LA VIA MAESTRA PER I DOMINATI È SEMPRE LA STESSA: LA LOTTA DI CLASSE. TUTTO IL RESTO È CONSERVAZIONE SOCIALE

diavolooOggi il direttore di Libero, polemizzando con la manifestazione romana di ieri, ridicolizza il mito della Costituzione «più bella del mondo», la quale sarebbe piuttosto un «ibrido mostruoso», frutto di un compromesso tra forze politiche democratico-liberali che guardavano all’Occidente democratico e partiti di «ispirazione marxista» (il PCI e il PSI) che avevano nella Russia Sovietica di Stalin il loro modello sociale di riferimento. È in quel compromesso che, secondo Maurizio Belpietro, «affondano le radici del consociativismo che sta mandando in malora l’Italia». Dal mio punto di vista rigorosamente disfattista verrebbe da dire: ben scavato, vecchia Carta!

Qui è il caso di ricordare solamente che 1) quei partiti di «ispirazione marxista» non solo nulla a che fare avevano con il marxismo, ma ne erano piuttosto la più assoluta e tetragona negazione, tant’è vero che finita la guerra per molti fascisti fu un gioco da ragazzi riciclarsi come “comunisti” duri e puri; e che 2) il «socialismo reale» non fu che un Capitalismo di Stato a fortissima vocazione imperialista.

Sul Corriere della Sera Giavazzi, riflettendo sulla «svendita» dei campioni industriali del Capitalismo italiano, e sulla congenita debolezza del settore privato dell’economia italiana, conferma l’analisi di Belpietro: «Ricordando la figura di Alberto Beneduce, primo presidente dell’Iri (l’Istituto per la ricostruzione industriale), Marcello De Cecco scrive: “Circondando le banche e i grandi gruppi industriali che da esse dipendevano di un cordone sanitario rappresentato dagli istituti di credito speciale, riuscì a Beneduce di spegnere le fiamme del grande incendio dei primi anni Trenta operando una riforma delle nostre strutture finanziarie che ha dominato la vita economica per i sessant’anni successivi. Si creò così un sistema assai simile a quello dei Paesi del socialismo reale. Alla finanza basata sul rischio si sostituì quella basata sulla garanzia statale”».

La continuità sistemica tra il fascismo e la «Repubblica democratica nata dalla Resistenza» è un dato di fatto che solo chi è ammalato di ideologia resistenzialista può negare, magari coltivando ancora nel 2013 la balla speculativa della «Costituzione tradita».

image_1Seguono “stralci anticostituzionali” tratti da alcuni miei post.

Quan­do i detentori di capitali affermano che i loro «collaboratori» (cioè i loro lavoratori) rappresentano «il capitale più prezioso», essi non affettano alcun ipocrita «buonismo», ma confessano piuttosto la più assoluta delle verità, e cioè che la loro ricchezza si fonda interamente sullo sfruttamento dei loro «collaboratori». Sotto questo aspetto la Costituzione Italiana è esemplare, quando nel suo primo articolo ammette che «L’Italia è una Repubblica Democratica, fondata sul lavoro» (salariato).

Non c’è guerra o preparazione di un qualsiasi intervento militare da parte del Bel Paese che non evochino, nella testa dei pacifisti, l’Art 11 della Costituzione Italiana: L’Italia ripudia la guerra […] «Questo recita l’Art 11 della nostra Costituzione nata dalla resistenza», si legge ad esempio in un manifesto di convocazione contro la guerra in Siria firmato dal Comitato contro la guerra di Milano. A mio avviso il richiamo al mitico Articolo è sbagliato, anche da un punto di vista strettamente “tattico”, ossia nel tentativo di creare contraddizioni nel campo del nemico, il quale, infatti, ha mandato uomini e mezzi ovunque nel mondo tutte le volte che se n’è posta la necessità, pagando un prezzo politico assai modesto. Creare nella gente delle aspettative sulla base della Costituzione di un paese capitalistico è a mio avviso un errore esiziale che si paga durante la lotta e, soprattutto, in prospettiva, perché non si ottiene dal movimento sociale una reale maturazione politica, anche in caso di sconfitta – e dall’Operazione Libano 1982 in poi ne ho viste di sconfitte sul terreno della lotta alla guerra.
Sul piano storico quell’articolo non attesta la natura pacifista della «Repubblica nata dalla resistenza», dopo il nazionalismo e il militarismo dell’esperienza fascista; ne attesta piuttosto la natura di Paese sconfitto nella Seconda Carneficina Mondiale. Dopo l’occupazione militare angloamericana e la resa incondizionata ottenuta a suon di bombardamenti aerei sulle città italiane, le potenze Alleate ottengono dall’Italia la ratifica di Paese vinto che non cercherà mai più la strada della guerra per accrescere in potenza. Di più: il suo potenziale bellico viene messo a disposizione di istituzioni sovranazionali (NATO e ONU) per consentire «alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni»; e difatti l’Italia «promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo». Su questa base giuridica all’Italia è consentita la guerra in guisa di piccola o media potenza assoggetta ai vincoli imperialistici che le derivano dall’esito della seconda guerra mondiale.

Quanto reazionario sia il punto di vista del segretario della FIOM lo testimonia, tra l’altro, il punto uno della sua piattaforma politico-sindacale: «La Costituzione deve rientrare in fabbrica». Con ciò la parte più “antagonista” del sindacalismo collaborazionista ribadisce la propria sudditanza allo Stato capitalistico in guisa democratica, il quale sanzione all’Art. 1 della sua Costituzione quello che l’uomo con la barba ha sempre denunciato: la società borghese si fonda sul lavoro salariato, ossia sullo sfruttamento delle capacità lavorative, fisica e intellettuale, di chi è costretto a vivere di salario. Che oggi per milioni di persone il salario, anche ridotto all’osso, appaia alla stregua di un miraggio, ciò non solo non cambia i termini della verità, ma piuttosto li rafforza e li rende più cinici. Per questo dal mio – scabroso? – punto di vista, più che della soluzione, la FIOM è parte del problema che attesta l’attuale impotenza sociale dei lavoratori.

«Per capirci», scrive ancora Cremaschi entrando nel merito politico dell’accordo in questione, «è come se la nuova legge elettorale stabilisse che possono candidarsi al Parlamento solo le forze politiche che sottoscrivono la politica di austerità, il fiscal compact e quanto altro serva». L’analogia proposta dal Nostro coglie perfettamente nel segno, ma a suo danno. Infatti, ecco cosa prescrive l’Art. 50 della Costituzione «più bella del mondo» (i gusti non si discutono, forse…): «Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». Qui le parole chiave sono metodo democratico e politica nazionale. Se ne ricava che la cosiddetta libertà dei «cittadini» è consentita solo dentro il perimetro tracciato con solchi di fuoco dalla legalità borghese, la cui forma politica più “economica” è appunto costituita dal «metodo democratico». Il soggetto politico che, un domani, si ponesse al di là del maligno cerchio del Dominio, e contro di esso, verrebbe dunque con piena legittimità fatto oggetto delle premurose attenzioni del Leviatano, non importa se in guisa democratica o autoritaria. Totalitario sul piano sociale – e sto parlando dell’esistenza quotidiana degli individui – è innanzitutto il rapporto sociale capitalistico.

Ieri, mentre Miserabilandia metteva in scena l’ennesima puntata dedicata al Cavaliere di Arcore, su Facebook commentavo l’epocale sentenza milanese emessa contro lo spauracchio del progressismo e del politicamente corretto in questi termini: «Soprattutto quando colpisce un “uomo di potere” il Leviatano mostra tutta la sua potenza sociale e tutta la sua aggressività ideologica, tesa a minacciare e a ipnotizzare i dominati». Antonio Padellaro mi ha offerto subito una pezza d’appoggio: «Ieri è stata una buona giornata per il Paese e per la Costituzione, il cui articolo 101 è stato rispettato in pieno» (Il Fatto Quotidiano). Leggiamo allora questo benedetto articolo: «La giustizia è amministrata in nome del popolo. I giudici sono soggetti soltanto alla legge». Insomma, la legge si abbatte con eguale – cieca – severità sul poveretto come sul potente, esattamente come prescrive l’ideologia pattizia (borghese) che mostra lo Stato in guisa di istituzione socialmente neutra posta al servizio di tutti i cittadini, a prescindere dal loro conto in banca e dalla loro collocazione politica. La funzione del Leviatano come guardiano dello status quo sociale, come la più alta e violenta espressione di un peculiare dominio di classe (borghese) non può ovviamente trovare spazio in quella concezione. L’ideologia pattizia è l’ideologia dominante, e anche il concetto di «popolo», teso a cancellare la divisione classista della società, vi gioca un ruolo centrale.

«”Non tagliare alla scuola privata per altri fini, ma per rendere la scuola pubblica adeguata ai propri fini”. Parola di Stefano Rodotà, intervistato da Radio Popolare Roma sulla manifestazione del 12 ottobre in difesa della Costituzione» (Huffington Post). Ma quali soni i “fini” della scuola pubblica? Azzardo una risposta che certo farà inorridire, peraltro del tutto legittimamente (dal loro punto di vista), i difensori della Santissima Costituzione: sfornare cittadini socialmente abili, produrre docile «capitale umano» da collocare sul mercato universale delle merci. La scuola (pubblica e privata) come fondamentale agenzia professionale e ideologica al servizio dello status quo sociale? Esattamente.

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