LA MALEDIZIONE CAPITALISTICA DEL LAVORO – E DEL NON LAVORO

die-welt_15«La Germania è un paese di stressati», titola Die Welt del 31 ottobre scorso. «Oltre la metà dei tedeschi si sente sotto pressione sul posto di lavoro, in famiglia e a causa di preoccupazioni finanziarie». Lavorare stanca, e questo si sapeva già da qualche tempo. D’altra parte, non basta solo avere un lavoro: si tratta anche di non perderlo, una preoccupazione supplementare che certo non genera tranquillità presso i salariati.

Secondo i risultati di un sondaggio dell’Istituto Forsa pubblicato il 30 ottobre, le donne tra i 35 e i 45 anni «soffrono perché sono troppo esigenti con se stesse e non possono conciliare la carriera con la cura dei figli». Qui mi cito, e mi scuso: «Il diritto diventa dunque Diritto, cioè concessione sanzionata dal potere dello Stato, e questa dialettica si ritorce sempre, prima o poi, contro le “conquiste di civiltà”, e lo si può vedere riflettendo criticamente intorno al risvolto sociale della cosiddetta emancipazione della donna, la quale si è risolta in una sempre più forte e stringente omologazione della donna agli standard professionali ed esistenziali del maschio. Senza che peraltro ciò abbia segnato un superamento della vecchia discriminazione sessuale, a dimostrazione del fatto che la società borghese non è riuscita nemmeno a chiudere i conti con le profonde strutture “culturali” e psicologiche delle civiltà preborghesi. Pare che le società disumane non possano proprio fare a meno delle discriminazioni sessuali e razziali, anche quando la potenza materiale che le domina non sembra fondarsi su nessuna di quelle discriminazioni: il capitale, infatti, è senza sesso, non ha razza, né religione, né ideologia. Eppure!» (da Illibero arbitrio. La radicalità del male, scaricabile dal blog).

holy-mountain-la-montana-sagrada-1«Il lavoro è diventato il fattore di stress numero uno», sostiene Die Welt, mentre Handelsblatt parla di «miracolo dell’occupazione» e sottolinea che 42,2 milioni di tedeschi hanno un lavoro, una cifra mai raggiunta dall’unificazione. Negli ultimi 5 anni sono stati creati 1,5 milioni di posti di lavoro, e secondo uno studio dell’istituto Ifo il boom dovrebbe continuare. Da proletario meridionale non posso non invidiare il collega di «razza» basato in Germania. Ma, come si dice, non è oro tutto ciò che luccica! E se, anziché di oro, si trattasse solo di cacca, come in The Holy Mountain di Alejandro Jodorowsky? Ma che mi viene in mente! Di domenica, poi…

illuminazioneComunque sia, davanti a queste rincuoranti cifre, la Frankfurter Allgemeine Zeitung dichiara di non comprende l’inquietudine dei tedeschi: «Soltanto i tedeschi possono essere così: per la prima volta 42 milioni di persone hanno un lavoro, eppure l’opinione pubblica continua a lamentarsi delle condizioni del mercato del lavoro. Non esiste governo sulla terra che non scambierebbe immediatamente la nostra situazione con quella del suo paese, e mentre il mondo intero cerca di copiare “il miracolo del lavoro tedesco”, i suoi creatori perdono di vista il quadro d’insieme». Che incontentabili, questi tedeschi! Ma un dubbio bussa forte alla mia porta: è possibile che i supposti creatori del «miracolo tedesco» ne siano in realtà le prime vittime? Non è che il soggetto del “miracolo” non abbia nulla di umano, nonostante sia un prodotto storicamente peculiare dell’«uomo che non è ancora umano» (Marx)? Quanto odio questa mia «filosofia del sospetto»!

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3 thoughts on “LA MALEDIZIONE CAPITALISTICA DEL LAVORO – E DEL NON LAVORO

  1. Nelle forme storiche del lavoro, come lavoro schiavistico, servile e salariato, il lavoro si presenta sempre come repulsivo, sempre come lavoro coercitivo esterno rispetto al quale il non-lavoro si presenta come “libertà e felicità”. (K.Marx; Grundrisse)

    P.S.
    Quanto amo, questa tua “filosofia del sospetto”.
    Ciao Sebastiano.

  2. Bel film..ribaltando quello che ci capii quando lo vidi -la sola critica della sacralità- ripensandoci tutte quelle carcasse in processione stavano andando al lavoro, stavano portando in sacrificio se stesse al terrifico monolito del Capitale. Allora smontare il rapporto sociale di dominio implica levarsi le maschere di carattere assegnateci dalla estranea Potenza Sociale e fuoriuscire dalla duplice rappresentazione delle esistenze sociale/intima, ovverosia la duplicità dei valori… e fin qui tutto facile…

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