Germania, Italia e Giappone è di pura marca statunitense, come il “socialismo” che l’Armata Russa – tutt’altro che Rossa – impose ai cosiddetti «Paesi dell’Est». La “pacificazione” del Vecchio Continente nel secondo dopoguerra ebbe questo preciso significato imperialistico, e le posteriori legittimazioni ideologiche a sfondo europeista e “pacifista”, con tanto di citazione kantiana («La pace perpetua»), non riescono nemmeno un po’ a nasconderlo. Almeno allo sguardo che si sforza di resistere al pensiero dominante – che è quello delle classi e dei Paesi dominanti. Lo stesso progetto europeista, nella misura in cui si mostrava in grado di contenere e controllare da vicino la potenza sistemica della Germania, ha trovato sempre l’appoggio di Washington.

TJEERD_grexitNel suo articolo Barbara Spinelli riporta il pessimo giudizio di James Galbraith, figlio di John Kenneth (famoso soprattutto per un suo saggio di successo sul crollo del ’29 negli Stati Uniti), sulle istituzioni e sulla leadership politica dell’Unione Europea: «Cinque anni di crisi son più della Seconda guerra mondiale condotta dall’America in Europa, più della recessione combattuta da Roosevelt. E la via d’uscita ancora non c’è. Perché non c’è? Galbraith denuncia un nostro male: la mentalità del giocatore d’azzardo. Il giocatore anche se perde s’ostina sullo stesso numero, patologicamente». Questa patologia avrebbe, tra l’altro, gettato la Grecia nell’abisso dell’umiliazione nazionale e della spoliazione economica. Come ho scritto altre volte, agli intellettuali – soprattutto se progressisti – manca completamente, nella lettura dell’attuale crisi del “sogno europeo”, il concetto di guerra tra capitali e tra sistemi capitalistici.

Il nesso evocato involontariamente (?) da James Galbraith tra la «recessione combattuta da Roosevelt» e la «Seconda guerra mondiale condotta dall’America in Europa» ci dice molto anche a proposito del nostro tempo. Il giocatore che ama l’azzardo si chiama Capitalismo (senza altre inutili aggettivazioni), la grande e maligna patologia su cui il pensiero critico-radicale non smette di puntare il riflettore e il bisturi.

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