SIRIA: CHE FARE? Realpolitik e pensiero critico-radicale a confronto.

dembamb«Bisogna fare qualcosa per porre fine al bagno di sangue in Siria!»: è con questa posizione che devo confrontarmi quando parlo della crisi siriana con le persone “semplici” (non politicizzate), le quali, avendo guardato nel corso degli ultimi due anni il macello siriano alla televisione, hanno forse raggiunto il punto mediatico di saturazione. L’Appuntamento fisso all’ora di colazione, a pranzo e a cena con la guerra civile evidentemente ha stancato. Cappuccino e massacro, spaghetti e bombardamenti, formaggio e gas nervino. «Basta, bisogna fare qualcosa!»

Certo, ma che cosa di preciso? Le risposte della “gente semplice” si affollano intorno a queste due grandi opzioni: 1. devono pensarci gli americani; 2. deve pensarci l’ONU. Come si vede, le risposte cadono puntualmente – e necessariamente, poste le odierne condizioni circa i rapporti di forza tra dominati e dominanti – nella dimensione statuale e interimperialistica. Le persone si aspettano dunque dagli Stati Uniti, ossia da quella che rimane, non si sa ancora per quanto tempo, la prima potenza sistemica mondiale, e/o dalle Nazioni Unite («un cesso» secondo la sobria e intelligente definizione di Giuliano Ferrara, «un covo di briganti» secondo una definizione a me più affine mutuata da Lenin), l’implementazione di una funzione poliziesca: punire il reo, arrestare i colpevoli, dividere i contendenti, ripristinare la – cosiddetta – pace.

D’altra parte, prestigiosi politici e intellettuali europei (da Cohn Bendit a Jürgen Habermas, da Bernard-Henri Lévy a André Glucksmann) mostrano di pensarla sul punto alla stessa stregua. Per non parlare di certi “antimperialisti” d’accatto, per i quali fare qualcosa di concreto significa innanzitutto appoggiare «senza se e senza ma» lo Stato siriano e l’Imperialismo russo che lo arma – peraltro in combutta con l’Inghilterra e la Germania, almeno fino a qualche mese fa.

L’iniziativa autonoma delle classi subalterne, contro  tutti gli Stati e tutti gli imperialismi, appare a questi “antimperialisti” un’opzione fin troppo astratta, mentre dal punto di vista di chi vuole reagire all’attuale condizione di impotenza di quelle classi essa è la sola via da praticare, per quanto difficile. La sola. La concretezza delle mosche cocchiere dell’Imperialismo spesa a favore di uno dei macellai in competizione va rispedita al mittente come robaccia escrementizia.

È chiaro che agli occhi di chi pone il problema della guerra e della pace sul terreno degli equilibri tra gli Stati, ossia nel contesto della nota bilancia del potere sistemico tra le nazioni, e che fa (magari senza teorizzarlo) delle potenze imperialistiche di rango mondiale le sole depositarie dei destini del mondo; è chiaro, dicevo, che da questa prospettiva “realistica” la mia posizione classista deve apparire assurda fino alla follia. Ebbene, io difendo questa “follia” contro la maligna razionalità del Dominio.

Ci sarebbe poi, sempre per la “gente semplice” (ma anche per qualche “antimperialista” particolarmente furbo), l’opzione papista: «Vorrei farmi interprete del grido che sale da ogni parte della terra, da ogni popolo, dal cuore di ognuno, dall’unica grande famiglia che è l’umanità, con angoscia crescente: è il grido della pace!» Così Papa Francesco nell’ultimo Angelus. L’opzione papista fa capolino puntualmente a ogni vigilia bellica, un po’ come l’avvoltoio che inizia a girare intorno all’animale moribondo, in attesa che il suo tempo si compia. Per la Chiesa la crisi siriana può diventare un’eccellente occasione di iniziativa politico-ideologica.

«Al pari di Wojtyla, Bergoglio confida soprattutto nella potenza dei gesti, capaci di permeare l’immaginario collettivo e incidere sulle strutture di pensiero: “Strutture e procedure di pace, giuridiche, politiche ed economiche non sono che il frutto della saggezza e dell’esperienza accumulata lungo la storia mediante innumerevoli gesti di pace”, scriveva Giovanni Paolo II. “L’umanità ha bisogno di vedere gesti di pace”, riprende e ripete oggi Francesco, indicendo “per tutta la Chiesa, il 7 settembre, una giornata di digiuno e di preghiera”» (Piero Schiavazzi, Huffington Post, 2 settembre 2013). Inutile dire che quei «gesti di pace» non solo non hanno mai impedito le guerre, ma soprattutto hanno contribuito a celare agli occhi dell’«umanità» le cause sociali dei continui massacri locali e mondiali. D’altra parte l’ideologia pacifista, religiosa o laica che sia, ha precisamente il significato reazionario appena ricordato, e ciò naturalmente alle spalle degli stessi pacifisti.

L’iniziativa pacifista della Chiesa, la quale nonostante gli acciacchi e le note magagne rimane una potente agenzia politico-ideologica al servizio del Dominio, è certamente scontata ma non per questo meno significativa e meno meritevole di attenta analisi da parte di chi contro quel Dominio si batte. «Francesco, pensaci tu!»: è il grido di dolore che inizia a salire dalla “gente semplice”, stufa delle beghe interimperialistiche che bloccano qualsiasi iniziativa “umanitaria”.

hitlerChe la “gente semplice” non riesca a immaginare altra iniziativa concreta che non veda come assolute protagoniste le diverse Agenzie del Dominio (gli Stati, l’ONU, la Chiesa), magari sollecitate “dal basso” ad agire «per il bene della pace e dell’umanità», ebbene questa è una realtà non meno tragica del macello siriano in corso con cui devono fare i conti i nemici della società disumana, i quali agli occhi della “gente semplice” e dei “realisti” d’ogni sorta (“antimperialisti” compresi) devono necessariamente apparire degli inguaribili sognatori, nonostante siano i soli ad avere piena coscienza dell’incubo capitalistico dal quale non riusciamo a svegliarci come comunità di uomini liberi.

È possibile costruire delle iniziative politiche sulla base di questa posizione critico-radicale, magari senza cullare l’illusione che le «moltitudini rivoluzionarie» possano scendere in strada già domani o, al massimo, dopodomani ?

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