LA SINISTRA DI MARIO TRONTI

totolettoatrepiazze6Michele Smargiassi di Repubblica chiede a Mario Tronti, «filosofo, teorico dell’operaismo, che a 82 anni è la personificazione del pensiero critico della sinistra italiana», se «di sinistra si diventa o  ci si nasce». Ecco la risposta del senatore democratico, il quale sostiene che rimarrà «un intellettuale comunista» in qualunque partito si troverà a militare (e questo la dice lunghissima sul personaggio e sugli intellettuali “marxisti” di ieri e di oggi):

«Ognuno ha la propria risposta. Non amo parlare di me, ma posso dirle che nel mio caso è stato quasi un fatto naturale, da giovanissimo, diventare comunista. Perché quella è stata la mia parola, subito. Ha contato molto l’estrazione popolare della mia famiglia, mio padre comunista col quadro di Stalin sopra il letto, mi sono immesso in quell’orizzonte in modo naturale, ovviamente da lì è partito un percorso lungo e critico».

Talmente lungo e talmente critico da condurlo nella postazione  anticapitalistica che conosciamo. Certo, avere avuto per padre uno stalinista duro e puro mi consiglia di concedere qualche attenuante generica all’imputato. Accidente: ho parlato il linguaggio manettaro dei Travaglio, degli Ingroia e dei Di Pietro! Mi scuso. Forse vedo troppa televisione manettara.

Basta un Tronti qualsiasi per giustificare la mia collocazione politica: né più a “destra” né più a “sinistra” dell’ex teorico dell’operaismo. Piuttosto su un altro terreno (stavo per dire su un altro pianeta!): quello anticapitalistico.

«Le grandi classi non ci sono più, il conflitto frontale non c’è più, i grandi partiti neppure, ma la lotta di classe c’è ancora. Di questo mi permetto di essere ancora sicuro». Quando un intellettuale “marxista” blatera di «lotta di classe», è meglio cambiare subito programma, libro, giornale, sito. La cosa sarà pure intellettualistica, ma non può essere seria. Di questo mi permetto di essere ancora sicuro.

letto2«Da un po’ di tempo dico che si è aperta nel mondo contemporaneo una grande questione antropologica: il senso dell’essere qui, in un mondo allargato e transitorio, in questo disagio di civiltà che non è solo politico e sociale o economico. Come essere donne e uomini in questo mondo? La domanda vera è questa. Rispondo così: è importante avere un punto di vista, partire da una posizione». Dall’operaismo all’esistenzialismo con venature freudiane? Magari! Si tratta piuttosto dell’arrampicarsi sugli specchi “antropologici” di chi un tempo additava ai dominati Paesi come la Russia e la Cina (o la Cambogia di Pol Pot: vedi Noam Chomsky) come realistiche alternative al Capitalismo, e che oggi non riesce a concepire niente che possa oltrepassare radicalmente il «mondo allargato e transitorio» che si stende malignamente sotto il cielo del Capitalismo.

Ad esempio, quando l’intellettuale “marxista” dice che «un altro mondo è possibile» è il caso di farsi una risata, intanto che la mano scivola nervosamente e doverosamente verso la pistola. Alludo alle armi della critica, beninteso.

È proprio vero: «è importante avere un punto di vista, partire da una posizione». Purché non siano il punto di vista e la posizione dell’intellettuale “marxista”.

Vedi anche “Destra” o “sinistra”? Sotto. Molto sotto!

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