SUL REDDITO UNIVERSALE DI FUMAGALLI

ggggggSecondo il teorico del Comune Andrea Fumagalli, «Ciò che è necessario in Italia è un sistema di Commonfare (Welfare del comune), in grado non solo di favorire l’autodeterminazione dei residenti, ma anche di favorire la crescita della produttività grazie al miglior sfruttamento di quelle economie dinamiche di scala (apprendimento e rete/relazione) che oggi stanno alla base della valorizzazione capitalistica. E in alternativa, promuovere anche forme di produzione alternativa dell’uomo per l’uomo e non per il profitto o la rendita finanziaria. È vero, abbiamo proprio bisogno di un salto culturale!» (Reddito o lavoro di cittadinanza?, Quaderni di San Precario, 4 dicembre 2013).

Della serie: ma non faremmo prima a “fare” una bella quanto “tradizionale” rivoluzione sociale? Una Rivoluzione come Marx comanda?  Questo al netto delle tante ciance sul Capitalismo cognitivo, che, a mio avviso, mostrano una scarsa comprensione dei meccanismi della valorizzazione capitalistica, ossia della produzione della ricchezza nell’attuale configurazione storico-sociale. È verissimo che il Capitale Totale ha messo l’intera esistenza degli individui dentro la dimensione mercantile, ma è altrettanto vero che non tutte le attività (dis)umane creano quel plusvalore primario (o basico) che rimane il fondamento del Capitalismo, oggi come ai tempi del vecchio ubriacone di Treviri.

Un fondamento sempre più miserabile per un Capitale sempre più affamato di profitti. Passare necessariamente dal faticoso e sporco processo che sfrutta i lavoratori nelle industrie, nelle miniere e nelle campagne: questo continua a rimanere il vero limite economico-sociale del Capitale, che quest’ultimo supera sempre di nuovo attraverso le continue ristrutturazioni tecnologiche e organizzative dei processi lavorativi, l’invenzione di nuovi bisogni-prodotti (o prodotti-bisogni), la svalorizzazione della capacità lavorativa, la “fuga in avanti” verso la chimera della cornucopia finanziaria, il rivoluzionamento della stessa organizzazione sociale capitalistica colta nella sua totalità (nazionale e internazionale) e, dulcis in fundo, attraverso le crisi, le quali sono a tutti gli effetti un momento fondamentale nel respiro della mostruosa creatura.

imagesPer questo quando Fumagalli sostiene che «Occorre un salto culturale per capire che il reddito di base è reddito primario, remunerazione di un’attività di produzione di valore, non assistenzialismo bigotto, caritatevole e selettivo», egli radica la rivendicazione del “suo” reddito universale su un presupposto economicamente infondato, prestando peraltro facilmente il fianco alle obiezioni degli economisti che individuano nella cosiddetta economia reale la madre di tutti i profitti.

Come ho scritto altre volte, nella notte buia del processo allargato della produzione e della circolazione della ricchezza sociale non tutte le vacche economiche sono nere: la vacca salariata è più nera (più disgraziata) delle altre proprio per la sua centralità in quel processo, una centralità che equivale a una maledizione sociale. «Riconoscere la centralità del lavoro salariato nella riproduzione dei rapporti sociali capitalistici non solo non equivale a esaltare la figura sociale (anche etica) dei salariati, ma significa piuttosto riconoscere nel lavoro salariato la maledizione sociale che tiene in piedi l’edificio capitalistico» (Sul concetto di miseria sociale e sui proudhoniani 2.0). Dal mio punto di osservazione le frecce critiche che Fumagalli scaglia contro i suoi colleghi “lavoristi”, assai numerosi «nelle forze sindacali e nei tradizionali partiti del centro-sinistra», appaino una ben misera cosa.

Per un verso il nostro comunardo intende «favorire la crescita della produttività grazie al miglior sfruttamento di quelle economie dinamiche di scala (apprendimento e rete/relazione) che oggi stanno alla base della valorizzazione capitalistica», ammirevole intenzione che fa di lui un sostenitore del Capitalismo, ancorché «cognitivo»; e per altro verso, «in alternativa», egli vuole l’estinzione dello stesso Capitalismo. La cosa posta in questi termini mi sembra alquanto bizzarra, per dir così. Certo, c’è anche da dire che chi scrive non capisce la dialettica 2.0, e probabilmente la dialettica tout court. Ma non demorde!

«In Italia qualunque intervento di sostegno diretto al reddito incontra, come ben sappiamo, notevoli difficoltà, in primo luogo culturali. Nonostante il tasso di attività nel nostro Paese sia tra i più bassi a livello europeo, resta radicata un’etica del lavoro di calvinistica memoria, che considera immorale qualunque sostegno al reddito slegato dall’obbligo di una prestazione lavorativa. Una posizione particolarmente tenace nell’ambiente sindacale e della sinistra, ancorate spesso a visioni novecentesche. Non ci stupisce: il ritardo culturale nel comprendere le profonde trasformazioni dei processi di valorizzazione e del mercato del lavoro da parte delle tradizionali forze politiche di centro-sinistra (nonostante alcune lodevoli eccezioni) è evidente» (A. Fumagalli, Reddito di povertà, Quaderni di San Precario, 27 novembre 2013).

Fumagalli non comprende come l’odierno gran discutere intorno alle varie tipologie di sostegno ai disoccupati debba venir messo in relazione non solo all’urgenza del momento, ossia alla necessità di far fronte in qualche modo al dilagare della disoccupazione e della precarizzazione nella fascia più giovane della forza lavoro potenziale, ma soprattutto alla necessità di ristrutturare profondamente l’intero meccanismo dell’assistenzialismo sociale, la cui obsolescenza rimonta a molto indietro nel tempo, e che la crisi ha fatto saltare del tutto.

Fondamentalmente la posta in gioco non è, ovviamente e come sempre, ideologica ma maledettamente economico-sociale: a questo livello l’ideologia gioca un ruolo ancillare, di copertura e di cemento, nella lotta che vede le diverse fazioni della classe dominante del Bel Paese contendersi un bottino che si fa di giorno in giorno sempre più magro. Il Welfare State all’italiana è tutto da buttare, ma come sempre il funerale del caro estinto è doloroso e costoso. A mio avviso il proletariato di questo Paese non deve piangere il morto, ma deve – dovrebbe, quantomeno – piuttosto battersi per affermare i suoi interessi senza alcun riguardo per le «compatibilità generali» delle aziende e della Repubblica fondata sul lavoro – salariato, ossia sfruttato.

A proposito di compatibilità generali mi permetto una breve “digressione” sottoforma di citazione: «L’interesse del capitalista e dell’operaio è lo stesso, sostengono i borghesi e i loro economisti. E infatti! L’operaio va in malora se il capitale non lo occupa. Il capitale va in malora se non sfrutta il lavoro, e per sfruttarlo deve comprarlo […] Quanto più la borghesia si arricchisce, quanto più gli affari vanno bene, tanto più il capitalista ha bisogno di operai, tanto più caro si vende l’operaio. La condizione indispensabile per una situazione sopportabile dall’operaio è dunque l’accrescimento più rapido possibile del capitale produttivo. Ma che cosa vuol dire accrescimento del capitale produttivo? Accrescimento del dominio della borghesia sulla classe operaia […] Dire che gli interessi del capitale e gli interessi dell’operaio sono gli stessi, significa soltanto che il capitale e il lavoro salariato sono due termini di uno stesso rapporto. L’uno condiziona l’altro. Sino a tanto che l’operaio salariato è operaio salariato, la sua sorte dipende dal capitale. Questa è la tanto rinomata comunità di interessi fra operaio e capitalista» (K. Marx, Lavoro salariato e capitale). Si sbaglierebbe, e di molto, a considerare questi passi marxiani come espressioni di una riflessione puramente economica: qui è il rapporto di dominio e di sfruttamento che rende possibile l’odierno edificio sociale che è chiamato in causa. Ritorno a questioni di più scottante attualità.

LICHUAN-crisisAnche la critica che Fumagalli muove al rachitico «reddito di inserimento» vagheggiato dal governo Letta appare viziata da una lettura completamente ideologica (falsa, capovolta) del processo sociale capitalistico in generale, e del Capitalismo italiano in particolare, le cui magagne sistemiche (bassa produttività del lavoro, mercato del lavoro “formale” scarsamente funzionale alla dinamica capitalistica, alto livello di parassitismo sociale, alto livello di tassazione, arretrato sistema politico-istituzionale, gap sistemico Nord-Sud, ecc., ecc., ecc.) sono note da molto tempo. Troppo tempo, dal punto di vista dell’accumulazione capitalistica, la quale decide in ultima analisi della stessa qualità di ogni «rete di protezione sociale». Altro che «difficoltà culturali», altro che «salto culturale»!

In generale, per quanto riguarda la rivendicazione di un salario o di un reddito garantito dal Leviatano (e sempre al netto delle eventuali fumisterie ideologiche che ne sorreggono l’impianto “dottrinario”), occorre tenere in mente che la fiscalità generale per i lavoratori si risolve in un prelievo alla fonte dei loro salari. «Non dobbiamo cercare coperture nel bilancio Statale, per giustificare un salario a chi è disponibile al lavoro, o a chi ha lavorato e ha prodotto ricchezza sociale maggiore di quanta ne ha ricevuta. Il salario garantito va inteso come parte del salario medio sociale che va alla classe dei lavoratori, esso non deve essere pagato dalla tassazione dei lavoratori, ma dal profitto delle imprese o dallo Stato in quanto capitalista collettivo sottraendo quote di reddito ad altre classi» (SiCobas Torino). Più facile a dirsi che a farsi: anche questa rivendicazione appare ai miei occhi ardua quasi quanto la prospettiva di una rivoluzione sociale anticapitalistica. Tuttavia, l’impostazione politica appena richiamata ha almeno il merito di porre il problema di chi finanzia cosa.

Le lotte dei lavoratori e dei disoccupati vanno radicate nella reale dinamica capitalistica, e non in presupposti ideologici di dubbia aderenza al reale. Naturalmente non sto parlando di realpolitik: non mi sono convertito all’aurea regola della «concretezza politica»; sto piuttosto perorando la causa di una prassi che ricusa di vendere a chicchessia illusioni pseudo rivoluzionarie. Viceversa, per un verso si corre sempre il rischio di rimanere indietro ai fatti, rigorosamente alla loro coda, magari immaginando di recitare il ruolo di precursori e di avanguardie; e per altro verso non si è di alcuna utilità alla maturazione di un’autentica coscienza di classe, la sola «rivoluzione culturale» che interessa chi scrive.

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