LE CATTIVE ANALOGIE STORICHE DEI POST-STALINISTI

guillottineIn linea generale le analogie storiche hanno un certo valore, perché permettono di chiarire a chi ne fa uso passaggi concettuali complessi in forma sintetica e suggestiva, realizzando un’apprezzabile economia di pensiero. Va da sé che l’analogia ha successo, coglie l’obiettivo, solo quando essa non solo appaia, ma sia effettivamente storicamente fondata. Viceversa, da strumento di verità si capovolge immediatamente in strumento ideologico al servizio della menzogna. È questo il caso di Alain Badiou e di Diego Fusaro.

Nel suo libro Il secolo, il filosofo francese Badiou ha scritto che dopo i noti e famigerati (beninteso solo per i “comunisti” di derivazione stalinista e maoista) eventi prodottisi nel 1989 la nostra epoca sta vivendo una «seconda restaurazione», in analogia con la Restaurazione che segnò l’Europa con la fine del lungo ciclo rivoluzionario apertosi con la Grande Rivoluzione del 1789. Badiou, dice Fusaro in un video postato su YouTube, realizza un fecondo accostamento, per analogia storica, tra lo scenario politico e filosofico che si schiuse dopo la fine della rivoluzione francese, segnato dal Congresso di Vienna e dalla vittoria delle potenze conservatrici e controrivoluzionarie, e lo scenario che si è aperto con il 1989. Come la prima restaurazione diede corpo alla criminalizzazione delle concezioni rivoluzionarie (borghesi) che avevano avuto nei giacobini la loro espressione politico-ideologica più avanzata e radicale, analogamente la «seconda restaurazione» post 1989 è segnata da una vera e propria demonizzazione della «passione utopica», criminalizzata come antidemocratica e tendenzialmente totalitaria: «Avete provato a cambiare il mondo, ne sono scaturite le peggiori sciagure sulla terra, non provateci mai più». Così, dice il filosofo made in Italy, ragiona l’ideologia dominante, la quale «si caratterizza esattamente per una sorta di desertificazione dell’immaginario che rende per ciò stesso impossibile le alternative rispetto al presente totalmente saturo della forma merce capitalistica». Non c’è dubbio.

Gran parte di ciò che oggi passa per critica, ad un esame appena più attento si rivela essere non più che una nota di tono diverso nella sinfonia apologetica che accompagna la nostra esistenza nel migliore dei mondi possibili. Ma questo, a mio avviso, vale anche per Badiou e per Fusaro, il quale afferma che «il capitalismo pienamente realizzato» dei nostri tempi «è tornato a trionfare incontrastato perché è venuto meno il colosso sovietico che per più di cinquant’anni lo aveva tenuto a freno, seppure in forma contraddittoria». Insomma, per i nostri due filosofi solo dopo il crollo del miserabile Muro si è affermata nel mondo occidentale la tendenza controrivoluzionaria e restauratrice che criminalizza gli «ideali utopici e rivoluzionari». Niente di più infondato, almeno per come la vedo io.

imagesDG0NK8NMSe vogliamo rimanere con qualche fondamento storico sul terreno analogico, possiamo parlare di «seconda restaurazione» non a proposito del 1989, che segnò il crollo, dopo una lunghissima agonia, di un regime capitalistico particolarmente rognoso (sto alludendo all’Unione Sovietica) e dell’alleanza imperialistica centrata sul suo dominio (alludo al Patto di Varsavia), ma piuttosto in riferimento alla fine degli anni Venti, quando apparve chiaro ai comunisti occidentali che si rifiutarono di aderire all’ideologia controrivoluzionaria elaborata da Bucharin e praticata da Stalin, che il «Nuovo Corso» moscovita costruiva una prospettiva capitalistica e Grande-Russa sulle ceneri dell’Ottobre Rosso di Lenin. Per non scadere nel ridicolo, o nella più ottusa e reazionaria delle ideologie, occorre far retrocedere la «seconda restaurazione» almeno di sessant’anni.

Associare per analogia storica i giacobini agli stalinisti potrebbe avere un senso solo se si collocano entrambi i soggetti sul terreno della società borghese in divenire, e sempre tenendo fermo un punto essenziale, soprattutto in termini politici, cioè a dire la natura controrivoluzionaria dal punto di vista proletario dello stalinismo. Gli stalinisti furono violentemente radicali sul terreno degli interessi della nascente Potenza Russa post-zarista, e questa radicalità capitalistica, spacciata per «un secondo Ottobre», si dispiegò a spese del proletariato interno e internazionale.

Com’è noto, Trotsky lesse la sconfitta della Rivoluzione d’Ottobre nei termini di un «tradimento» o, in analogia con la Rivoluzione francese, di un «termidoro», ossia di una degenerazione politica del soggetto che aveva promosso la rivoluzione che non poteva cancellare le conquiste sociali di essa.  Obtorto collo, e attraverso mille imbarazzanti contraddizioni che alla fine ne avrebbero generato la fine attraverso una rivoluzione politica (politica, non più sociale), tale soggetto si vedeva costretto a muoversi nel profondo solco tracciato dalle «realizzazioni concrete» prodotte dalla Rivoluzione. Con ciò egli mostrò di non aver compreso la reale portata dei processi sociali, interni e internazionali, che alla fine spezzarono la radice stessa di quella esperienza storica, non lasciando sul terreno delle «realizzazioni concrete» nulla che valesse la pena di difendere e di rivendicare. Seguendo questa pista che lo conduceva direttamente alla capitolazione teorica e politica (cosa assai più grave della sconfitta politica, sempre recuperabile una volta che fossero mutate le circostanze), Trotsky giunge a considerare «il sistema di Stalin […] la forma burocraticamente deformata di autodifesa adottata da un socialismo in via di sviluppo» (L. Trotsky, Introduzione del 1935 a Terrorismo e Comunismo, Sugarco, 1977). Per chi scrive «il sistema di Stalin», con annessa burocrazia e relativa «cricca», fu invece la forma storicamente necessaria di un capitalismo in via di sviluppo.

stalin_gulagNon l’ideologia dominante dei nostri giorni, ma lo stalinismo internazionale (con le sue diverse varianti nazionali: maoismo, titoismo, togliattismo, chevarismo, ecc.) ha assestato il più drammatico e violento colpo alla prospettiva dell’emancipazione del proletariato e dell’intera umanità, semplicemente accreditandosi come soggettività comunista. Ovviamente le classi dominanti del pianeta hanno avuto tutto l’interesse ad assecondare questa colossale menzogna storica, politica, concettuale, sociale. Infatti, solo dalla prospettiva che da sempre mi sforzo di “socializzare” è possibile attaccare in radice la posizione che associa il comunismo al «socialismo reale», il quale non fu, in Russia e ovunque nel mondo, che un reale capitalismo-imperialismo ignobilmente celato dietro bandiere rosso-sangue. Ignobilmente e, aggiungo, assai ridicolmente, almeno all’avviso di chi aveva resistito ai richiami della trionfante sirena stalinista e aveva cercato di scrivere la storia del movimento operaio con l’amaro ma veritiero inchiostro degli sconfitti.

Evidentemente Fusaro, dall’alto della sua concezione dialettica del processo storico, prende per oro colato la tesi stalinista dei «due campi» che si sarebbero confrontati durante la cosiddetta guerra fredda: quello «capitalista», capeggiato dagli Stati Uniti, e quello «socialista», con al vertice Mosca – e poi Pechino per molti “comunisti dissidenti” occidentali. Un confronto interimperialistico declinato in termini di “lotta di classe”: io non potrei mai arrivare a tali cifre dialettiche, nemmeno se leggessi tutti i tomi di Badiou, di Žižek (la cui concezione “post-stalinista” dello stalinismo ho pure criticato in passato) e di Fusaro! E difatti son qui a ridacchiare come il peggiore dei servi dell’Imperialismo alle spalle dei credenti in Chávez, e a sparare a palle incatenate contro quei Socialnazionalisti che ritengono essere massimamente rivoluzionario, o quantomeno “storicamente progressivo”, appoggiare tutti i nemici imperialisti del Grande Satana d’Occidente.

Insomma, quando il buon filosofo italiano ciancia, sempre nel video di cui sopra, di «coscienza rivoluzionaria», e sostiene che bisogna reagire alla «logica illogica» del pensiero dominante riscoprendo «la prospettiva utopica nel senso più alto del termine, nel senso di Marx e di Bloch», egli ha ai miei occhi una credibilità pari allo zero assoluto, e peraltro in ciò sono oltremodo confortato dalle sue posizioni politiche ultrareazionarie – in economia, in politica interna e internazionale e via di seguito.

Vedi anche:

Il Marx dei fasciostalinisti
Essere senza coscienza – di classe
Il katéchon “comunista” di Diego Fusaro
La resa incondizionata degli amici del macellaio di Damasco

Annunci

8 thoughts on “LE CATTIVE ANALOGIE STORICHE DEI POST-STALINISTI

  1. Mi pare Radek sostenne che,a proposito delle vicede tedesche del 19-20, non fu colpa nè dell’ immaturtà delle masse nè dell’incapacità dei dirigenti ma solo che la borghesia è più forte….
    ciao nostromo

  2. Pingback: IL MARX DEI FASCIOSTALINISTI | Sebastiano Isaia

  3. Elementi controrivoluzionari erano già evidenti nella seconda internazionale, anche prima se pensiamo a Lassalle o a Proudhon. La critica marxiana alla Politica, in quanto espressione della società classista, mi pare abbia avuto sempre accanto il suo proprio contrappunto -realistico e immediato cioè depotenziato- nella contingenza politica, contingenza che richiede e si risolve ancora oggi nello spazio politico, sempre suscettibile di aggiustamenti costitutivamente mai sostanziali, segnato dalle mura dello stato-nazione.

    la domanda da farsi a questo punto è come mai questa struttura portante della Potenza Sociale fa breccia nelle classi dominate più che in quelle dominanti che più pragmaticamente usano lo Stato per i propri interessi a seconda del momento. Al contrario di Lenin, non sono convinto che lo Stato, dal punto di vista proletario, sia un’altra cosa. Chi meno avrebbe interesse ad appellarsi allo Stato più lo invoca, riproducendo la propria condizione di miseria sociale (o esistenziale, come giustamente hai notato altrove), confezionata nel diritto di cittadinanza, ben nota a chi vive di assistenzialismo. Gli interessi immediati fanno per ora premio su quelli mediati, l’analogia storica è che c’è bisogno della catastrofe perchè si inizi a coniugarli altrimenti.

    Dell’ internazionalismo, trattato da un secolo per lo più come siderale, kantiano principio ispiratore di “politica estera”, terzomondismo o piattamente detto sega mentale, non si può che dire che come prassi è rimasto al palo da allora, eppure sarebbe l’unica logica che attiva una speranza all’ altezza di questo tempo, interamente curvato dentro il buco nero del rapporto sociale di dominio.

    • Alla tua assai interessante e per l’essenziale condivisibile riflessione adesso “rispondo” citando alcuni passi del mio Il mondo è rotondo. Spero di avere in seguito cose intelligenti da scrivere sul fondamentale problema da te posto. Ti ringrazio come sempre per la feconda attenzione. Ciao!

      Quando il Manifesto del partito comunista proclamò che «Gli operai non hanno patria. Non si può toglier loro ciò che non hanno», esso affermò un elementare quanto dirompente principio di internazionalismo proletario, la cui evidenza dinanzi agli stessi salariati non è tuttavia affatto scontata come invece lo è per chi già aderisce al punto di vista critico-radicale – o «comunista» nell’accezione marxiana del concetto. Essendo l’ideologia dominante quella che promana spontaneamente – “naturalmente” – dalla vita materiale e spirituale della società borghese, il che fa dell’ideologia elaborata dai dominanti anche l’ideologia dei dominati, se ne ricava che quel principio rivoluzionario può affermarsi tra i lavoratori solo attraverso una dura battaglia teorica e pratica.

      In effetti, ciò che spontaneamente conquista i cuori dei salariati, i quali sono abituati a delegare sempre ad altri (dalla culla alla tomba, passando per scuole, uffici, ospedali, ecc.) le decisioni fondamentali che li riguardano, è un maligno connubio di nazionalismo e statalismo, ossia il desiderio di vivere un’esistenza magari modesta ma sicura e protetta nel seno della patria che li ospita fin dalla nascita, cioè a dire nella società capitalistica concepita come la sola comunità possibile. Questa condizione disumana mi ricorda i passi di Furore a proposito del carcere McAlester: «”E come ti trattavano a McAlester?” chiese Casy. “Mica male. Pasti regolari, biancheria di ricambio, ci sono perfino dei locali per fare il bagno. Per certi versi non si sta malaccio. L’unica cosa, si sente la mancanza di donne”. Scoppiò a ridere. “Ho conosciuto uno, anche lui in libertà vigilata, che s’è fatto rificcar dentro […] Aveva deciso di rientrar dentro dove almeno non c’era il rischio di saltare i pasti e dove c’erano anche certe comodità. Disse che fuori di lì si sentiva sperduto, dovendo oltretutto pensare sempre al domani”». Il carcere con annesse donne rappresentava la miserabile “utopia” del giovane Joad. Questo, tra l’altro, aiuta a capire la nostalgia per il Capitalismo di Stato che si riscontra in ampi strati proletari dell’Europa orientale che hanno conosciuto il carcere a cielo aperto chiamato «socialismo reale». Si tratta della nota sindrome del «Si stava meglio quando si stava peggio», che fa capolino nel mondo dei perdenti a ogni brusca accelerazione del processo sociale.

      Chiudere gli occhi dinanzi a questa cattiva realtà, radicata assai in profondità nella prassi sociale di questa epoca storica (capitalistica), non ci aiuta a comprendere la potenza del Moloch che ci sta dinanzi, e ci lascia disarmati anche sul piano della critica fondata su una buona teoria, alla cui elaborazione offro il mio modesto contributo.

      Il «tradimento» della socialdemocrazia europea nel famigerato agosto del 1914, che si concretizzò con il voto ai crediti di guerra di una parte del socialismo del Vecchio Continente e il neutralismo sempre più «attivo ed operante» dell’altre parte, ci rimanda direttamente alla dialettica sociale (inestricabile impasto di “materia” di “spirito” e di “psiche”) appena abbozzata. Scriveva Lenin nel 1916: «I proletari afferrano con il loro istinto di classe la verità, capiscono cioè che la difesa della patria nella guerra imperialistica è un tradimento del socialismo». Eppure proprio la Grande Guerra dimostrò quanto quell’«istinto di classe» non fosse un’acquisizione scontata e definitiva per il proletariato, e come esso invece dipendesse – e dipenda – non poco da complessi fattori (ideologici e psicologici) che non possono venir ricondotti immediatamente nella sfera dell’istinto e della “spontaneità di classe” come risultato della mera condizione materiale dei lavoratori. In Germania, ad esempio, bisognerà aspettare la cocente e shockante sconfitta del 1918 per vedere declinare il forte sentimento nazionalistico che si era impadronito di gran parte della classe operaia tedesca, considerata ai tempi di Engels, di Bebel e di Kautsky l’avanguardia della classe operaia europea, a partire dal 1871, per raggiungere l’apice nel periodo che va dal 1890 al 1914.

  4. Pingback: NESSUNO TOCCHI SOCRATE! PARDON, FUSARO… | Sebastiano Isaia

  5. Pingback: IL MARX DEI FASCIOSTALINISTI | Sebastiano Isaia | NUOVA RESISTENZA

  6. Pingback: MALEDETTO ASSE! | Sebastiano Isaia

  7. Pingback: DIEGO FUSARO, VALENTINA NAPPI E L’ACEFALO PRINCIPIO DEL GODIMENTO | Sebastiano Isaia

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...