PIÚ LOTTA PER TUTTI!

21127_142188552635052_1278416928_nChe sospendendo il lavoro, non dico per un anno, ma solo per un paio di settimane, ogni nazione creperebbe, è una cosa che ogni bambino sa (K. MARX).

Cercate dapprima cibo e vestimento,
e il regno di Dio vi arriverà da solo (Hegel).

Più forconi per tutti: così oggi titola Il Giornale. «Alfano tratta quelli dei forconi alla stregua dei violenti infiltrati nei cortei. C’è panico e impreparazione ad affrontare una protesta che non si sa da dove venga e dove voglia andare, chi la guidi e quanto spontanea sia. Neppure noi abbiamo capito quello che sta succedendo. Siamo irritati dai disagi provocati dai cortei e dai blocchi stradali. Ma non ce la sentiamo di puntare l’indice accusatore. In questa protesta c’è molto di vero. E, se non si farà trascinare nella violenza, la faremo nostra» (Il Giornale, 11/12/13). C’è molto di vero anche in quel che scrive il quotidiano berlusconiano. Vero, è bene precisarlo (se non altro per evitare i forconi dei marxisti d’OC), dal punto di vista di una determinata fazione della classe dominante del Bel Paese. Ma quella verità naturalmente dice qualcosa, e forse più di qualcosa, anche a chi rema con tutte le forze contro il vigente regime sociale.

Sempre oggi sul Corriere della Sera Dario di Vico mette in guardia i politici e l’«opinione pubblica» non tanto sul movimento “forconista” in sé, quanto sul suo significato sintomatico e sul critico contesto sociale che gli fa da sfondo, e che può trasformarlo in un fortissimo collante del disagio sociale.

Ammetto di non aver seguito con attenzione quello che impropriamente i massmedia continuano a definire, con pigrizia e con malizia, movimento dei forconi; perciò oggi mi limito a riportare tre brevi post pubblicati nel gennaio 2012, nel pieno della febbre “forconista”, come introduzione a possibili più aggiornate riflessioni. D’altra parte, un punto di vista retrospettivo può forse favorire una migliore comprensione della scottante attualità.

Sul movimento dei forconi – 19/01/2012

Nella mia odierna nota sull’Europa ho scritto, di passata, che «Leghismo e Forconismo sono le facce della stessa medaglia: la crisi del Sistema-Paese». Questo giudizio ovviamente va precisato meglio, ma sbaglierebbe chi vi vedesse una presa di posizione liquidatoria, nei confronti di entrambi i fenomeni. Piuttosto è un invito ad approcciarvisi seriamente, e soprattutto senza i consueti schemini ideologici che si arrestano alla superficie dei fenomeni, e che fanno sorgere nella testa di molti, troppo avvezzi all’economia di pensiero, sillogismi pavloviani di questo tipo: Camionisti = Cile = Fascismo = urge chiamare la polizia, o i nuovi partigiani, affinché l’Ordine Costituzionale sia ripristinato. Già da diverse sponde di Miserabilandia si sente questo ritornello: «La mafia sta strumentalizzando la giusta protesta delle categorie». In Sicilia la mafia, più o meno reale, è come il prezzemolo: la puoi trovare praticamente in qualsiasi discorso. Sono sicuro che se Lenin, anziché Vladimiro, si fosse chiamato Turiddo, avrebbe fatto la fine di Salvatore Giuliano. Altro che treno piombato e marchi tedeschi! Il carretto siciliano piombato, tutt’al più. Però il leader bolscevico la coppola la portava davvero. Cassata alla Siciliana ci cova?

Alla fine degli anni Ottanta si sviluppò in Sicilia un forte movimento sociale di piccoli proprietari di casa, i cosiddetti «abusivi per necessità». Rivendicavano una sanatoria e tutto quello che è connesso a un problema di abusivismo edilizio. Anche allora l’isola fu stressata da giorni di blocchi stradali, e i negozi presto esaurirono la mercanzia, le pompe di benzina il carburante e così via. L’insularità, d’altra parte, non è un’opinione, ma una condizione dell’anima. Almeno a dare ascolto a Tomasi di Lampedusa, il quale scriveva che «il carattere nostro è condizionato da una terrificante insularità d’animo». Di qui la necessità del mitico (mica siamo in Giappone, o negli Stati Uniti!) Ponte sullo Stretto? Non so per l’anima, o per il carattere sei sicelioti, ma per la modernizzazione capitalistica, cribbio, sì! Il Nostromo è dunque per il famigerato Ponte sullo Stretto, notoriamente un’«opera di destra»? Tranquilli: egli è per il superamento del capitalismo, arretrato o modernizzato che sia. Con o senza Ponte, la cui mancanza rende meno competitivo il Sistema-Paese, non il suo ragionamento. Mi scuso per la terza persona, e ritorno in me.

Anche allora la «sinistra» non ne volle sapere di indagare le ragioni di quella «rivolta vandeana», perché lo schemino diceva che gli abusivi, ancorché per necessità, sono una massa di manovra per la destra, la quale spinge la gente all’illegalità, all’evasione fiscale e alla distruzione del paesaggio. La cosa mi irritava tanto più, quando vedevo che a fare l’analisi del sangue ai movimenti sociali, per verificarne i carati “classisti”, erano personaggi che ancora pregavano con la faccia rivolta, chi verso Mosca, chi verso Pechino. Alcuni anche verso Tirana e l’Avana.  Da quale pulpito!

Naturalmente non si trattava, per me, di sposare acriticamente le rivendicazioni di quel movimento, né, men che meno, di coltivare le solite illusioni “rivoluzionarie” (in Italia, appena vola un ceffone, si grida alla Rivoluzione!), ma di imparare a leggere il disagio sociale come esso si dà concretamente (e si dà sempre in modo maledettamente complesso, irriducibile a schemi interpretativi confezionati in astratto), capirne la fenomenologia, comprenderne il profondo significato sintomatico. Soprattutto mi interessava mostrare ai miei interlocutori ammalati di feticismo democratico e di non-violenza programmatica (ideologica), come la lotta condotta fuori dal quadro delle compatibilità economico-sociali possa diventare non una scelta, ma una stringente necessità.

Esattamente con questo atteggiamento oggi guardo al cosiddetto Movimento dei Forconi. Se mi arrestassi al nome, ad esempio, dovrei chiudere subito la pratica, e chi conosce il mio punto di vista sui forcaioli, di «destra» e di «sinistra», nonché sul Fascismo2.0 comprende ciò di cui parlo. A quanto ne so, quel brutto marchio di fabbrica sconta la sua origine agroalimentare. Insomma, Travaglio e Il Fascio Quotidiano non c’entrano. Ed è già qualcosa. In compenso, si dice, quel Movimento è finito nelle grinfie di fascisti, mafiosi, «indipendentisti di destra» e gentaglia di simile conio. «Quella gente vota Berlusconi!» E chi se ne frega, non lo vogliamo aggiungere? E se avesse votato per Bersani, o per Bertinotti, ovvero per Vendola, o per un altro campione della cosiddetta «sinistra», quel Movimento sarebbe stato più «potabile», per usare il gergo del salumiere che guida il PD?

La fenomenologia dei fenomeni sociali non deve farci paura, né deve ingannarci. Con questo sto dicendo che aderire a quel Movimento è cosa bella e giusta? O che sostenerlo politicamente è facile come bere un bicchiere d’acqua? No, anche perché per me non si tratta semplicemente di «fare casino», ma nel casino cercare un senso, un filo da tirare per far venire fuori qualcosa di fecondo. E ciò che è fecondo, a mio giudizio, è stimolare la capacità di reazione dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati, dei ceti medi declassati. Invece di dire al proletariato (i tempi danno un senso alle parole!) che «quella gente vota a destra», ovvero «sono dei violenti, degli evasori fiscali, dei mafiosi, dei corporativi, degli antieuropei, dei disfattisti» e via di seguito col vocabolario redatto dal Governo che vuole salvare l’Italia, bisogna convincerlo che è venuto il momento di mettere in campo la stessa capacità di lotta dei bottegai, degli evasori, dei padroncini, dei pescatori, degli agricoltori, dei tassisti e di chiunque lotti in modo intransigente per i suoi interessi materiali. Basta con le sacre compatibilità economiche, che sono le compatibilità del Paese, ossia delle classi dominanti. Basta con la politica del «sedersi attorno a un tavolo», per trovare una soluzione che non intacchi gli interessi generali del Paese, e basta con l’illusione delle «manovre finanziarie alternative», che suggerisce alla gente l’idea chimerica che basta cambiare un governo, per risolvere la crisi economica. Questo filo, a mio avviso, bisogna tirare, approfittando di qualsiasi episodio di conflittualità sociale, per quanto spurio, controverso e transitorio. Senza enfasi ideologica né puzza sotto il naso. E soprattutto con la coscienza che ancora dobbiamo imparare a camminare. Almeno per me è così. Fine della prima puntata.

Alcuni commenti al post:

L. G.

Insomma, detto in due parole, qualsiasi occasione per far casino è buona, visto che ogni evento che possa creare uno spazio di crisi nel capitale è buono di per se? No, caro Seba, mi pare che gli elementi da considerare siano ben di più:

1) chi ti garantisce l’effettiva spontaneità di questi moti? sai meglio di me quanto il popolo possa essere facilmente manovrato soprattutto in tempi di crisi. Concordo che la fonte è quello che è, ma sul fatto in se non si può sorvolare, e qui non si tratta della destra che si innesta su di un movimento precedente, qui è un prodotto diretto dei fasci.

2) Anche riconoscendo una effettiva spontaneità immediata a ciò che sta succedendo, i tumulti (per usare una parola tanto di moda), sin dai tempi dei Ciompi, sono stati un qualcosa di ben diverso dai moti rivoluzionari. I tumulti nascono sempre da una necessita di categoria, di corporazione, dalla necessità di soddisfare il proprio bisogno, non ha nulla della dimensione collettiva che il moto rivoluzionario dovrebbe possedere. Mi vuoi dire prendiamo quello che passa il convento? e sia, ma non chiamiamolo con nomi falsi, riconosciamolo per quello che è. Se poi ci fa comodo nella lotta che conduciamo, ben venga, ma mi pare un altro discorso.

3) la questione – a te certo ben nota – che poi si pone a questo punto, è la classica domanda leninista sull’avanguardia e il ruolo del partito. Ora, per quanto uno possa essere lontano – e io lo sono – da certe dottrine, non si può cadere nell’illusione che la questione si risolva nello spontaneismo movimentista. Non dobbiamo cambiare le persone, per questo ci sono già le religioni e le filosofie, bensì la struttura del potere e del dominio, questo è l’obiettivo della lotta politica, e quindi servono delle strategie e delle pratiche. Questo manca, e non solo tra i forconi, ma nella totalità dei movimenti antagonisti in Italia, che non a caso rimangono velleitari e ideologici.
Un abbraccio, L.

M. L.

L., ho la sensazione che tu stia facendo confusione tra la fantomatica “spontaneità” di un movimento, che è una qualità illusoria ricercata della seconda metà degli antagonisti prenditempo (la prima essendo quella che ai movimenti esamina il DNA), e il fatto che ogni movimento è – “an sich” – l’espressione di una contraddizione capitalistica, prima di diventarlo “für sich”. Questo ovviamente non garantisce che la contraddizione non si manifesti come un attacco agli interessi del basso ventre di autonomi, padroncini, bottegai, trasportatori, ecc.

Pur nondimeno ci troviamo di fronte all’espressione fenomenica di una disfunzione del meccanismo dell’accumulazione capitalistica e con esso dobbiamo confrontarci.

Detto questo, stabiliamo due punti fermi:

1) Un assioma: un movimento non può essere inventato, fomentato, ingigantito da qualsivoglia soggettività politica, per quanto potente, se non esiste un punto di partenza materiale che fa dell’acuirsi di una contraddizione un movimento “in potenza”

2) Un corollario: il compito di una autoproclamantesi avanguardia è esattamente quello di esercitare i suoi skills critici per “leggere” tempestivamente il sopravvenire di tali “momenti di picco” delle contraddizioni nella società.

Resta da rispondere ad una domanda: a quale scopo? Su questo tornerò dopo.

Immagina ora un tipo qualunque che ha avuto la diarrea tutta la notte. Che fa? La mattina seguente va dal medico della mutua che gli offre una diagnosi e un rimedio allopatico. Giusto?
Immagina ora che lo stesso – ma proprio spiccicato – mal di pancia ce l’abbia avuto uno di questi tipi bio-equosolidali con sparuta barba incolta e cane d’ordinanza nonostante la triste vita frugale a cui si autocondanna. Che fa? Va dall’omeopata (che, btw, paga un sacco di soldi), il quale gli dà una spiegazione e una cura omeopatica.
OK. Alla fine tutt’e due – il tipo e il tipo con cane – bene o male guariscono, almeno momentaneamente. Ma non è la loro salute ristabilita che che c’interessa. Torniamo al caso del movimento.

Accettato che una contraddizione sociale sofferta sia alla sua origine (ti renderai conto che qui parlare di spontaneità soggettiva è futile e privo di utilità), cosa fa il movimento? Si… muove. E già, mica può tenersi le coliche, giusto? Che fa allora? Cerca un medico perché gli fornisca una diagnosi, ma soprattutto un rimedio.
Questo “divenire” indica esattamente il passaggio dall’essere “in sé” a l’essere “per sé” del movimento con la cacarella, per continuare ad usare il lessico di Hegel. Passiamo dall’altra parte.

Chi sono i medici, gli omeopati, gli stregoni e i guaritori? Soggetti che non avrebbero ragione d’esistere se non ci fossero potenziali pazienti. Per buscarsi la pagnotta, tali imbonitori, alzano le antenne diagnostiche e cercano di captare i focolai delle epidemie di mal di pancia, in modo da potersi presentare ai potenziali customers per fornirgli la loro diagnosi e la loro ricetta.

Tra loro, inutile dirlo, una lotta per la vita e per la morte.
Tu obietti giustamente: per quale ragione dovremmo metterci in questa lotta per la vita e per la morte tra ciarlatani? Quali remotissime possibilità abbiamo che il faro della nostra coscienza di classe allontani autonomi, padroncini, bottegai, trasportatori, ecc. dagli interessi della loro panza e li faccia alleati nella lotta anticapitalistica? Nessuna. Allora perché dovremmo raccogliere queste corna da terra e mettercele in testa? A che serve sciupare le nostre perle classiste per questi porci? C’abbiamo forse scritto “fesso” in fronte?

E qui rispondo alla domanda che avevo lasciato in sospeso prima:
1) Perché una contraddizione sociale non riguarda mai solo gli interessi del ceto in cui si manifesta e che gli dà voce. Nel caso in esame lascio a te il compito di elencare mentalmente le vie attraverso cui una particolare manifestazione della disfunzione del meccanismo capitalistico tracima nel territorio circostante (penso ad esempio al precariato, al proletariato non qualificato, ai lavoratori in nero, agli immigrati clandestini che saranno i primi ad allearsi coi padroncini quando vedranno minacciata la loro misera sussistenza).
2) Perché appuntare invece l’attenzione sulla presenza di “criminali” e di “fascisti” alla testa del movimento, significa, neanche tanto implicitamente, chiedere all’apparato repressivo dello Stato di ristabilire la fottuta “legalità”.

Ora, non so quanto sia opportuno lavorare alla criminalizzazione delle lotte in un momento di acuta crisi in cui potrebbero sorgerne mille focolai che non sempre osserveranno la legalità. “Ma il movimento dei forconi non è una vera lotta!” E tu pensi che lo Stato badi a queste sottigliezze? E ti dico una cosa in più: anche se non sono un profeta come il mighty Isaia, ti posso garantire che è una questione di ore perché gli antifascisti rendano espliciti i loro appelli alla polizia, alla magistratura, allo Stato, alla Costituzione e al loro porcoddìo contro i forconi. Su questo dichiaro aperte le scommesse.

Sento già la tua ultima obiezione: “Vabbé M., mi hai detto quello che non bisogna fare, ma ti sottrai ancora una volta dal dovere di dare indicazioni positive per la prassi”. Non è vero, mio caro amico, l’ho detto cosa bisogna fare: dire con tutta la forza che abbiamo cosa NON bisogna fare. Se seminiamo rose, fioriranno.

Cercate dapprima cibo e vestimento,
e il regno di Dio vi arriverà da solo (Hegel).

Con affetto e sincera apprensione,
M. L.

F. d’A.

Mi interrogo sulla spontaneità di un movimento che nasce nel 2012 dopo 20 anni (almeno!) di crisi dei settori economici dell’isola. Dopo decenni di contributi e privilegi erogati a pioggia per esercitare il potere e ottenere il consenso. Non importa, hai ragione, la destra o la sinistra. Non importa il voto a Berlusconi o a qualsiasi altro. Ma sdoganare tutto come lotta al capitalismo non mi sento di farlo.

Sebastiano Isaia

Ho riletto il mio pezzo per capire se contiene un minimo appiglio alla tua obiezione e, con tutta onestà, non l’ho trovato. Infatti, non ho parlato neanche una volta di «spontaneità» di questo movimento, né, tanto meno, l’ho «sdoganato» come movimento sociale anticapitalistico. D’altra parte, sono decenni che non vedo svilupparsi in questo Paese movimenti sociali del tipo cui fai riferimento. A parte lo sventolio di bandiere rosse e il lancio di slogan «duri e puri», intendo. Certo, in quel caso non sorgono problemi di sorta, perché l’identificazione è immediata e non si corre il rischio di fare brutte sorprese.

Il problema sorge quando l’avanguardia – più o meno immaginaria – si confronta con movimenti sociali veri (ho detto veri, non anticapitalistici), i quali sono altamente problematici e contraddittori anche quando l’analisi del sangue ci rivela una purezza “classista” del 100 per cento. O pensiamo che un movimento sociale a base proletaria sia, ipso facto, classista (nell’accezione marxiana, non sociologica del termine) e scevra da magagne politiche e ideologiche? Qualcuno forse crede che il pesce “Fascista” – o “Mafioso” – non sia in grado di nuotare nelle acque proletarie? Se lo pensa, sbaglia di grosso, e la storia è, come si dice, maestra di vita.

Basti pensare alla cura maniacale che agli inizi degli anni venti Hitler mise nella scelta dei colori e dei simboli del nascente movimento nazionalsocialista, un’iconografia molto vicina al sentimento “spontaneo” di un proletariato sfiancato, più che dalla guerra e dalla crisi sociale, dal sapiente gioco dei partiti borghesi in guisa nazionalista e socialdemocratica. Come dalla crisi sociale, anche la più devastante, non rampolla spontaneamente un movimento anticapitalista, dialetticamente è possibile (ho detto POSSIBILE) che anche da un movimento sociale apparentemente lontanissimo da certi schemi mentali (questi schemi è pure bene averli, per nostra comodità d’analisi, a patto che non ne diventiamo schiavi); che da un simile sgorbio, dicevo, si producano contraddizioni che le avanguardie hanno l’intelligenza di saper cogliere e usare nella loro strategia di “lunga lena”. La funzione dell’avanguardia si gioca tutta intorno a quella possibilità, perché, lo ripeto, nessun movimento sociale è anticapitalistico «in sé e per sé». Ed ecco il punto: esistono queste avanguardie? È in opera questa intelligenza teorica e politica? Per quanto mi riguarda so che devo imparare a camminare.

Che in QUALSIASI movimento sociale – soprattutto in quelli socialmente stratificati come quello dei Forconi – sguazzino personaggi di dubbia caratura “classista”, lo do per scontato, e sul piano “dottrinale” ho sempre preso con le molle il concetto di «spontaneità», la quale è sempre associata a una qualche forma di soggettività: magari un tizio un po’ più politicizzato degli altri, un prete, un esibizionista, un carrierista, non importa chi in quel preciso momento agisce come «soggettività». Si tratta di vedere se la «soggettività classista» riesce a dare a quella “spontaneità” la sua peculiare impronta. È una sfida che la società le lancia sempre di nuovo, soprattutto in momenti di crisi economica, e che essa deve imparare a raccogliere. Mi scuso: che devo imparare a raccogliere. Come diceva Quello: «Di una cosa sono certo: di non sapere!» Certo, la cicuta vorrei risparmiarmela!

Molte Grazie per l’attenzione F. Alla prossima!

***

imagesPiù lotta per tutti! –  24/01/2012

Dalla mia prospettiva la lotta «selvaggia e irresponsabile» dei cosiddetti Forconi, o di altri movimenti e categorie professionali, non appare affatto un problema. Un problema invece mi appare l’assenza di un’analoga lotta, magari ancora più «selvaggia e irresponsabile», che veda protagonisti i lavoratori dell’industria e del commercio, i precari, i disoccupati, gli studenti, gli immigrati, i ceti medi sempre più declassati e proletarizzati, e tutti i «soggetti sociali» che a vario titolo avvertono sulla propria pelle i morsi della crisi economica.

Coloro che sono avvezzi a blaterare di “Rivoluzione” a ogni scorreggia del processo sociale, e che oggi esibiscono un fin troppo sospetto rigore “classista” dinanzi a un movimento sociale che evidentemente non si acconcia al loro cliché ideologico, dovrebbero piuttosto concentrarsi sul problema costituito dall’impotenza politica e sociale delle classi dominate. Invece di misurare il grado di spontaneità dei movimenti sociali, dimostrando in tal modo tutta loro ingenuità riguardo alla reale dialettica sociale (la spontaneità non è mai scissa da un qualche elemento di soggettività, non importa quanto “reazionario” o “rivoluzionario” esso sia), questi puristi della “lotta di classe” farebbero bene ad attaccare l’ideologia dominante delle compatibilità economiche e della solidarietà nazionale, la quale costituisce da decenni l’orizzonte politico-ideale delle classi lavoratrici. Vittime di questa ultrareazionaria ideologia sono soprattutto i lavoratori dal cui sfruttamento nelle aziende industriali (agricoltura compresa, ovviamente) dipende la potenza capitalistica del Bel Paese, e che per questo sono marcati stretti dai sindacati e dai partiti di «sinistra», sempre pronti a inchinarsi al Moloch del Bene Comune quando la Repubblica Democrazia fondata sul lavoro salariato esige sacrifici.

Chi si illude che la precettazione e la repressione dell’attuale movimento «ribellista» non abbia conseguenze sull’agibilità delle lotte operaie che si annunciano (?), dimostra di non capire nulla della società vigente. Il manganello che oggi si adagia comodamente sulla testa «fascistoide» del camionista, non è che un avvertimento a chi non ne vuol sapere degli interessi nazionali. Ahi!

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untitledLa sindrome del contagio – 26/01/2012

Nel corso del dibattito alla Camere sulla fiducia al decreto «Mille proroghe», l’Onorevole del PD Donata Lenzi ha dichiarato quanto segue: «Noi dobbiamo evitare che si crei la sensazione che chi più alza la voce, più ascolto riceve. Le categorie che oggi protestano hanno le loro ragioni, ma devono essere meno corporative e dimostrare la stessa responsabilità dei lavoratori, anch’essi colpiti duramente dalla crisi, e delle loro organizzazioni sindacali. La difficile situazione impone un senso di responsabilità a tutti coloro che hanno a cuore il bene del Paese».

La segretaria della Cgil si è espressa praticamente negli stessi termini: «Le categorie in lotta hanno le loro ragioni, ma mi sembra che agiscano all’interno di una dimensione corporativa, un po’ dell’ognuno pensi per sé. Questo modo di ragionare non è adatto in una stagione come questa».

«In una stagione come questa» chi lotta in modo intransigente per i propri interessi viene bollato dalla classe dirigente di questo Paese (sindacalisti progressisti compresi, ovviamente) come corporativo, irresponsabile, violento, potenzialmente nemico del Paese e, al limite, come mafioso o terrorista. E trattato come tale, all’occorrenza. Ma ciò che adesso mi preme sottolineare è la sindrome del contagio sociale che si impadronisce delle classi dominanti tutte le volte che un movimento sociale esce anche di un solo millimetro dai binari della consueta politica delle compatibilità.

Come ho scritto nei precedenti post sui Forconi, è soprattutto l’effetto emulazione che inquieta chi ci amministra, ossia la possibilità che i lavoratori, più o meno precari (una distinzione sempre più labile), i disoccupati, gli immigrati, i ceti medi declassati e in via di proletarizzazione, ecc. diventino a loro volta «irresponsabili» e «corporativi». E in primis è dall’industria (agricoltura compresa), ossia dalla sfera che produce il vitale plusvalore e che fonda la potenza sistemica del Bel Paese (come di ogni altro Paese), che la classe dominante deve allontanare lo spettro del contagio, ad ogni costo. Vade retro, Contagio!

È questo fondamentale aspetto della questione che i puristi della “lotta di classe” non hanno capito, forse perché troppo impegnati a vedere fantomatiche “Rivoluzioni” in giro per il mondo. I Forconi ovviamente passeranno, ma rimane la necessità di imparare a vedere nei movimenti sociali soprattutto la loro dimensione sintomatica e il loro potenziale nesso con altri movimenti sociali in atto o latenti, andando ben oltre la loro più o meno bizzarra fenomenologia e la coscienza che essi hanno di se stessi. Imparare questa elementare nozione di dialettica ci consente di metterci almeno allo stesso livello dell’Onorevole Lenzi e della Collaborazionista Camusso.

5 pensieri su “PIÚ LOTTA PER TUTTI!

  1. Qualche botta e risposta da Facebook

    L. O.: Dove e quali sono le avanguardie, oggi?

    Sebastiano Isaia: Io non ne vedo.

    L. O.: Appunto. E allora chi dovrebbe raccogliere la potenzialità di movimenti pseudo spontanei ma comunque reali per reindirizzarli su obiettivi dichiaratamente anticapitalistici, piuttosto che di mera panza e bottega, tutti interni al sistema vigente?

    S. I.: Se leggi il post vedrai che non esalto affatto i “forconi”, né come “movimento spontaneo” (peraltro sono abbastanza scettico sull’assoluta spontaneità di qualsivoglia movimento sociale), né, tanto meno, come movimento organizzato. Se leggi il post vedrai che più che offrire delle risposte pongo dei problemi.

    L. O.: Ho letto e condivido. Però oltre a evidenziare le problematiche dovremmo (e mi includo, naturalmente) cominciare a cercare qualche risposta, a delineare un percorso o almeno individuare un possibile punto di partenza per cominciarlo. Si torna inevitabilmente al “Che fare?”, nel frattempo passano i secoli…

    S. I.: Condivido la tua stessa frustrazione POLITICA. D’altra parte penso che il CHE FARE? del XXI secolo dobbiamo scriverlo insieme (tu, io, chi si pone il problema di superare il Capitalismo in vista della Comunità Umana). È ovvio che chi pensa che il CHE FARE? sia già stato scritto non si pone i miei stessi problemi. Il modestissimo post di oggi si muove in quella prospettiva. La terra è incognita, e si può sbagliare. Ma non dobbiamo avere paura di avanzare, almeno col pensiero, almeno
    metodologicamente.

    A: F.: Sebastiano Marx scriveva sul Manifesto del Partito Comunista, che gli unici deputati a fare la Rivoluzione sono i proletari. Bottegai, artigiani, commercianti, agricoltori si ribellano in quanto intravedono il declino, l’obsolescenza delle loro classi sociali, verso la Borghesia. La loro non é Rivoluzione ma REAZIONE! Come se non bastasse un vecchio adagio popolare cita che cane non mangia cane. Studenti, lavoratori, esodati, cassintegrati, disoccupati, senza lavoro la Polizia picchia selvaggiamente nei cortei con brutalità, invece ora si tolgono il casco, mi chiedo il perché, é forse che il cane non mangia cane? Scusa il mio essere tranchant, ma é caratteriale, non potrei comportarmi diversamente.

    M. L.: Scriveva stamattina il mio amico Giuseppe con più di un grammo di sale: «Quando la polizia solidarizza con te che manifesti, chiediti cos’è che stai facendo male».

    S. I.: Arno ti riferisci a me? Perché io non ho affatto parlato di “rivoluzione”, né alluso, neanche lontanamente, a “rivoluzioni” di sorta. Attenzione alle reazioni pavloviane, magari sollecitate da antipatie “sociologiche”. Ecco il cuore del problema che ho cercato di mettere sul tappeto: «… E ciò che è fecondo, a mio giudizio, è stimolare la capacità di reazione dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati, dei ceti medi declassati. Invece di dire al proletariato (i tempi danno un senso alle parole!) che «quella gente vota a destra», ovvero «sono dei violenti, degli evasori fiscali, dei mafiosi, dei corporativi, degli antieuropei, dei disfattisti» e via di seguito col vocabolario redatto dal Governo che vuole salvare l’Italia, bisogna convincerlo che è venuto il momento di mettere in campo la stessa capacità di lotta dei bottegai, degli evasori, dei padroncini, dei pescatori, degli agricoltori, dei tassisti e di chiunque lotti in modo intransigente per i suoi interessi materiali. Basta con le sacre compatibilità economiche, che sono le compatibilità del Paese, ossia delle classi dominanti. Basta con la politica del «sedersi attorno a un tavolo», per trovare una soluzione che non intacchi gli interessi generali del Paese, e basta con l’illusione delle «manovre finanziarie alternative», che suggerisce alla gente l’idea chimerica che basta cambiare un governo, per risolvere la crisi economica. Questo filo, a mio avviso, bisogna tirare, approfittando di qualsiasi episodio di conflittualità sociale, per quanto spurio, controverso e transitorio. Senza enfasi ideologica né puzza sotto il naso. E soprattutto con la coscienza che ancora dobbiamo imparare a camminare. Almeno per me è così».
    M. L.: Scriveva stamattina il mio amico Giuseppe con più di un grammo di sale: “Quando la polizia solidarizza con te che manifesti, chiediti cos’è che stai facendo male.

    A.F.: Il mio commento era rivolto a te Sebastiano, sei marxista e da marxista deve essere la tua analisi, non puoi esimerti da cio’ che scrisse il nostro Attenzione però a non cavalcare la tigre! La Grande Storia e’ maestra le manifestazioni spurie, uso un tuo termine, iniziano ma non si sa quale strada imboccano, non vorrei vedere alla fine del percorso un qualcosa di dejà vu!

    S. I.: Al massimo posso cavalcare Iside, la bellissima gatta di mia nipote…

    A.F.: Non parlo di rivoluzione ma di ribellione e Marx è esplicito, nei riguardi della ribellione dei bottegai ecc.

  2. Da Facebook:

    IL “FIUTO SOCIALE” DELLA CLASSE DOMINANTE

    «La rappresentanza oggi è in grande difficoltà e in grande crisi. Gli attacchi alla politica di questi giorni sono attacchi alla rappresentanza». Lo ha affermato ieri Enrico Letta in un videomessaggio all’assemblea nazionale elettiva della CNA.

    «Bisogna sostenere il mondo della rappresentanza nel momento in cui viene messo in discussione il ruolo delle organizzazioni che legittimamente rappresentano le categorie, come nel caso dell’autotrasporto, dove si mette in discussione un accordo firmato dai rappresentanti di oltre il 90% del settore con il governo. Gli attacchi alla politica sono attacchi alla rappresentanza». Se salta il meccanismo della rappresentanza politica e sindacale, ha continuato Letta, salta un principio elementare di democrazia. Per questo, ha concluso il sedicente premier dalle palle d’acciaio, «bisogna sostenere il mondo della rappresentanza».

    Naturalmente «il mondo della rappresentanza» è il mondo della politica (sindacati collaborazionisti compresi) prona ai sacri interessi nazionali. Guai, dunque, a mettere in discussione il sacro meccanismo della rappresentanza!

    Di qui, la sindrome del contagio sociale da me evocata nel post sui “forconi”, che si ritrova anche nelle parole che il Ministro degli Interni Alfano ha pronunciato nell’informativa alla Camera di ieri: «In Italia c’è il rischio di una deriva ribellistica genericamente indirizzata contro istituzioni nazionali ed europee a cui non farebbero mancare il proprio sostengo organizzazioni antagoniste. Il governo sa da che parte stare». Personalmente non ne avevo dubbi: il governo sta sempre dalla parte dello status quo sociale, per definizione.

    Quando ho scritto Più lotta per tutti! ho inteso appunto evocare lo spettro non di un generico «ribellismo sociale», nelle cui torbide acque amano nuotare squali “populisti” d’ogni colore, ma piuttosto quello di una ripresa in grande stile della lotta degli strati sociali proletari, magari per imitazione, sotto la spinta dell’emulazione. Perché «il mondo della rappresentanza» è proprio questo tipo di «deriva ribellistica» che teme come la peste.

    Sto forse dicendo che oggi se ne dà l’occasione? Ovviamente no. Il mio “pessimismo”, se non è cosmico, è certamente a prova di bomba. Semplicemente invito a tentare l’operazione meno banale e scontata in questi casi: sforzarsi di acquisire – a partire da quel poco che passa il convento – quella sorta di fiuto sociale che le classi dominanti hanno sviluppato da secoli, e che permette loro di reagire a ogni più piccolo segnale di pericolo. Con la consapevolezza, fondata teoricamente e politicamente, che ciò che per i dominanti costituisce un pericolo, per i dominati può – ho detto può – diventare un’occasione.

    Credo che le “avanguardie” abbiano qualcosa a che fare con questa dialettica. Anzi, molto a che fare, a dire il vero. Ma bisogna sforzarsi di acquisire quel “fiuto” facendo pratica*, tutte le volte che il processo sociale ce ne offre l’occasione. Il bambino impara a camminare a poco a poco.

    * Questa «pratica» a volte può voler dire “semplicemente” impegnarsi in un’analisi seria delle contraddizioni sociali, appunto per individuare i segnali che inquietano la classe dominante e per comprendere i presupposti materiali, contingenti e di più lungo respiro, della lotta politica che agita il borghese «mondo della rappresentanza».

  3. hai fatto proprio bene a chiarire e a rimarcare non a caso e di recente il concetto di “miseria sociale” – che non ha a che fare in maniera proporzionale al concetto di “miseria di reddito ” inteso in maniera materialistica. Le cazzate dei sinistrati sono sempre le stesse, vorrebbero essere critiche e invece sono solamente ottuse

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