LA KATTIVA GERMANIA

12a_600x400Su Sbilanciamoci, Valentino Parlato ha scritto un breve post (Keynes e il commercio) basato sulla solita impotente lamentela intorno all’Europa costruita a immagine e somiglianza della Germania. Contro la «soluzione illusoria» di un’economia centrata sulle esportazioni, «pagata in Europa dalla depressione della periferia», Parlato mobilita Keynes, il quale scriveva quanto segue: «Se le nazioni imparassero a raggiungere la piena occupazione con le loro politiche interne, non ci sarebbero più forze economiche che mettono gli interessi di un paese contro quelli dei vicini […]. Il commercio internazionale cesserebbe di essere quello che è, cioè un espediente disperato per mantenere l’occupazione interna spingendo le vendite all’estero e limitando gli acquisti, che – se funziona – non fa altro che spostare il problema della disoccupazione sul paese vicino che esce in condizioni peggiori dalla lotta (John Maynard Keynes, Teoria generale dell’occupazione, interesse, moneta, 1936, capitolo 24)».

Segue commento del Nostro: «Nessuno deve aver spiegato ad Angela Merkel questa considerazione di Keynes […] Le ombre degli anni trenta sono vicine, e rileggere Keynes può aiutarci a tenerle lontane». Come sanno gli economisti che qualcosa capiscono di storia e di economia, fu il bagliore delle esplosioni belliche (alludo ovviamente alla Seconda guerra mondiale) che cancellò definitivamente le ombre degli anni Trenta. Per questo il nome di Keynes è tutt’altro che beneaugurante.

Sotto il post di Parlato si può leggere il commento che segue, che non ho scritto io: «Parlato consiglia Keynes a Merkel, qualcuno potrebbe consigliare Karl Marx a Parlato». Condivido, e voglio essere io quel qualcuno. Tanto per cominciare, consiglio i passi che seguono: «La grande industria universalizzò la concorrenza, stabilì i mezzi di comunicazione e il mercato mondiale moderno, sottomise a sé il commercio […] Con la concorrenza universale essa costrinse tutti gli individui alla tensione estrema delle loro energie. Essa distrusse il più possibile l’ideologia, la religione, la morale, ecc. e quando ciò non le fu possibile ne fece flagranti menzogne. Essa produsse per la prima volta la storia mondiale, in quanto fece dipendere dal mondo intero ogni nazione civilizzata, e in essa ciascun individuo, per la soddisfazione dei suoi bisogni, e in quanto annullò l’allora esistente carattere esclusivo delle singole nazioni» (K. Marx, F. Engels, L’ideologia tedesca, M-E, Opere, V, p. 59, 1972). Già nel remoto 1846 i fondatori del materialismo storico compresero che la dimensione più adeguata al concetto e alla prassi del Capitale, in quanto rapporto sociale e come potenza sociale, è il mondo. Ma oggi assistiamo, soprattutto volgendo lo sguardo a “sinistra”, alla riscoperta di Friedrich List. Un sintomo che la dice lunga sulla profondità dell’attuale crisi sistemica europea.

E adesso arriva l’antipatica autocitazione:

«Da quando il Moro di Treviri e il suo devoto compagno scrivevano quella poesia sociopolitica (che include, beninteso, il momento geopolitico) il Capitale ne ha fatta, e tanta, di strada. Tuttavia, già allora, quando ancora poche nazioni potevano essere definite capitalistiche in senso moderno (Olanda, Inghilterra, Stati Uniti, Francia), Marx ed Engels denunciarono il carattere sempre più ideologico e illusorio dell’esclusivismo nazionale, perché la Sovranità del Capitale tendeva a restringere progressivamente la Sovranità politica basata sullo Stato nazionale, e questo dovrebbe far riflettere molti socialnazionalisti odierni che affettano pose “marxiste”.

La Sovranità sociale è passata per sempre nelle mani del Capitale, e non smette di radicalizzarsi, rafforzarsi ed espandersi: socialmente (l’intera società è plasmata dagli interessi economici, tutto gira intorno al Capitale, soprattutto nella sua forma più potente e astratta: la forma-denaro), spazialmente (l’intero pianeta giace sotto il dominio del Capitale) e (dis)umanamente (il «capitale umano» come risorsa capitalistica perfetta, l’individuo atomizzato e reificato come biotecnologia e biomercato). Altro che «colonizzazione capitalistica della società»: qui si deve piuttosto parlare di un vero e proprio Imperialismo esistenziale, ossia di una Potenza sociale totalitaria che non solo domina gli individui dall’esterno, ma soprattutto li plasma e riplasma sempre di nuovo a sua immagine e somiglianza. L’imperativo categorico del Capitale agisce, kantianamente, dall’interno, come legge sociale superiore – che include il momento etico» (Il mondo è rotondo).

imagesSEWGMEJOIl germanista Alberto Krali fa risalire l’uscita della Germania dal “sogno” europeista al settembre 2004, allorché l’allora Ministro degli Esteri Joschka Fischer «dichiara ufficialmente alla stampa che la Germania aspira a un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite» (A. Krali, Primi della Klasse, Cairo, 2012). Con questo semplice atto, «Cinquant’anni di fedele europeismo vanno in soffitta», perché prioritario per Berlino non è più la costruzione dell’Europa unita, «ma lo Stato nazionale». «L’egemonia culturale non viene dalla forza, ma dalla capacità di persuasione [ma la forza non è molto persuasiva?]. Ma questo Schröder [autore della famigerata Agenda 2010] non l’ha imparato.  È ancora fermo alla logica dei numeri. Ai tempi di Guglielmo II e poi di Hitler determinante era il numero di cannoni. Ora è quello dell’export. Ma l’idea è sempre la stessa: voglio contare per quel che peso. Aspirazione legittima [ah, ecco], se non fosse praticata a spese dell’unica idea buona che ha guidato tutto il dopoguerra», ossia appunto la costruzione di un Continente europeo unito e pacificato. Anziché primi della classe, con la c, quei cattivoni teutonici vogliono imporsi ancora una volta al mondo come primi della klasse, con la k, ossia nell’accezione assai negativa che l’Europa ha già luttuosamente sperimentato.

Inutile dire che a Krali (con la k!) manca il concetto, elementare quanto fondamentale, secondo cui la forza economica di un Paese è il presupposto materiale di ogni politica di potenza nazionale, la quale si dà in modi diversi nelle differenti circostanze storiche.

Come ho scritto altre volte, i realisti geopolitici non hanno mancato di denunciare la vera natura del cosiddetto sogno europeo, il retaggio storico, lontano e vicino, «della cultura strategica europea che privilegia i negoziati, la diplomazia, i legami commerciali e il diritto internazionale rispetto alla forza, la persuasione rispetto alla coercizione, il multilateralismo rispetto all’unilateralismo […] Pochi però amano ricordare che il presupposto imprescindibile di quella cultura è stata la distruzione della Germania nazista. I più preferiscono credere che siano stati l’intelligenza e lo spirito del vecchio continente a creare le premesse del “nuovo ordine” kantiano». Così Robert Kagan in Paradiso e potere (Mondadori, 2003), il quale a proposito delle ambizioni egemoniche della Germania ricorda ai kantiani del Vecchio Continente che «averla integrata e ammansita è stata la grande conquista dell’Europa». Com’è noto (almeno dovrebbe esserlo a chi segue i fatti del mondo anche solo con un minimo di intelligenza politica), questa «grande conquista» è stata messa in crisi non da qualche avventurista, con o senza baffetti, o dai soliti politici asserviti alla maligna ideologia “neoliberista”, ma dal processo sociale mondiale. Insomma, e come sempre, è il Capitalismo nella sua fase imperialistica, bellezza!

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One thought on “LA KATTIVA GERMANIA

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