IL DATAGATE TRA FUMO SOVRANISTA E ARROSTO HOBBESIANO

imagesCA910SYZIl cosiddetto datagate, che si arricchisce di “inquietanti” e sfiziose rivelazioni ogni giorno che passa sotto il cielo del Grande Fratello planetario (e non sto alludendo solo agli Stati Uniti), si presta a molteplici considerazioni: da quelle di natura geopolitica a quelle a carattere economico, ovvero sociologico, filosofico e via di seguito. Qui azzardo solo qualche modesta riflessione, tirando due, tre fili dell’intricata matassa.

Ieri Libération invocava severi provvedimenti contro l’imperialismo digitale degli Stati Uniti, e faceva notare come la «sovranità digitale degli Stati» sia diventata la questione fondamentale dei nostri tempi sul terreno della sicurezza nazionale, della competizione economica, dell’etica. Quando si dà l’occasione per gonfiare il nazionalistico petto i francesi sono i primi della classe, soprattutto nel momento in cui il piatto economico e politico del Paese piange, per usare una metafora di basso profilo politico. Naturalmente anche l’indignazione tedesca («non ci si può trattare come i Paesi satelliti dell’Ex Unione Sovietica!») deve venir letta attraverso filtri politici, perché l’opinione pubblica della Germania ha bisogno di assicurazioni sulla sua cosiddetta privacy, tanto più quando la scadenza elettorale nazionale si avvicina. Intanto, un po’ tutti i Paesi europei stanno approfittando della vicenda per alzare il prezzo da far pagare all’”alleato” americano per la firma del Trattato di libero scambio transatlantico. Più in generale, il datagate è usato soprattutto da francesi e tedeschi per regolare qualche conto ancora in sospeso con gli americani e per accelerare il processo di ristrutturazione politico-militare dell’Alleanza Atlantica, peraltro in atto ormai da decenni.

hacker_cina_500Per non parlare della Cina e della Russia, che oggi trovano il modo di recitare il poco credibile ruolo di anime belle del digitalmente corretto. Soprattutto la Cina, messa all’angolo da Obama in materia di cyberspionaggio, può usare il caso Snowden per tentare un contrattacco e mettere a sua volta sulla difensiva Washington.  Senza contare il potenziale “ricasco” economico del caso: «A fare le spese delle dichiarazioni di Snowden potrebbe essere in primo luogo l’industria statunitense di Internet, i cui grandi clienti potrebbero essere tentati dal rivolgersi alla concorrenza di altri paesi, nel timore di veder violata la loro privacy dall’occhiuto Zio Sam» (F. Maronta, Limes, 24 giugno). A tutti gli effetti il datagate è un episodio della guerra sistemica mondiale tra capitali e tra Stati.

L’indignazione sovranista della classe dirigente europea è solo fumo politico-ideologico venduto alla cosiddetta opinione pubblica del Vecchio Continente per celare l’arrosto hobbesiano. «Le istituzioni democratiche hanno fallito in modo plateale nel garantire che le intelligence degli Stati Uniti e di altri paesi occidentali, nonché le operazioni militari, fossero tenute a rispondere del loro operato. Solo gli informatori – da Cathy Massiter e Katharine Gun a Bradley Manning e Edward Snowden – hanno potuto riempire questo vuoto. Adesso tocca a noi far sì che il loro coraggio non sia stato vano (S. Milne, The Guardian, 13 giugno). Fumo negli occhi, appunto. Le monde (1 luglio), dopo aver stigmatizzato il comportamento orwelliano degli Stati Uniti («zio Sam si comporta molto male»), tanto più esecrabile perché assunto nei confronti di «Paesi amici e alleati», ricorda tuttavia che «si tratta di una pratica dei servizi segreti: tra amici “si scambiano informazioni” tanto quanto si “sorveglia”».

Sul Financial Times Gideon Rachman ridicolizza i progressisti del Vecchio Continente, quelli che nell’anno di grazia 2008 avevano salutato l’elezione di Obama alla presidenza della repubblica come l’avvento di una nuova era di pace keynesiana (una contraddizione in termini, peraltro), e che oggi devono con amarezza constatare che l’America del Presidente nero e progressista è identica all’America del Presidente bianco, conservatore e petroliere. La questione dei droni dimostra che in politica estera Obama usa la retorica pacifista di Jimmy Carter e pratica il realismo di Henry Kissinger e il cinismo di Dick Cheney. Ma sui progressisti, che oggi rispolverano il vecchio armamentario antiamericano, è meglio sorvolare: non è elegante sparare sulla croce rossa!

images«Possiamo essere onesti? Con lo sviluppo delle nuove tecnologie non ci sono più segreti per nessuno. Oggi è possibile intercettare ogni singola chiamata fatta da un cellulare, registrarla e memorizzarla. La registrazione e l’archiviazione sono economiche, quindi avvengono in maniera sistematica» (F. Sisci, Limes, 25 giugno 2013). Naturalmente il fatto tecnologico rinvia a un processo sociale che testimonia della straordinaria potenza del Capitale, la cui dimensione sistemica ed esistenziale fa impallidire il concetto di Grossraum di schmittiana memoria. Scrivevo il 24 giugno: «Le recenti rivelazioni sul Grande Fratello a stelle e strisce si limitano a confermare quello che solo pochi ingenui non sapevano, e lo zelo con il quale tutti noi partecipiamo al Grande Evento mediatico che va in onda ogni secondo del giorno e della notte sul Web la dice lunga sulla nostra pessima condizione esistenziale. Siamo tutti presi nella e dalla Rete, e non sto parlando solo di tecnologia» (Il mondo secondo Casaleggio). Intendevo appunto riferirmi alla dimensione sociale della tecnologia e della scienza, strumenti di dominio e di sfruttamento di eccezionale importanza nella Società-Mondo del XXI secolo. La tecnologia non è una cosa, è innanzitutto l’espressione di un peculiare rapporto sociale. Questo rapporto sociale sta alla base (ne è il vero elemento strutturale) di una prassi che sfrutta e controlla sempre più capillarmente e organicamente (vedi il concetto non volgarizzato di biopolitica) la vita degli individui.

Il Corriere della Sera titolava qualche giorno fa: Attento, l’amico ti ascolta. Dalla mia prospettiva, più che dall’”amico” bisognerebbe piuttosto guardarsi dall’impalpabile dominio capitalistico.

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