LA MORALE DEL PERDENTE ERICH PRIEBKE E QUELLA DEL VINCENTE PAUL TIBBETS

B-29_Enola_Gay_w_Crews«L’ipotesi secondo cui la morale perde di forza coercitiva con l’aumentare della distanza si fonda sull’idea che è soprattutto il vivo ricordo del delitto a tenere desta la coscienza. Se il criminale si allontana a sufficienza dal luogo del delitto, i sentimenti morali non hanno più di che alimentarsi» (H. Ritter, Sventura lontana, p. 41, Adelphi, 2007).

«È morto a 92 anni Paul Tibbets, il pilota del B-29 ‘Enola Gay’ che sganciò la bomba atomica su Hiroshima. Tibbets si è spento a Columbus, in Ohio. Lo ha reso noto un portavoce della famiglia. […] Alla fine, a Hiroshima le vittime accertate della bomba atomica furono 221.823, con quelle che hanno perso la vita per i danni provocati dalle radiazioni nucleari. “Non sono orgoglioso di aver ucciso quelle persone – ha detto Tibbets anni fa, in un’intervista – ma sono orgoglioso di essere partito dal niente, aver pianificato l’intera operazione ed essere riuscito ad eseguire il lavoro perfettamente. La notte dormo bene”» (La Repubblica, 1 novembre 2007).  Da buon soldato il colonnello Tibbets si limitò a eseguire come meglio poté gli ordini ricevuti. E fece un bel lavoro, non c’è che dire. Naturalmente dall’altezza dalla quale egli lasciò cadere Little Boy il nemico appariva senza volto.

«L’altezza della detonazione doveva garantire la massima area di distruzione […] Il punto più delicato fu la scelta degli obiettivi. Si doveva individuare un’area urbana del raggio di almeno tre miglia, per evitare che un’imprecisione nel lancio riducesse l’entità delle distruzioni, e scegliere una città che non avesse già subito grossi bombardamenti, per evidenziare con chiarezza il potere distruttivo della bomba» (F. Fieschi, P. De Renzi, Macchine da guerra, p. 95, Einaudi, 1995). Conosciamo il resto della storia.

20131011_priebke1Com’è noto, l’ex capitano delle SS Erich Priebke si è sempre professato «un semplice esecutore di ordini», non più che un manovale del terrore nazista; e ha sempre sostenuto che non si possono capire i massacri che insanguinarono il mondo durante la Seconda guerra (imperialistica) mondiale se non se ne coglie l’eccezionalità storica. «In quegli anni terribili di guerra», ha dichiarato in una famosa intervista il Mostro tedesco, «rinchiudere nei lager popolazioni civili che rappresentavano un pericolo per la sicurezza nazionale era una cosa normale.  Nell’ultimo conflitto lo hanno fatto sia i Russi che gli Usa. Questi ultimi in particolare con i cittadini americani di origine orientale». Ma che scandalo! Ovvero: la storia è scritta dai vincenti.

Per Riccardo Pacifici, presidente della comunità ebraica di Roma, con Priebke «è morto un essere vivente, non un uomo». La verità è che il mondo aspetta ancora di conoscere l’uomo in quanto uomo, e che se non esiste l’uomo tutto il Male è possibile su questa terra asservita al Dominio. Il Male, oltre che banale (e avere le facce di Tibbets e Priebke), è soprattutto radicale. Adesso saluto e lascio ai politicamente ed eticamente corretti l’odiosa farsa intorno al cadavere del cosiddetto Mostro.

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One thought on “LA MORALE DEL PERDENTE ERICH PRIEBKE E QUELLA DEL VINCENTE PAUL TIBBETS

  1. DA FACEBOOK

    Scrive M. M. P. a proposito del mio post: «Uno che lascia un testamento da nazista nascondendosi dietro la morale dell’ordine ricevuto è uno che non ha bisogno di sconti. Se uno non è in grado di capire questa semplice cosa è uno che al suo posto farebbe la stessa identica cosa. C’è poi anche da ridire su quell’affermazione ridicola “lo facevano tutti”. Non è vero. Lo hanno fatto quando Hitler ha dichiarato guerra a mezzo mondo, i 70 milioni di morti hanno una responsabilità precisa. Non sono frutto del caso. Esprimo il mio giudizio su questo articolo. E questo articolo non mi piace. Il modo in cui si riscrive la storia è una cosa che mi lascia perplesso. Il punto è che ci sono uomini che in certi momenti hanno scelto da che parte stare pagando un prezzo altissimo. Non si può correre dietro alla retorica del “sono tutti uguali”, “è la logica della guerra”, per dimenticare che non è così. saranno pochi ma ci stanno. Ci sono vittime e carnefici, e ci sono uomini che hanno anche la responsabilità che a causa loro gente inerme sia diventata vittima delle loro azioni, anche se queste avevano altri obiettivi. E articoli di questo genere non fanno altro che alimentare una sorta di qualunquismo che porta ad accettare supinamente qualsiasi bestialità. Che esprima un giudizio su quella “merda” umana (comprensibile e senza equivoci in un senso o nell’altro) e poi faccia così con gli altri».

    La mia “risposta”:

    Scrivendo il modesto post di oggi sulla «doppia morale» sapevo benissimo di toccare un nervo scoperto che ereditiamo dalla storia del cosiddetto «secolo breve». Il duro giudizio di M. M. P. non mi suona quindi n’è sorprendente né, tanto meno, offensivo. Tutt’altro.
    Non c’è dubbio: «i 70 milioni di morti hanno una responsabilità precisa. Non sono frutto del caso». A mio giudizio però, per un verso la carneficina mondiale non va attribuita solo alla Germania nazista ma a tutti gli Stati che la realizzarono: dalla Russia cosiddetta Sovietica (ex alleata del Terzo Reich) agli Stati Uniti, dall’Italia (in guisa fascista e poi resistenzialista) all’Inghilterra, dalla Francia al Giappone, e via di seguito – per questo parlo di guerra imperialista; e per altro verso, lo sterminio scientificamente pianificato degli ebrei va attribuito interamente alle cause storico-sociali che lo resero possibile, ed esse sono radicate nelle profondità del Dominio sociale in generale, e del Dominio sociale capitalistico in particolare.
    «Dai al pregiudizio medievale la scienza moderna, e l’inferno su questa terra è assicurato!»: così scrivevo su un breve post del 2011 (La regola è nell’eccezione) che esordiva con questa citazione: «L’affermazione che Hitler avrebbe distrutto la cultura tedesca non è che un trucco reclamistico di coloro che vorrebbero ricostruirla dai loro telefoni d’ufficio […] Chi vuol lottare contro il fascismo culturale, deve cominciare con Weimar» (T. W. Adorno, 1944, Minima moralia). E già che ci sono, ecco un’altra pregnante (sempre a mio modestissimo avviso) citazione tratta sempre da Minima Moralia: «La nemesi immanente di Hitler è questa: che egli, il boia della società liberale, era troppo “liberale” per capire come altrove, sotto il velo del liberismo, si costruisse l’irresistibile supremazia del potenziale industriale. Hitler, che scrutò come nessun altro borghese quel che c’è di falso nel liberalismo, non comprese fino in fondo la potenza che gli sta dietro, cioè la tendenza sociale di cui egli stesso non era che il tamburino» (dal mio post del 2011 Impotenti tamburini delle potenze sociali). Se vuoi conoscere come la penso sul nazismo e, soprattutto, sulle cause che lo resero possibile (praticabile), puoi leggere, tra l’altro, La Germania e la sindrome di Cartagine.
    «Che esprima un giudizio su quella “merda” umana (comprensibile e senza equivoci in un senso o nell’altro) e poi faccia così con gli altri»: così scrivi ai tuoi interlocutori. Ti accontenti davvero di poco! Ti invito ad essere più audace, o semplicemente più radicale. Perché per come la vedo io, non solo le cause dello sterminio (degli ebrei e degli altri dannati della terra) non sono venute meno, ma nel frattempo si sono piuttosto irrobustite ed espanse su tutto il pianeta. Tu, del tutto legittimamente e comprensibilmente, non vuoi fare sconti nemmeno al cadavere di quella «merda umana»; io non voglio fare sconti di nessun genere a questa società di merda, sempre con rispetto parlando, si capisce. Tu credi nel libero arbitrio degli individui, magari declinato laicamente (vedi ad esempio l’ideologia pattizia borghese che ispira i salvatori della Costituzione), mentre io penso che per l’essenziale il Capitalismo ci privi di vera libertà e di vera umanità. Qui ti rinvio, semmai ne avessi tempo e voglia, a tre miei modesti studi: Eutanasia del Dominio, L’Angelo Nero e Illibero Arbitrio, i cui PDF puoi eventualmente scaricare dal mio blog.
    Non si tratta affatto di relativizzare l’Olocausto, come potrebbero obiettare i sacerdoti della storiografia «non revisionista» (cioè ufficiale); si tratta piuttosto di assolutizzarne le cause storiche e sociali, lontane – e persino remote – e vicine.
    «Articoli di questo genere non fanno altro che alimentare una sorta di qualunquismo che porta ad accettare supinamente qualsiasi bestialità»: veramente intendevo alimentare l’idea che bestiale è innanzitutto la società fondata sulla ricerca del massimo profitto, e che dunque è il vigente rapporto sociale di dominio e di sfruttamento che va sradicato. Ribadisco: se l’uomo non fa la sua rivoluzionaria comparsa su questa terra ogni Male è possibile, compreso un Olocausto3.0.

    Mi scuso per la lunghezza, ti ringrazio per l’attenzione e ti saluto.

    Ancora da FB:

    «Al pari tuo, Sebastiano, considero i sindacati, la Costituzione più bella del mondo e anche la Resistenza, nell’affermarlo mi sanguina il cuore, con un padre che l’ha combattuta, come specchietti per prendere al laccio, da parte del potere, le allodole, che sono tanti, oserei dire troppi nel Bel Paese, per mantenere intatto lo status quo. Innegabile che la Resistenza fu l’altra faccia di una stessa medaglia orrenda, crudele, la guerra mondiale, combattuta con altri mezzi. Desidero, tuttavia, spezzare una lancia a suo favore citando gli scritti dell’ubriacone di Treviri, a te, come del resto anche al sottoscritto tanto caro. In un suo passo scrive delle ” mezze coscienze” che sono i vili, i pusillanimi, i restii, i recalcitranti gli affezionati del compromesso, é un monito , un invito a partecipare in prima persona e non astenersi, quei giovani che la Resistenza l’hanno fatta, non si sono tirati indietro, per cui meritano il nostro rispetto. Se poi furono manovrati, le colpe non sono da addebitarsi a loro. Dopo il primo Bando Graziani novembre 43 molti giovani aderirono alla Resistenza lo fecero anche con una buona dose di opportunismo, questo va sottolineato».

    Ho l’impressione che allora tutti i protagonisti dell’orrore obbedirono a degli ordini nell’ambito della stessa impresa criminale: la guerra imperialista. Lo stesso olocausto degli ebrei va messo nel conto di una Civiltà (la nostra, quella borghese) che non è riuscita a superare nemmeno vecchissimi pregiudizi, i quali nelle situazioni critiche mostrano la loro maligna vitalità spesa al servizio del Dominio sociale. Illumino, assai modestamente, qualche episodio della storia non per polemizzare con i suoi protagonisti, ma per parlare del nostro presente e del nostro futuro.

    «È il grande dilemma che nelle situazioni tragicamente eccezionali, guerre perlopiù, si presentano all’essere umano, ubbidire o non ubbidire anche a costo della propria vita. Però c’è da osservare una cosa nel caso del nazista in questione, che non si è mai pentito, non ha mai riconosciuto la crudeltà estrema di quell’evento… Mi pare che il pilota dell’aeroplano che sganciò la bomba atomica su Hiroshima, che non poteva non sapere l’immane distruzione che quel gesto avrebbe comportato, abbia riflettuto e rimuginato per tutta la vita e in modo doloroso su quello che aveva fatto pur ubbidendo a ordini superiori… Nel libro dello storico Claudio Pavone, dedicato alla Resistenza, si legge che dopo quella orribile strage il movimento partigiano meditò maggiormente sugli attentati».

    Grazie per il commento. Mi permetto di svolgere la “libera” riflessione che segue.
    L’obbediente soldato americano dall’alto dei cieli non vide il volto del nemico (perlopiù bambini, donne, vecchi: come disse Hitler alla fine dei suoi giorni «in questa guerra la prima linea è dappertutto»), non vide la sua pelle bruciare nell’inferno nucleare, non vide la sua ombra rimasta appiccicata al suolo. Il suo lavoro fu tecnicamente asettico, pulito, “professionale” nell’accezione più moderna – e disumana – del concetto. L’obbediente soldato tedesco, invece, si misurò senza mediazioni (salvo, ovviamente, la sua ideologia) con il corpo del nemico: ne vide il viso devastato dalla paura e dalla collera, ne ascoltò le imprecazioni, ne vide il sangue, ne annusò l’odore. Perché, dunque, dobbiamo concedere al primo, quasi presi da una sorta di riflesso condizionato, quello che non siamo disposti a concedere al secondo?
    Questa sola domanda mi espone al pericolo di venir considerato un “oggettivo” fiancheggiatore del Mostro? La cosa non mi tocca neanche di striscio, perché è contro l’ideologia dominante che mi batto. Il mio anticapitalismo “assoluto” mi ha fatto passare presso i sinistrorsi anche per un “oggettivo” berlusconiano, ragion per cui…
    Il senso dei miei due ultimi post è appunto questo: non dobbiamo rimanere impigliati nella cosiddetta etica della responsabilità, che ci sprona a credere che, alla fine, le decisioni che contano sono nelle nostre mani, mentre a mio avviso le cose stanno in modo affatto diverso. Per chiarire meglio quel senso, riporto alcuni passi di un mio post (L’avvocato delle cause perse e l’eroe del giorno) dedicato a un “Mostro” assai più modesto: Schettino. Trattasi di un’analogia, beninteso.

    […] «Io chiedo di inquadrare il comportamento di Schettino all’interno di questo quadro concettuale, non per assolverlo, ma per capire con che razza di società abbiamo a che fare. Come spesse volte scrivo, il Male è innanzitutto radicale, anche quando ama travestirsi con abiti banali.
    Se superiamo l’etica della responsabilità che la classe dominante, attraverso le sue molteplici e potenti istituzioni formative, ci inculca sin da bambini, conquistiamo un punto di vista che ci fa essere molto più indulgenti nei confronti degli individui, compresi quelli che la società giudica mostri o persone andate in avaria; e irriducibili avversari di questa stessa società.
    Occorre superare i nostri pregiudizi etici e iniziare a ragionare in termini di sistema sociale, anche quando riflettiamo su comportamenti individuali la cui riprovazione ci appare del tutto scontata. E invece niente è scontato in questa dimensione esistenziale altamente irrazionale e assoggettata a mille incognite. Tutti siamo potenzialmente «Mostri» e «socialmente irresponsabili». Gettare a cuor leggero, e con una malcelata soddisfazione (e qui l’invidia sociale ha il suo peso, non c’è niente da fare), l’ex Comandante della Concordia tra i relitti umani, significa spegnere la nostra capacità di critica, e affidarci come alghe impotenti alla corrente dominante.
    Certo, il Comandante De Falco, l’eroe del giorno, «la voce del dovere», colui che incarna «l’Italia vera», e che in qualche modo ha fatto giustizia del vero italico carattere, il quale non avrebbe nulla a che fare col reietto Schettino; egli, dicevo, giustamente ci appare come il vincente, il simpatico, il socialmente responsabile. «Lui sì che ha le palle!» Indubbiamente. Dentro il Caos, De Falco ha incarnato il Principio d’Ordine. Nulla da eccepire. Ricordo solo che quest’Ordine ha una sostanza radicalmente disumana. Infatti, lo stesso Comandante che oggi ha salvato vite umane, domani, se la patria (anche quella Europea) lo esigesse, probabilmente non avrebbe alcuna remora nel distruggere molte più vite di quante non ne abbia tratte in salvo in tutta la sua esistenza. In ossequio allo stesso disumano Principio. Ecco perché chiedo indulgenza e comprensione per le singole persone, e condanna senza attenuanti per una società che fa naufragare ogni barlume di umanità».

    F. T.: «Condivido. I ruoli dei De Falco e degli Schettino sono del tutto intercambiabili, in una società orientata al dominio. E però, però. Uno che salva vite è pur sempre uno che salva vite, fosse solo in quel momento e in quella specifica situazione. E un Salvo D’Acquisto è pur sempre un individuo migliore di un Priebke».

    A. B.: «C’è poco da sottilizzare: in una situazione di catastrofe umanitaria, non vale più il metro di giudizio della responsabilità individuale, ma quello che si eleva sino a condannare le leggi e la morale del sistema dominante, di fronte al quale una grande personalità agisce in nome di una condanna critica al sistema che ha prodotto quella catastrofe: il capitalismo dominante. Solo dal punto di vista storico-critico si recupera la validità di giudizio! Tutti gli altri sfoghi e piagnistei sono il prodotto di una identificazione individuale col sistema di morte e di sfruttamento (lo si chiami democratico imperialista, o fasci-nazista, o stalinista,come si vuole!) dominante. Solo chi sa fuoriuscire da questi ed altri “mostri della Storia”, con gli atti e col pensiero, può fregiarsi del serto di appartenenza al “genere umano” in quanto agisce e lavora per la “umanizzazione della Natura e del Cosmo” !»

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