FOLGORATO SULLA VIA DEL PARADISMO

slide«Responsabile dello sviluppo fatale non è la razionalizzazione del mondo, ma l’irrazionalità di questa razionalizzazione. La tecnica possiede gli uomini non solo sul piano fisico, ma anche su quello spirituale. Come nella teoria economica si parla talvolta di un velo del denaro, così oggi si dovrebbe parlare del velo tecnico […] Ma per rimediare a questo stato di cose non serve il ritorno alla cultura, che rimarrebbe comunque chimerico, bensì lo sforzo, sorretto dalla teoria, di porre la tecnica al servizio di fini realmente umani» (Max Horkheimer, in Studi di filosofia della società).

Nell’ultimo post, che prendeva di mira le posizioni “rivoluzionarie” di un teorico-militante del Capitalismo dal volto (più) umano, una orripilante chimera che titilla il mio robusto «odio di classe» solo a pensarci, scrivevo che «per non diventare vittima di una moda l’indignato deve comprendere “le cose come sono”, e deve fecondare la propria forza con una coscienza che sappia cogliere alle radici le cause che ci impediscono di vivere umanamente in un tempo in cui questa stupenda possibilità ci sorride da tutte le parti». Ora vengo a scoprire che mentre io mastico oziosamente concetti cha alludono alla possibile emancipazione del non-ancora-uomo dai vigenti rapporti sociali disumani, non poche persone umanamente motivate lavorano fattivamente, H24, alla «liberazione dell’uomo dalla schiavitù del lavoro e del denaro». Insomma, mentre io parlo, più o meno a vanvera, di emancipazione universale, gli altri fanno, agiscono, si sporcano le mani per rendere concreto il progetto. Un’altra bella frustrazione!

Leggendo un articolo di Ludovica Amoroso sono infatti venuto a conoscenza di un’informazione che probabilmente è destinata a cambiare sostanzialmente il mio orientamento politico, conferendogli quella concretezza che esso non ha mai avuto: alludo al Paradismo. Aspettate prima di ridere! «In quella parola, Paradismo, sarebbe racchiusa la soluzione di salvezza globale sul nostro pianeta. Un movimento che ha alla radice l’idea di un sistema sociale, economico e politico che libererà l’uomo, come dicevamo, dalla schiavitù del lavoro e del denaro. Per quanto paradossale ed utopica possa sembrare, l’idea del “paradiso in terra” sta accogliendo adepti in diverse nazioni del mondo (sono già 10 i paesi in cui si sta agendo concretamente) con la nascita di una serie di movimenti paradistici coordinati da un’organizzazione internazionale denominata Earth People Organisation, il cui slogan si può riassumere in: “Dai il lavoro alle macchine e libera le persone”. Insomma si lavora alla nascita di una “tecnologia che ci renderà liberi”» (L. Amoroso, Repubblica.it, 28 settembre 2013). Ed io che pensavo che solo rapporti sociali umani avrebbero potuto renderci liberi, e che, dunque, bisognasse umanizzare anche la tecno-scienza, rendendola adeguata a un mondo dominato dai molteplici bisogni degli individui umanizzati! Anni passati inutilmente a credere che solo una rivoluzione sociale anticapitalistica avrebbe potuto salvarci dall’incubo che abbiamo reso abitabile. Ragionavo «a testa in giù» e non ne avevo il minimo sospetto! Chiedo scusa a me stesso – e ai pochissimi che avessi eventualmente traviato a mia insaputa.

e_logoSulle orme del cattivo maestro di Treviri, infatti, avevo maturato la bizzarra idea che la tecnologia e il denaro non fossero meri strumenti socialmente neutri al servizio degli uomini, i quali possono poi usarli “per il bene” come “per il male” (non ci è forse stato concesso il dono del libero arbitrio?), ma fossero piuttosto espressioni di peculiari rapporti storico-sociali basati sul dominio e sullo sfruttamento degli uomini e della natura: che sciocchezza sesquipedale, che intollerabile ingenuità! Arrossisco, anche per conto dell’ubriacone tedesco, per questo imperdonabile feticismo dei rapporti sociali. Lascio perciò la mitica Rivoluzione Sociale a chi ancora, in piena epoca robotica, si attarda a parlare di «coscienza di classe». Alla polverosa e pesante coscienza di classe adesso preferisco la sofisticata e leggera intelligenza del robot.

«”Risparmiate il braccio che fa girare la macina, o mugnaie e dormite tranquille! Che invano il gallo vi annunci il levarsi del giorno! Dao ha imposto alle ninfe il lavoro delle schiave ed ora eccole che saltellano allegramente sulla ruota ed ecco che l’asse messo in moto gira con i suoi raggi, facendo muovere la pesante pietra girevole. Viviamo la vita dei nostri padri ed oziosi godiamo dei doni che la dea ci concede”. Ahimè! gli ozi che il poeta pagano annunciava non sono venuti; la passione cieca, perversa ed omicida del lavoro trasforma la macchina lavoratrice in strumento di asservimento degli uomini liberi: la sua produttività li impoverisce» (Paul Lafargue, Il diritto alla pigrizia). Realizzando la stupenda utopia del «poeta pagano», espressione del millenario tempo in cui il lavoro è per gli uomini una maledizione (incluso il lavoro salariato che fonda anche la Repubblica italiana «nata dalla resistenza»), il Paradismo riuscirà certamente a consolare almeno l’anima inquieta del genero di Marx.

«Gli utopici sostenitori del Paradismo desiderano che l’uomo dedichi la propria vita alla ricerca, alle arti, agli studi, o allo sviluppo personale. Insomma viva in una società del tempo libero». Ma non è stato il mio barbuto di riferimento a scrivere che la comunità umana si distinguerà da quella disumana (la nostra) per le ore che gli uomini dedicheranno non al lavoro ma al tempo libero dal lavoro, di modo che essi potranno coltivare liberamente le proprie onnilaterali qualità? Non è forse stato l’utopista tedesco a dire che lo sviluppo delle forze produttive promosso dal Capitale era «storicamente rivoluzionario» perché rendeva materialmente possibile, per la prima volta nella storia del Dominio, la concreta emancipazione degli uomini dal cieco e brutale regno della necessità?

cambia-il-tempo«”Il proletariato verrà così sostituito da robot e computer, ed ognuno potrà gioire di un mondo senza più denaro”»: questa è la goccia che fa traboccare il mio esiguo vaso (praticamente un… vasino): da oggi sono un Paradista senza se e senza ma!

Ma, mi si potrebbe obiettare, si tratta pur sempre di «un movimento che fa capo ai raeliani: per intenderci, un movimento religioso fondato negli anni ‘70 e basato sulla credenza che la vita sulla terra sarebbe stata creata da alcuni extraterrestri attraverso l’ingegneria genetica». L’obiezione non mi sfiora neanche, soprattutto se giungesse da un sostenitore del Capitalismo a filiera corta, nonché eco-sostenibile ed eticamente responsabile. Paradiso o Paradismo, ho sempre sognato un mondo senza lavoro (salariato) e senza denaro – «che è la capacità alienata dell’umanità» (Marx). Forse le vie che menano al Paradiso non sono finite. Forse. Comunque sia, almeno per oggi attacco la mia speranza al robot. Domani è un altro giorno!

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5 thoughts on “FOLGORATO SULLA VIA DEL PARADISMO

  1. DA FACEBOOK:
    1.
    Articolo che, come sempre, azzera le ideologie borghesi. Certo che scoprono, come si suol dire, l’acqua calda. Una società Comunista sarebbe, senza dubbio, società… Paradisma! Esso, il paradisma, è abbaiare alla luna in rapporto capitalistico, sarebbe solo, la robotica, capitale costante. In regime di proprietà è pura ideologia. Sbaglio?

    Grazie. A mio modesto avviso non sbagli affatto. Permettimi di citarmi:

    «A differenza dei modi di produzione che l’hanno preceduto, il Capitalismo ha nella scienza e nella tecnologia due fondamentali strumenti di dominio e di sfruttamento. Qui lo sfruttamento intensivo del lavoro è realizzato appunto attraverso l’uso di macchinari capaci di esaltare la produttività oraria della forza-lavoro, ottenendo a parità di giornata lavorativa o addirittura con una giornata lavorativa più corta un maggiore plusvalore. Marx chiamò relativo questo plusvalore per distinguerlo da quello che il Capitale otteneva attraverso un prolungamento assoluto della giornata lavorativa, avendo come unico limite la fisiologia del corpo umano. La tecnologia consente invece di espandere, a parità di giornata lavorativa, il tempo durante il quale la capacità lavorativa produce il plusprodotto, ossia lo stock di prodotto che non trova alcun corrispettivo nel salario che il Capitale paga al lavoratore in cambio della sua prestazione. Per dirla marxianamente, la macchina (pensiamo ai moderni robot) consente di comprimere il tempo di lavoro necessario al lavoratore per produrre virtualmente i mezzi di sussistenza di cui ha bisogno per vivere (in realtà questi mezzi sono prodotti in altre fabbriche), e di allargare continuamente il tempo di lavoro non pagato dal Capitale. Rimane inteso che questa distinzione temporale, così ricca di significati filosofici, storici e sociali, e così pregna di conseguenze politiche (almeno in potenza!), ha un senso solo per chi desidera comprendere la radice del dominio sociale capitalistico per poterlo criticare sul piano della prassi e negare su quello della prassi, mentre non ne ha alcuno né per il Capitale né per l’economia politica che esso esprime.

    Aumentare la produttività sociale del lavoro significa, tra l’altro (e fondamentalmente), produrre in meno tempo i mezzi di sussistenza di cui sopra, ciò che realizza una svalorizzazione della merce-lavoro e la dialettica temporale di cui sopra. Forse non è inutile ricordare quanto sia preziosa la produzione di merci a basso costo made in China, e negli altri paradisi del capitalismo mondiale, nel quadro appena sommariamente schizzato. Quando ci occupiamo del processo di valorizzazione del Capitale di una fabbrica specifica, in realtà stiamo prendendo in considerazione non solo l’intera società di un singolo Paese, ma l’intero mondo, e non a caso Marx introdusse il fondamentale concetto di lavoro sociale medio o astratto, che è la chiave che apre al pensiero la comprensione del profitto, del denaro e dei «fantasmagorici» fenomeni che prendono corpo sul mercato, il luogo mistico per eccellenza. Risparmiare lavoro significa, nel Capitalismo, produrre più plusvalore (valore che eccede quello investito nella produzione) con un numero di lavoratori uguale o minore di prima, e la tendenza storica va proprio in direzione di questo virtuoso – per il Capitale, beninteso – risparmio che corrisponde a un aumento di produttività del lavoro. Questa tendenza incontra tuttavia due limiti, uno relativo, l’altro assoluto. Di che si tratta?

    Il primo limite, quello relativo, prende corpo come “risvolto dialettico” dello stesso circolo virtuoso della produttività visto sopra. Infatti, è vero che concentrando tecnologia avanzata nel processo produttivo cresce la massa di plusvalore smunta alla vacca sacra salariata; ma è altrettanto vero che non sempre questa crescita riesce a controbilanciare la tendenza a cadere del saggio del profitto in grazia di un investimento sempre più cospicuo in termini appunto di tecnologia e di ricerca e sviluppo. Il saggio di sfruttamento della capacità lavorativa (in termini di valore è il rapporto tra profitti e salari) cresce senz’altro al crescere della composizione tecnologica del Capitale, ossia del rapporto tra macchina e lavoro vivo; ma questo saggio deve armonizzarsi col rendimento del capitale totale investito nella produzione, il quale trova espressione nel saggio del profitto, ossia nel rapporto tra il profitto e il capitale investito sia in lavoro vivo sia in lavoro morto – macchinari, materie prime, e così via. Capita sempre di nuovo la circostanza per cui la pur accresciuta massa di plusvalore si traduce in un saggio di profitto troppo piccolo per giustificare l’interesse del Capitale a continuare a investire. Non solo, ma si dà la possibilità che il saggio di accumulazione cresca al punto da drenare nel processo produttivo tutto o quasi tutto lo stock di profitti accantonati in precedenza.
    Il processo di valorizzazione del Capitale entra in uno stato di sofferenza, che i funzionari del capitale cercano di superare ripristinando condizioni favorevoli all’investimento attraverso azioni idonee a mutare i rapporti tra lavoro vivo e lavoro morto. Ecco le opzioni possibili: licenziare il personale, comprime il livello dei salari, introdurre nuove macchine, razionalizzare il processo produttivo, cambiare l’organizzazione del lavoro e via di seguito. Naturalmente non è affatto detto che queste misure vengano prese tutte insieme. In generale, si tratta di agire sulle leve in grado di cambiare gli equilibri interni al processo di valorizzazione, per consentire al Capitale di ritrovare lo stretto sentiero della profittabilità. Ci si muove per tentativi successivi, confidando nell’esperienza e nella… buona sorte.

    Quanto al limite assoluto della tendenza storica a sostituire lavoro vivo con lavoro morto attraverso tecnologie laborsaving, mi riferisco alla natura sociale della valorizzazione capitalistica, ossia al fatto che solo il lavoro vivo crea plusvalore, mentre il lavoro morto (o passato, ossia il lavoro cristallizzato nelle macchine, nelle materie prime ecc. “agite” dal lavoratore) non crea alcun plus di valore, e per il Capitale rappresenta un puro costo. La fabbrica totalmente robotizzata, del tutto netta di lavoro vivo, è concepibile sul piano scientifico e tecnologico, ma non su quello dei vigenti rapporti sociali, appunto perché lo sfruttamento della viva capacità lavorativa è la conditio sine qua non del Capitale, ne rappresenta la vitale quanto incresciosa necessità, della quale esso cerca continuamente di sbarazzarsi (ad esempio fuggendo nella finanza, dove appare possibile la miracolosa moltiplicazione della ricchezza sociale attraverso la mera circolazione di valori cartacei o elettronici), senza tuttavia riuscirvi mai. Semplicemente non può, dal momento che dallo “sfruttamento” dei robot non vien fuori alcun plus, analogamente alla moltiplicazione dei valori virtuali cartacei o elettronici. Certo, chi crede che sia possibile appiccicare, semplicemente e arbitrariamente, un x di profitto al prezzo di costo della merce può cullare l’utopia capitalistica di un lavoro produttivo condotto da sole macchine».

    2.
    Criticare questi borghesi non è impresa ardua. Noterei però che è sintomatico che, pur tra mille contraddizioni, si diffondano in questa epoca movimenti che come programma hanno l’abolizione del salario, della moneta e la gestione collettiva delle risorse. Non liquiderei il tutto con spocchiosa sufficienza: il tutto è il sintomo di una ricerca di una risposta diversa ai problemi che il capitalismo pone.

    Nessuna spocchia da parte mia: la punta critica del post è soprattutto rivolta contro i teorici del Capitalismo a “misura d’uomo” tipo Andrea Segrè. E a riproporre, in forma ironica e rimanendo sul terreno dell’«utopia», la critica del feticismo del denaro e della tecno-scienza.

    3.
    Aggiorno il dibattito che si è sviluppato su FB intorno al “paradisismo” con questo interessante intervento:

    «Ho iniziato poco fa a leggere il programma di questi “paradisisti“ (http://www.movimentoperilparadismo.org/il-programma.html) e vi voglio solo riportare un estratto alla voce Lavoro, punto 4: “Le aziende pagheranno lo stipendio sulla base di un contratto nazionale equo e non saranno sovraccaricate di oneri previdenziali, che saranno ridotti del 50%. In questo modo, si ridurranno i costi di produzione e di conseguenza dei costi dei prodotti, rimanendo così competitivi nel mercato”. Se questa è una risposta “diversa” ai problemi che il capitalismo pone, allora a trattarli come il barbuto di Treviri faceva con Proudhon & Co, anche con spocchiosa sufficienza, lo si può certo capire, più che perdonare. Allora come adesso si colgono i limiti, si cercano risposte, ma allora tanto valeva non prendersela con i seguaci di Proudhon o Bernstein se poi tutto in realtà rivela il Comunismo dietro il Capitalismo, perché di aspetti anticipatori di una società futura si possono leggere qua e là pure tra gli scritti di revisionisti e riformisti d’altri tempi ma non per questo il criticare certi programmi è un esercizio che vale la pena di mantenere, prima che certe idee sedicenti-rivoluzionarie-progressiste, inclusi feticci monetaristi e tecno-scientifici, prendano di nuovo la forma di rancide dittature nazional-social-comuniste…».

    4.
    Sempre da FB

    «Ciao! Penso che questo pezzo della tua citazione sia fondamentale per capire le dinamiche entro le quali si realizza il capitalismo: “Aumentare la produttività sociale del lavoro significa, tra l’altro (e fondamentalmente), produrre in meno tempo i mezzi di sussistenza di cui sopra, ciò che realizza una svalorizzazione della merce-lavoro e la dialettica temporale di cui sopra”. Però, prima di proseguire nella lettura vorrei chiederti delle delucidazioni. In che senso la contrazione del tempo necessario per produrre i mezzi di sussistenza realizza una svalorizzazione della merce lavoro? Ho provato più volte da sola a ragionare su questo passaggio, ma penso che mi manchino degli elementi. Potresti darmi una mano? E poi un’altra domanda, di quale saggio fa parte quella citazione? Grazie e, come sempre, cari saluti!»

    La mia citazione è tratta da un altro mio post, non da un lavoro più esteso. La parte più importante di quel post sta proprio in quella citazione, della quale mi scuso, perché è sempre antipatico autocitarsi. Ma tant’è! Per quanto riguarda le cose più complesse ecco come la vedo.

    Il punto di partenza è il concetto marxiano della capacità lavorativa come merce, il cui «valore è determinato, come quello di ogni altra merce, dal tempo di lavoro necessario alla produzione e, quindi anche alla riproduzione, di questo articolo specifico … Dunque il tempo di lavoro necessario per la produzione della forza-lavoro si risolve nel tempo di lavoro necessario per la produzione di quei mezzi di sussistenza necessari per la conservazione del possessore della forza-lavoro» (Marx, Il Capitale, I, p. 203, Editori Riuniti, 1980). Se il prezzo dei beni-salario, ossia delle merci e dei servizi che entrano nel consumo medio dei lavoratori di un dato Paese, diminuisce, ciò significa che potenzialmente il salario di quei lavoratori può scendere, e difatti scende, sia in termini relativi (cioè a dire rispetto all’incremento della produttività della loro prestazione), sia, e oggi siamo a questo, in termini assoluti, ossia attraverso una decurtazione del salario reale. In ogni caso siamo in presenza di una svalorizzazione (assoluta/relativa) della capacità lavorativa.

    L’ascesa capitalistica di Paesi come la Cina, l’India, il Brasile ecc. ha svalutato enormemente il lavoro nelle metropoli del Capitalismo mondiale, direttamente, attraverso la concorrenza dei loro lavoratori, molto produttivi e a bassissimo costo, e indirettamente, con, appunto, l’esportazione di beni-salario (ripeto: merci che entrano nella formazione del prezzo della capacità lavorativa o capitale disumano) a basso costo, ampliando per questa via il margine del profitto. Rendere più a buon mercato la forza-lavoro è una delle più importanti controtendenze alla caduta del saggio del profitto di cui parlò una volta il barbuto di Soho, in arte Marx.

    Un altro concetto marxiano fondamentale per capire questa dinamica è quello di giornata lavorativa, la quale, come forse già sai, si divide in due parti: tempo di lavoro necessario, che corrisponde sul piano sociale (oggi mondiale) al tempo necessario alla società a produrre i già considerati beni-salario, e che si riflette appunto nel salario, o capitale variabile; e tempo di pluslavoro, che inizia esattamente dove finisce il “primo tempo”. Diciamo che il “primo tempo” paga il lavoratore, e il “secondo tempo” crea il plusvalore che intasca il capitalista. Se la produttività sociale mondiale del lavoro abbassa il prezzo dei beni-salario, ciò si riflette, prima o poi, in una riduzione del “primo tempo”, ossia del tempo di lavoro necessario. E se la giornata lavorativa rimane la stessa, questo significa che il “secondo tempo”, cioè a dire il tempo del pluslavoro può espandersi di quel tanto che compensa malignamente la contrazione del “primo tempo”. Qui siamo in presenza di quella che Marx chiamava produzione del plusvalore relativo, che è la valorizzazione tipica del Capitalismo altamente sviluppato. Abbiamo visto lo stesso processo da due differenti punti di vista.

    Un’ultima precisazione a proposito del concetto di plusvalore relativo. Se la giornata lavorativa aumenta in termini assoluti, vale a dire con un secco incremento di ore di lavoro, ha luogo, marxianamente parlando, la produzione di plusvalore assoluto; se invece la giornata lavorativa rimane invariata, o addirittura decresce in termini assoluti, il Capitale ha comunque modo di espandere il “secondo tempo”, il tempo del plusvalore, attraverso l’impiego di tecnologie e di modalità organizzative che rendono più produttivo (e, come abbiamo visto, meno costoso) il lavoro. Spero di aver chiarito qualcosa. Magari solo qualcosina. Ciao!!!

  2. Scusa Isaia (ti da fastidio se ti do del tu?), una domanda: la citazione (geniale) di Marx a proposito del denaro: «che è la capacità alienata dell’umanità», da quale opera è tratta?
    Ciao e grazie se mi risponderai.

    Luigi

    • Grazie per il “tu”. Il mio nome è Sebastiano.
      Per quanto riguarda la citazione marxiana, essa è tratta dai Manoscritti economico-filosofici del 1844, dove si parla anche del lavoro salariato, della divisione del lavoro e della proprietà privata come espressioni materiali della vita umana estraniata. Sono fondamentali concetti che, come probabilmente sai, Marx riprende e sviluppa (anche) nelle potenti pagine del Capitale dedicate al carattere di feticcio della merce e [al] suo arcano, dalle quali mi permetto di estrapolare i passi che seguono: «Se le merci potessero parlare, direbbero: il nostro valore d’uso può interessare gli uomini. A noi, come cose, non compete. Ma quello che, come cose, ci compete, è il nostro valore [di scambio]». Si tratta, per quanto mi riguarda, di dare parola a una dialettica sociale che promette il felice mondo dei valori d’uso per tutti «secondo il bisogno» mentre al contempo, e necessariamente, nega sempre di nuovo questa “paradisiaca” possibilità schiacciandola sotto il maligno peso del valore di scambio.
      Grazie per l’attenzione. Ciao!

      • Grazie per l’articolata risposta…Sebastiano. Confesso (sono ateo comunque eh!): i Manoscritti del 1844, li lessi molti anni fa, e li trovai assai ostici, non avendo la necessaria preparazione per comprenderli. Ora paradossalmente, quando leggo citazioni o brani di essi, li trovo semplicemente geniali. Me li devo rileggere e con calma, quella calma che oramai non mi appartiene più purtroppo (e che forse, mai ho avuto).

        Non lo so se conosci questo film (Il pianeta verde), probabilmente sì. Nel primo video (da You Tube), si vede una piccola comunità, che ha risolto il carattere di feticcio della merce (non c’è più il valore di scambio, ma solo valori d’uso. Quindi niente più proprietà privata). Buona visione Sebastiano.
        Un saluto, Luigi

      • Ti auguro una buona lettura, e soprattutto di ritrovare quella calma che dici, forse esagerando un pochino, di aver perso per strada. In effetti, testi come i Manoscritti marxiani meritano di essere letti sempre di nuovo, perché non si smette mai di scoprirvi cose nuove e feconde. Il film non lo conosco e ti ringrazio per avermelo segnalato. Alla prossima, Luigi!

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