BEPPE GRILLO SEDUCE I MIEI FRATELLI DI SVENTURA

imagesIl programma politico-economico di Grillo, «ostile a ogni tipo di ideologia» (ma in realtà informato da una buffa quanto risibile accozzaglia di diverse ideologie reazionarie prese a “destra” e a “sinistra”), affonda come un coltello «populista» nel burro della tradizionale cultura politica fascio-catto-statalista del Bel Paese. Dopo aver sostenuto per anni la necessità di sforbiciare l’obeso pubblico impiego italiano, sostenendo i costi sociali dell’ardita operazione con l’introduzione di un salario minimo garantito di dubbia fattibilità finanziaria (mentre chiarissimo appare invece il suo significato politico-ideologico), oggi il guru di Genova si fa portavoce di una «battaglia epocale, all’ultimo sangue» in difesa dei lavoratori dell’Amt di Genova.

Incurante, probabilmente in vista delle prossime tornate elettorali, del miserabile fallimento del «capitalismo municipale» italiano, Grillo grida che «il Welfare deve essere difeso, il trasporto pubblico deve essere finanziato». Com’è noto, il biglietto dell’autobus, a Genova come in altre città italiane, copre appena il 35% del costo del servizio; il resto è a carico della fiscalità generale, la quale ovviamente pesa soprattutto sui lavoratori, in modo diretto e indiretto. Come diceva l’evasore fiscale di Treviri, le imposte sono il fondamento materiale dello Stato, ed è per questo che mi fanno letteralmente ribrezzo tutti quei sinistri che affettano pose “anticapitalistiche”, salvo poi battersi contro l’evasione fiscale, magari nell’illusione che il «pagare tutti» si traduca automaticamente in un «pagare meno tutti». Naturalmente non alludo a Grillo, il quale ha almeno il buon gusto di non scomodare le parole abusate dagli abusivi in guisa “comunista”.

Più salario, meno orario e meno imposte: è il trittico rivendicativo che dovrebbe stare al centro delle lotte “economiche” dei lavoratori. Una “piattaforma rivendicativa” difficile da sostenere in tempi di crisi economica e di attacco generalizzato alle condizioni di vita e di lavoro dei nullatenenti; ma è la sola che può costruire un concreto argine all’aggressione capitalistica, “pubblica” e “privata”, di cui essi sono vittime. La politica delle compatibilità aziendali e nazionali è la corda con cui impiccarsi che da sempre i realisti – di “destra” e di “sinistra” – offrono ai lavoratori, confidando nella loro disunione e nella loro precarietà esistenziale.

falco-spannerÈ possibile che molti strati sociali martirizzati dalla crisi finiscano nella rete di chi sventola le bandiere (oltremodo sbiadite e lacerate) del Capitalismo di Stato e del Sovranismo politico-economico, nonostante esse non abbiano più un reale fondamento su cui sostenersi. Per questo il cemento politico-ideologico che tiene insieme le rivendicazioni “economiche” dei lavoratori è ancora più importante del merito di ogni singola rivendicazione. Almeno dal punto di vista di chi si batte per il superamento del vigente regime sociale fondato sulla ricerca del massimo profitto.

Il Cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei e arcivescovo di Genova, ha dichiarato che  «lo sciopero che sta paralizzando Genova deve suscitare una fattiva riflessione da parte dei responsabili, sia locali che nazionali, perché il lavoro di tantissime famiglie non vada in fumo, perché sappiamo che senza lavoro non c’è dignità». Amen! In realtà il carattere sociale del lavoro odierno (denaro in cambio di una prestazione professionale) testimonia l’assenza di dignità umana non solo nell’esistenza delle «tantissime famiglie» che vivono di “lavoro subordinato”, ma nella società presa nel suo insieme. Solo la lotta di classe conferisce vera dignità alla condizione dei lavoratori. Tutto il resto è ideologia borghese, una velenosa merce in vendita soprattutto nei piani bassi dell’edificio sociale.

Il fatto che le demagogiche sparate alla Grillo oggi riscuotano un largo e facile consenso presso i lavoratori è una conferma che la marxiana coscienza di classe non è un frutto che cresce spontaneamente sul terreno del disagio sociale. Tanto più da quando lo stalinismo internazionale, con il suo escrementizio «socialismo reale», ha avvelenato i pozzi della Speranza. Per questo non mi riesce difficile capire chi si lascia sedurre, sul terreno della politica nazionale come su quello della politica estera, da presunte scorciatoie “tattiche”; comprendo bene chi è disposto ad allearsi “tatticamente” persino col Demonio pur di «fare qualcosa di concreto contro il sistema». Proprio perché ne capisco, o quantomeno ne intuisco le motivazioni non smetto di sparare contro quelle tragiche illusioni, che sono tali non perché così ha deciso chi scrive, sordo a ogni senso del ridicolo, ma perché così conferma la storia, lontana e vicina, sempre di nuovo. La coazione a ripetere del Dominio è, in ogni sfera sociale e in ogni ambito esistenziale, una sicura prova del fatto che non ci si può alleare con il Demonio senza restarne vittima. Da sempre la concretezza priva di coscienza è alleata dello status quo.

danDa tutto ciò ricavo la convinzione che chi intende battersi davvero contro il Capitalismo in vista della Comunità Umana, ma non ha ammiccanti merci da offrire nel mercato politico-ideologico, ha tutte le ragioni per reagire allo sconforto, che purtroppo trova nella pessima realtà più di una giustificazione. Assumere la difficoltà del tempo in tutta la sua tragica dimensione è a mio avviso quanto di più concreto possa fare chi intende ribaltare l’attuale condizione di impotenza che inchioda i dominati al carro del Dominio. È con questa consapevolezza e con questo spirito che personalmente, in quanto «militante del punto di vista umano» (come mi piace definirmi), approccio anche le lotte “economiche” dei miei fratelli di sventura. Insomma, non “soffro” la concorrenza di Grillo…

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13 thoughts on “BEPPE GRILLO SEDUCE I MIEI FRATELLI DI SVENTURA

  1. «Insomma, non ”soffro” la concorrenza di Grillo…» —ah, ah, ah… rotolo a terra dalle risate, è come se Beethoven soffrisse la concorrenza di Giovanni Allevi, oppure Hegel quella di Massimo Cacciari. Grande articolo, congrats!!

      • Bene allora, ho inciampato sul tuo sito un paio di mesi fa, e ho letto alcune tue opere, e troverò il tempo per completare con le altre. Mi sono detto, accidenti, questo è grandioso! Io condivido la stessa analisi, per esempio tu parli di Comunità Umana, io uso “Free Human Community”, che è uguale, dico. Mi ritrovo nella tua analisi come economista e apprezzo la tua chiarezza filosofico giuridica. Perciò, paragoni imbarazzanti, ma alla fine la povertà intellettuale di questi corifei del bene comune, e della lotta per la legalità borghese è quello che è, povertà infatti. Si autoironia non deve mai mancare, però è cosi. Piuttosto rispondo all’altro commento, è vero felicità (?) può essere anche mangiare oggi una mela marcia perchè ieri mangiavi peggio o non mangiavi affatto, però quella è ancora una condizione non umana.
        Saluti.

  2. Che esista una ingiustizia scandalosa a livello planetario e situazioni di precarietà diffuse anche nell’artificiosamente opulenta Italia è innegabile. Ma, caro Isaia, pare a me evidente che le situazioni di dissesto delle imprese pubbliche nostrane non siano in nulla assimilabili alle condizioni di miseria che affliggono il mondo. Cogli bene l’incoerenza di Grillo, ma , ti prego, non leggere ogni nell’abbaglio del tuo profeta.
    Scriveva Sergio Ricossa nell’anno (della fame) 1944): ” Un anno fa, vivevo tra le macerie nel cortile del caseggiato distrutto da un bombardamento aereo. Ora vivo “lussuosamente” nella baracca di un magazzino di carbone, e sono felice. C’è spazio anche per allevare galline. La felicità come cessazione o diminuzione di un male (togliersi le scarpe strette, eccetera). Senza il male precedente , niente felicità.
    Il proprietario del magazzino di carbone è un capitalista. Mio padre operaio un proletario. I due sono amiconi, niente lotta di classe per la comune passione per la pesca. L’internazionale dei pescatori. Vi sono, o Marx, più cose in cielo e in terra di quante la tua filosofia possa immaginare”.
    Con sempre viva simpatia.

    • La viva simpatia, come sai, è reciproca. La dialettica del Bene e del Male come tu l’hai rappresentata mostra, a mio avviso, proprio l’assoluta disumanità della società segnata dal dominio di classe. Gli individui si abituano abbastanza rapidamente al Male. Tutto a questo mondo è, come si dice, relativo, e persino nei campi di sterminio (nazisti, stalinisti, maoisti, Nord Coreani) a volte si assiste a momenti di “felicità”. Chi muore di fame è “felice” anche per un solo tozzo di pane rancido rifiutato persino dai porci. Mutatis mutandis, e sempre posto che l’eccezione mostra la radice della regola, ciò accade anche nelle società cosiddette opulente dell’Occidente. Si tratta, sempre a mio avviso, di una “relatività” alleata del Dominio, dello status quo. In effetti, c’è sempre qualcuno che sta peggio di noi! Ma anche che sta meglio: «Una casa, per quanto sia piccola, fino a tanto che le case che la circondano sono ugualmente piccole, soddisfa a tutto ciò che socialmente si esige da una casa. Ma se, a fianco della piccola casa, si erge un palazzo, la casetta si ridurrà a una capanna. La casetta dimostra ora che il suo proprietario non può far valere nessuna pretesa, o solamente pretese minime; e per quanto si spinga in alto nel corso della civiltà, se il palazzo che le sta vicino si eleva in egual misura e anche più, l’abitante della casa relativamente piccola si troverà sempre più a disagio, sempre più scontento, sempre più oppresso fra le sue quattro mura» (K. Marx, Lavoro salariato e capitale). Questa metafora, che il barbuto di Treviri usò nel 1849 per sottolineare il carattere relativo della miseria sociale che affligge chi vive di salario (indigenza non solo materiale, puramente economica ma, appunto, sociale nel senso più pregnante del concetto: «La situazione materiale dell’operaio è migliorata, ma a scapito della sua situazione sociale. L’abisso sociale che lo separa dal capitalista si è approfondito»); questa metafora, dicevo, non postula la «capanna» per tutti, come forse pensano coloro che danno credito al miserabile «socialismo reale», ma la casa umana per tutti, il meglio che gli individui umanizzati sapranno concepire, per tutti, una volta che tutti saranno diventati semplicemente uomini.
      Che la passione per la pesca, o per qualcos’altro, possa fare dell’operaio e del suo padrone degli amiconi ciò non solo non mi stupisce né, tanto meno, m’indigna ovvero mi scandalizza: mi sembra nella logica delle cose. Come sai odio l’invidia di classe perché ostacola la maturazione della coscienza di classe. Purtroppo tra Cielo e Terra insiste ancora, e sempre più fortemente, il maligno rapporto sociale che fa dell’uomo un non-ancora-uomo. Non siamo uomini, e nemmeno caporali, come diceva il mio vero filosofo di riferimento: siamo mere «risorse», «capitale umano» da investire profittevolmente. Questo, inutile dirlo, sempre a mio modesto avviso.
      Mi scuso per la lunghezza. Grazie per l’attenzione. Ciao!

      • Forse ti stupirà, ma mi è piaciuto molto di più questo tuo commento di risposta, che il post sul guru reazionario Grillo.

        Penso che, se i compagni più dotati uscissero dalla bolla internet, e pensassero di costituire un partito o avanguardia capace di: “far scaturire man mano la partecipazione attiva delle masse, (e nel contempo tale avanguardia) essere sotto la loro influenza diretta (delle masse popolari), sottoposta al controllo dell’opinione pubblica, prodotto della crescente educazione politica delle masse popolari” (Rosa Luxemburg), i “nostri” fratelli di sventura, non sarebbero sedotti così facilmente dal guru reazionario Grillo, non trovi Sebastiano?
        Un caro saluto
        Luigi

      • La cosa non mi stupisce affatto, e anch’io penso che la “risposta” a Giovanni sia più interessante del post, che – come la gran parte dei miei “pezzi” – è un semplice pretesto per fare e per suscitare riflessioni intorno al modo in cui oggi è possibile costruire un’autentica soggettività critico-rivoluzionaria. La necessità/urgenza della cosa è sempre presente alla mia mente, e va da sé che non ho la chiave per aprirla, la cosa. Né, d’altra parte, penso che il vecchio dibattito intorno al partito di classe (da Lenin alla Luxemburg, dalla Sinistra Comunista “consiglista” a quella Italiana, ecc.) possa darci un apporto decisivo, anche se lo ritengo molto importante, magari come punto di partenza, come “spunto”. Naturalmente rispetto chi crede invece che il movimento operaio del passato ci offra, se non tutto, certamente le linee fondamentali per orientarci nell’arditissima, quanto urgente e dirimente, sfida di cui parliamo. Rispetto ma non condivido. Ovviamente faccio un’allusione generica, non mi sto riferendo al tuo commento.
        Un caro saluto a te. Ciao!

      • “La casa umana per tutti?”: un iperbole per nascondere le irriducibili diversità e contraddizioni di cui l’umanità è costituita? Non è proprio in ragione di questa iperbole che il dominio capitalistico, come tu lo chiami, si è definitivamente affermato imponendo i suoi derivati e alienati prototipi dei quartieri dormitorio o grattacieli da un lato e dall’altro il loro corollario di degradate baraccopoli? Forse la capanna dello zio Tom era preferibile: l’ uomo vi caratterizzava il suo habitat. Francesco scelse a sua umana dimora l’eremo delle carceri, preferendolo al palazzo del padre. Lasciamo ad ogni soggetto la titolarità del suo calcolo edonistico, e la sua libertà (per quanto limitata) di scelta prendendo atto che non esiste, a dispetto del barbuto di Treviri e dei suoi epigoni totalitari, un metro edonistico di valore universale. Per venire all’Italico capitalismo, partendo da quello Comunale dell’azienda Trasporti pubblica di Genova, sai tu indicarmi un nostro capitalista che non sia sindacal-dipendente?
        Non vorrei impegnarti ad una estenuante fatica di replica. Io sono una capatosta e quando tiri il discorso per le lunghe, e ti impigli nelle astrazioni non riesco a seguirti. Sento però e ricambio la tua amicizia. Ciao

      • Ti lascio volentieri l’ultima parola. Chi vuole interrogare la mia idea di Comunità Umana non ha che da compulsare i miei modesti scritti (ad esempio Eutanasia del Dominio), per verificare se quanto dici corrisponde a quell’idea. Ciao!

      • Riguardo alla questione posso dire che una sintesi brillante per me è il giudizio sul cinema espresso da qualcuno in un documentario visto qualche anno fa – un giudizio che calza a pennello a quello che Sebastiano chiama “il Dominio”. Eccolo: “Il Dominio non ci dice COSA desiderare, ma COME desiderare”.

  3. io lascerei perdere i desideri (nonostante lacan e facendo proprio a meno della macchina desiderante di deleuze) e mi concentrerei sui bisogni, cosa a mio avviso ancora più difficile anche se non parrebbe..dovremmo aver fatto esperienza come siano i desideri quelli più facilmente compatibili con il dominio dove i bisogni non possono necessariamente essere compresi. giustamente è una questione come dice mrz di come e non di quanto o di che cosa o, come dice il nostromo, di umano/disumano e non di necessario/futile

    saluti a tutti

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