I FINI DELLA SCUOLA PUBBLICA

asino«”Non tagliare alla scuola privata per altri fini, ma per rendere la scuola pubblica adeguata ai propri fini”. Parola di Stefano Rodotà, intervistato da Radio Popolare Roma sulla manifestazione del 12 ottobre in difesa della Costituzione» (Huffington Post).

Ma quali soni i «fini» della scuola pubblica? Azzardo una risposta che certo farà inorridire, peraltro del tutto legittimamente (dal LORO punto di vista), i difensori della Santissima Costituzione: sfornare cittadini socialmente abili, produrre docile «capitale umano» da collocare sul mercato universale delle merci. La scuola (pubblica e privata) come fondamentale agenzia professionale e ideologica al servizio dello status quo sociale? Esattamente.

Formazione professionale e ideologica delle «risorse umane» (i cittadini-lavoratori-utenti-consumatori-contribuenti-…), controllo  sociale, educazione dei corpi e delle menti (l’incivilimento dei sudditi previsto dal Programma sociale borghese a suo tempo richiamato anche da Freud) e molto altro ancora: ecco l’alta funzione della scuola, ecco i suoi elevati «fini». Il tutto celato con maestria dietro la parolina magica che tanto piace al pensiero piccolo-borghese: CULTURA. Senza dubbio: trattasi infatti della cultura del Dominio.

Confesso che quando leggo da qualche parte che «la scuola sviluppa il senso critico dei bambini e dei ragazzi più di ogni altra istituzione sociale», non so se ridere o piangere. Nel dubbio, rido fino alle lacrime. A quanto pare il processo di svalorizzazione delle parole e dei concetti non cessa di approfondirsi e radicalizzarsi. Stessa sorte si può d’altra parte osservare nell’analogo processo che investe il «capitale umano» colto nella sua più generale dimensione “esistenziale”. «Il linguaggio della vita reale» (Marx) aspetta ancora individui ben disposti a intenderlo.

«Ma messo alle strette, preferisci la scuola privata o quella pubblica?» Preferisco non fare alcuna distinzione tra “pubblico” (termine oggi di gran moda presso gli statalisti dalla coda di paglia) e “privato”, due modi di essere della stessa sostanza disumana: il Domino sociale n.0.

«Ma allora non bisogna lottare contro i tagli finanziari alla scuola pubblica, contro l’aumento delle tasse scolastiche e universitarie, contro il precariato nelle agenzie formative, ecc.?» Certo che sì! Ma, a mio modesto avviso, occorre farlo senza cadere nelle trappole politico-ideologiche approntate dai difensori della Costituzione «più bella del mondo» (sic!).

Chi dice che «È in gioco il futuro della nostra democrazia», come si legge nell’appello La via maestra in difesa della Sacra Carta, vuole continuare a nascondere agli occhi dei subalterni la realtà di un regime sociale che si fa di giorno in giorno sempre più totalitario e violento, in Italia come in ogni altra parte del pianeta, con o senza processo di revisione costituzionale in chiave presidenzialista.

È su questa maligna realtà che occorre invitare i giovani a riflettere, anziché stordirli con discorsi ideologici (benecomunisti) e mitologici (vedi il mito resistenzialista legato alla Costituzione) che li fanno invecchiare “spiritualmente” anzitempo.

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2 thoughts on “I FINI DELLA SCUOLA PUBBLICA

  1. DA FACEBOOK:

    M: Ottimo chiarimento. A questo punto ti inviterei ad articolare più ampiamente la logica dell’apparente contraddizione tra la critica della scuola come istituzione totale al servizio del Dominio e la lotta contro i tagli alla scuola stessa – questione che potrebbe apparire ambigua a qualcuno dei tuoi lettori. Per avviare l’argomento potrei dire che si tratta di una contraddizione analoga a quella tra la critica del lavoro salariato e la difesa del salario. Ma a te il piacere di continuare…

    N: Non c’è nessuna contraddizione, M. Che la dottrina marxista indichi la via di fuoriuscita rivoluzionaria dal sistema fondato sul lavoro salariato, nulla toglie alla difesa delle condizioni di vita dei salariati stessi. Ottenuti rapporti di forza favorevoli, il proletariato potrà passare all’attacco. La contraddizione che rilevi tu è puramente formale, perché non implica una componente sostanziale della questione: il tempo.

    M: Grazie N. Non per niente ho qualificato la contraddizione come “apparente” e invitato Sebastiano ad “articolarla” (leggi: esplicitarne la dialettica). Non per me, che la frequento da un pò, ma per il lettore meno addentro al metodo. Ad ogni modo, non credo sia correttissimo affermare: “Non c’è nessuna contraddizione”, perché la contraddizione in effetti c’è ed è da questa che occorre ottenere indicazioni per la prassi. L’ho chiamata “apparente” nel senso letterale dell’aggettivo, cioè “evidente” o “visibile”, e non come sinonimo di “falsa”. Comunque sono certo che anche tu volessi intendere la stessa cosa.

    Ringrazio per gli interessanti commenti. La contraddizione di cui si parla appare perché essa è nelle cose, e niente la illustra meglio dell’evocata analogia con il lavoro salariato: lottare per rendere meno dura l’oppressione capitalistica sapendo che il nodo gordiano dello sfruttamento va reciso, e non certo semplicemente allentato o esorcizzato.

    Anche perché la prassi ultrasecolare del Capitalismo mostra come le lotte politiche ed “economiche” che non mettano in discussione la radice stessa del Dominio, ossia il rapporto sociale che lo rende possibile, per quanto dure esse possano essere alla fine sortiscono il paradossale (in realtà semplicemente “dialettico”) effetto di rafforzarlo, perché lo costringono a contromisure tecnologiche, politiche e psicologiche idonee a recuperare il terreno perduto in termini di controllo sociale e di sfruttamento. Dal lato dei dominati le fatiche di Sisifo qui hanno un preciso riscontro, e non solo concettuale.

    Ciò che non è in grado di abbattere il Moloch, alla fine lo rafforza.

    Come diceva il nostro – mi pare – ubriacone di riferimento, «se la classe operaia si lascia assorbire esclusivamente dall’inevitabile guerriglia che scaturisce incessantemente dagli attacchi continui del capitale o dai mutamenti del mercato, essa può soltanto frenare il movimento discendente, ma non mutarne la direzione; essa applica soltanto dei palliativi, ma non cura la malattia» (Marx, Salario, prezzo e profitto). La malattia, beninteso, è nientemeno che il Capitalismo. Mutatis mutandis, l’ammonimento marxiano è passibile di universale generalizzazione. Almeno questo penso io.

    Insomma, la contraddizione individuata, che pulsa nell’oggettività del processo sociale, si può sciogliere solo sul terreno della lotta di classe spinta fino alle sue estreme (rivoluzionarie) conseguenze, e chiama in causa la scottante questione circa il “rapporto dialettico” tra obiettivi immediati e obiettivi di più ampio respiro, tra tattica e strategia, tra soggettività politica «di classe» e «spontaneità di classe», e via di seguito. Qui mi fermo, e non solo perché mi sono accorto di aver ecceduto nella riflessione…

  2. sicuramente l’ attrito tra un programma politico minimo e uno massimo è ed è stato il punto di frizione tra attualità e possibilità, punto che ha segnato in passato l’affermarsi del più solido (e a questo punto reazionario) programma minimo declinato in maniera sciovinista e riformista
    in questo senso mi domando se la concezione unitaria della storia, (e quindi del tempo, come si diceva) nelle declinazioni del succedersi progressivo e dell’ attesa del irruzione del eschaton, non ci sia oggi nemica

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