LA CRISI DEL MITICO MODELLO DANESE

JuletorvPhotographerJuletorv_dk-56761331Il tanto lodato modello sociale danese, molto reclamizzato da Grillo e da tutti i progressisti del Vecchio Continente, ha fatto cilecca proprio nel momento in cui il suo meccanismo di tutela sociale sarebbe dovuto entrare a pieno regime, ossia con l’ingresso della Danimarca nella crisi economica che dal 2008 travaglia l’Occidente. Nel momento del bisogno, l’amico Welfare State si è tirato indietro, dimostrando tutta la pochezza dottrinaria di quegli economisti che sorvolano sull’intimo e necessario rapporto che insiste tra la produttività sistemica di un Paese (orientata, com’è ovvio e necessario, alla generazione di profitti) e il sistema delle «sicurezze sociali», tra l’accumulazione capitalistica e il cosiddetto Welfare. Appena le esportazioni del made in Danimarca verso l’Ue e l’Inghilterra hanno iniziato a declinare per poi segnare decisamente il passo, il fondo finanziario che alimenta il Welfare si è improvvisamente ristretto, ponendo il problema di una ristrutturazione complessiva del modello capitalistico danese, anche perché il livello della tassazione, già alto, non può crescere oltre un certo limite, superato il quale i capitali iniziano a reagire in modo “capitalisticamente scorretto”, ossia abbandonando la sfera della cosiddetta economia reale, e persino il Paese di riferimento.

La cosiddetta flexsecurity, che prevede la massima flessibilità del lavoro in cambio di un reddito garantito erogato dallo Stato ai lavoratori licenziati e una loro adeguata formazione professionale, sempre a carico dei contribuenti, per facilitarne il reingresso nel circuito produttivo, ha dimostrato di poter funzionare solo in una fase di espansione economica.

È un fatto che in Danimarca «diminuisce radicalmente la spesa dei comuni per i servizi di assistenza ai cittadini, che riguardano soprattutto bambini e anziani. Per il prossimo anno i comuni saranno costretti a tagliare costi pari a due miliardi di corone, che interesseranno soprattutto il servizio all’infanzia, scuole, cultura e anziani. Il famoso stato sociale danese inizia perciò a essere ridiscusso e si teme in futuro di non essere più in grado di mantenere gli stessi benefici delle generazioni precedenti, intaccando quel patrimonio di garanzie sociali che aveva cementato la società del benessere. Nuovi dibatti sui giornali e televisioni, fanno immaginare a esperti, con non poco malcelato timore, come e in che modo si rimodellerà il proprio stile di vita nei prossimi anni. Per alcuni, le colpe non derivano solo dalle nuove sfide dei mercati emergenti ma anche da un recente atteggiamento danese sempre più rilassato e pigro nel confrontarsi con il mondo del lavoro» (C. Pellegatta, Equilibri, 3 aprile 2012). Come si può constatare, nei passi citati echeggiano “problematiche” molto note dalle nostre italiche parti, e in generale in tutta l’area dell’«Europa periferica», dalla Grecia alla Francia.  Tutto il Capitalismo è Paese!

Un altro fatto certo è che ai lavoratori danesi sarà richiesto dalla classe dirigente del Paese un «atteggiamento responsabile», ossia la passiva – o «patriottica», fate un po’  voi – accettazione di una politica dei sacrifici ancora non definita nei suoi elementi portanti – anche in Danimarca i partiti di governo tengono elettorato.

Nyhavn-69575831Solo adesso si viene a “scoprire” che la Danimarca ha vissuto in tutti questi anni molto oltre le sue capacità di creare reddito, prosperando a spese del proprio futuro nella malsana «economia del debito», come un qualsiasi Paese del Mezzogiorno europeo. «I consumatori danesi, che devono complessivamente alle banche una cifra pari a tre volte il loro reddito, scopriranno presto quanto il loro debito è – o non è – sostenibile. Le famiglie, allarmate, provano a orientarsi tra i consigli e le indicazioni degli esperti. E mentre lo fanno contraggono i consumi e cercano di risparmiare. Secondo i dati della banca centrale danese, a marzo i depositi bancari sono aumentati di 7 miliardi di corone, raggiungendo quota 858,7 miliardi. Tutto questo ha innescato un pericoloso circolo vizioso. Confermando che c’è del debito in Danimarca. O che, per dirla parafrasando l’Amleto di Shakespeare, “something is rotten in the debt of Denmark”» (A. Larizza, Il Sole 24 Ore, 26 giugno 2013).

Lo stesso inquietante – amletico? – destino sta toccando gli altri Paesi nordici (Svezia, Finlandia e Norvegia) un tempo additati come modelli di Capitalismo efficiente e «socialmente sostenibile».

Adesso che il tempo delle vacche grasse (nonché eque e solidali) è finito, si “scopre” che c’è del marcio in Danimarca anche per ciò che riguarda il suo sistema finanziario, assai generoso negli anni passati nel sostegno del consumo privato, soprattutto sul versante immobiliare.  Nel biennio 2008-9 i corsi immobiliari sono crollati, come del resto altrove nel Vecchio Continente, frenando la caduta nel 2011 (-10%) e risalendo leggermente nel 2012, ma in modo disomogeneo nelle diverse aree del Paese.

«Si capisce perché la banca centrale danese si eserciti in diversi scenari apocalittici, finora più o meno rassicuranti. E anche perché si parli così tanto di Unione bancaria. Meglio mettersi sotto l’ala della Bce e tenere le dita incrociate. Per quanto il governatore sia convinto che “il settore finanziario danese si è stabilizzato dal collasso della Roskilde bank del 2008”, lui stesso riconosce che ci sono un paio di questioni sul tappeto che suscitano qualche preoccupazione […] Meglio mettersi sotto l’ala della Bce e tenere le dita incrociate» (M. Sgroi, Formiche, 3 ottobre 2013). Se anche i Paesi del Nord sono ridotti agli scongiuri, vuol proprio dire che un’intera epoca è alle nostre spalle. Solo i vetero/post keynesiani tardano a prenderne atto.

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