IO E LA SINISTRA

arancNon crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera: e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa.

Molti lettori del mio post sul fasciostalinismo non hanno gradito, per usare un eufemismo, la mia posizione radicalmente critica (o semplicemente «settaria», giudicate voi) sulle due differenti opzioni sinistrorse che in questi giorni agitano l’italico popolo di sinistra: quella per così dire diversamente europeista («un’altra Unione europea è possibile: sosteniamo la candidatura di Alexis Tsipras») e quella Socialnazionalista («sovranità nazionale su tutto: dall’economia alla politica»). «Invece di batterti insieme a noi per l’unità della sinistra, lavori per perpetuarne la divisione: così non vinceremo mai! Forse sei in buona fede [forse], ma oggettivamente fai il gioco dei poteri forti nazionali e internazionali»: questa, in estrema ma pregnante sintesi, la sanguinosa accusa rivoltami da questi lettori.

Ora, quest’accusa, che alle mie «settarie» orecchie suona tutt’altro che sanguinosa e nient’affatto offensiva, è certamente il frutto di un equivoco, che non posso che attribuire alle mie scarse capacità dialettiche, oltre che a una mediocre intelligenza che non mi consente di chiarire bene il mio pensiero. Di questo mi scuso con i lettori, e cerco di rimediare.

«Chi segue il mio Blog sa che a mio avviso le due opzioni sinistrorse qui brevemente richiamate si collocano sullo stesso terreno di classe: quello borghese»: così ho scritto sul post di sabato. Per dirla con Peppino De Filippo (Totò, Peppino e la malafemmina), «ho detto tutto!». Ma se il Dio dei comici vuole, c’è sempre un Totò pronto a sindacare: «dici sempre “ho detto tutto” e non dici mai niente!». E allora mi tocca precisare quanto segue, e mi scuso se, come si dice, la prendo alla lontana: a mio avviso la cosiddetta sinistra storica (dal PCI di Gramsci e Togliatti in poi) ha una natura di classe schiettamente borghese. E quando parlo di «natura di classe» non intendo riferirmi al radicamento sociale di questa soggettività, né alla struttura sociologica del suo elettorato, ma piuttosto alla sua funzione politica, al suo programma politico, alla sua concezione del mondo. La natura borghese di un Partito non è, materialisticamente parlando (qui il punto di vista sociologico è bandito), in contraddizione né con la sua base militante eventualmente operaia al 100 per cento, né con la sua riserva di caccia elettorale ipoteticamente proletaria: su questo punto è sufficiente ricordare, ad esempio, la posizione di Lenin sul Partito Laburista inglese.

Il vizio d’origine, per dir così, del PCI fu la sua adesione allo stalinismo, ossia alla Controrivoluzione che non solo spazzò via (altro che «secondo Termidoro»!) l’elemento proletario della Rivoluzione d’Ottobre, lasciando il processo sociale russo nella completa disponibilità delle forze materiali connesse con la necessità di sviluppare in senso capitalistico la Russia; ma che soprattutto mise il movimento comunista internazionale al servizio dell’accumulazione capitalistica a tappe forzate e accelerate di quel Paese, nonché delle sue forti e storicamente ben fondate (vedi zarismo) aspirazioni di moderna Potenza. A quel punto quel movimento, già di costituzione fragile a causa del precedente retaggio socialista (Seconda Internazionale, e ho detto tutto!), si trovò a essere “comunista” solo per grazia ricevuta – da Baffone, s’intende. Il militante comunista che non entrò nelle grazie di Stalin (cito un nome ma in realtà evoco una tendenza sociale oggettiva che travalica di gran lunga la personalità del singolo individuo), fu semplicemente dichiarato nemico del comunismo, e come tale venne trattato dai “comunisti”.  Quanto Togliatti fosse devoto allo stalinismo non lo sa solo chi non vuole saperlo, e tra questi non possiamo certo annoverare le anime di quei comunisti italiani che ingenuamente cercarono rifugio dal fascismo in quella che consideravano la «Patria del socialismo», ma che invece fu la loro gelida tomba. Ogni riferimento ai “campi di rieducazione” della Siberia è ovviamente voluto.

Questo giudizio sullo stalinismo internazionale mi ha portato a individuare nel “comunismo” ufficiale il mio nemico politico numero uno, non solo per la sua natura di classe (arciborghese, ultraimperialista), ma soprattutto perché esso accreditava come comunista una posizione politica (unità di teoria e di prassi, non dimentichiamolo) che col comunismo non aveva nulla a che vedere, e che anzi ne era l’esatto opposto.   Insomma, quello che agli occhi di Tsipras appare oggi come un «faro» di politica e di cultura («La vostra Sinistra è stata il faro della Sinistra in Europa. Gramsci, Togliatti, Berlinguer, questa è la ricchezza della Sinistra»), apparve ai miei occhi di giovane militante proletario (qui nella doppia accezione sociologica e politica) alla stregua di una vera e propria sentina reazionaria – alla fine degli anni Settanta frequentavo l’Istituto Nautico della mia città: di qui la sofisticata metafora navale. Ebbi infatti allora la botta di sedere (o l’apertura mentale, ovvero il gusto del proibito, fate un po’ voi) di conoscere la storia del movimento operaio internazionale scritta dagli sconfitti, cioè a dire da coloro che già nella prima metà degli anni Venti del secolo scorso (Lenin ancora vivente e sempre più sofferente, da tutti i punti di vista) avevano incominciato a denunciare i rischi di implosione controrivoluzionaria che da tutte le parti minacciavano l’Ottobre Rosso. Tutto preso dalla necessità di fare uscire la Russia dei Soviet dal cul de sac in cui essa si era venuta a trovare (per ragioni di natura nazionale e internazionale, politica e sociale che qui sarebbe fuori luogo indagare), il grande Vladimiro non li capì, e li bollò con quel marchio di estremismo infantile che sarà poi ripetuto come un odioso quanto efficacissimo mantra dagli stalinisti di tutte le tendenze.

Va da sé che quanto appena scritto informa in radice il mio giudizio sulla Seconda guerra mondiale (contesa imperialistica da tutte le parti in conflitto, esattamente come la Prima), sulla Resistenza (continuazione della guerra imperialista con altri mezzi, nelle mutate circostanze interne e internazionali), sulla Repubblica post-fascista (la continuazione del Dominio sociale capitalistico con altri mezzi ecc.), e sulla mitica Costituzione «più bella del mondo» (la Carta che sancisce politicamente e ideologicamente, già nel suo primo articolo, il fondamento capitalistico della Repubblica). Questa mia posizione è di “destra” o di “sinistra”? La mia risposta è: e chi se ne frega! Sono un “marxista” o piuttosto un “antimarxista”? La mia risposta, forse un po’ di stampo fascista, non cambia. Per quanto riguarda certi titoli nobiliari (marxista, comunista, ecc.), dopo l’uso che ne ha fatto lo stalinismo internazionale preferisco nemmeno riferirli alla mia posizione politica e concettuale. Se uno come Diego Fusaro, tanto per fare un nome a caso, può passare impunemente come un brillante esempio di «neomarxismo», è logico interrogarsi intorno al senso delle parole. Per dirla col gergo filosofico, datemi la cosa e tenetevi il suo nome!

Per quanto riguarda i concetti di “destra” e “sinistra”, per capire quanto essi valgano assai poco per definire un soggetto politico è sufficiente riflettere sul PCI di Berlinguer e sulla CGIL di Lama. Ad esempio, sulla politica di austerità e su quella riguardante l’ordine pubblico Lama e Berlinguer si trovarono più a “destra” o più a “sinistra” rispetto a Bettino Craxi, Giulio Andreotti, Ugo La Malfa e Giorgio Almirante? Un’altra domanda impertinente (diciamo «settaria»): contro l’idea stessa di Comunismo hanno fatto di più Stalin, Togliatti, Mao e compagnia brutta, o piuttosto Hitler, Mussolini e i loro degni eredi democratici? Misteri della fede… dialettica! Una volta Indro Montanelli disse con la sua consueta ironia che Stalin aveva ucciso più comunisti di Mussolini e di Hitler messi insieme, e che la stessa esistenza del «socialismo reale» costituiva una propaganda permanente contro il socialismo; per questo grande servizio reso allo status quo mondiale egli teneva Joseph in grande considerazione, e non ne faceva alcun mistero, anzi. Quando i “destri” mostrano di saperla assai più lunga dei “sinistri”…

GREECE-POLITICSOra, essendo indigente in materia di dialettica, personalmente definisco un soggetto politico non sulla scorta del suo nome e delle bandiere ideologiche che sventola, ma esclusivamente sulla base della sua natura di classe. E qui ritorniamo ai diversamente europeisti e ai sovranisti di “sinistra”. Per quanto mi riguarda, l’uscita dall’Unione europea, come sostengono i sovranisti, e il «radicale cambiamento del quadro europeo», come propongono gli altrimenti europeisti, non esprimono neanche un po’ un punto di vista autenticamente anticapitalistico, ma sono piuttosto due opzioni radicate sul terreno degli interessi capitalistici, manifestano lo scontro interno alle classi dominanti nazionali e transnazionali, portano tanta acqua alla contesa in atto tra i Paesi del Nord a trazione tedesca e quelli del Mezzogiorno, ancora privi di un Paese leader.    «L’alternativa passa solo attraverso l’unione delle forze del Sud Europa» (Tsipras): ancorché chimerica, questa posizione è innanzitutto ultrareazionaria, non solo perché sostiene precisi interessi capitalistici contro altri, ma soprattutto perché ricerca l’alleanza tra dominati e dominanti su un progetto squisitamente capitalistico.

«Questa è una guerra, ma non è una guerra tra nazioni: è una guerra tra il capitale finanziario e il lavoro e va combattuta in Europa» (Tsipras): la risibile distinzione tra capitale finanziario (cattivo) e capitale produttivo (buono), tra «ceti che vivono di speculazione finanziaria» e «ceti produttivi» che vivono stillando benemerito sudore dalla fronte può giusto commuovere chi non comprende la natura del Capitale tout court, del Capitale come potenza sociale, del Capitale come si è venuto strutturando con il dominio sempre più imperioso della sfera finanziaria su quella industriale, fenomeno peraltro analizzato dai migliori economisti borghesi già agli inizi del secolo scorso, e che conferma nei punti essenziali l’analisi marxiana del Capitalismo. (Rimando ai miei appunti di studio Capitale monetario e capitale operante).

Per Franco Berardi, in arte Bifo, «Il problema non è uscire dall’euro, ma uscire dal modello predatorio del capitalismo finanziario»; per me invece il problema è uscire dal Capitalismo, dal Capitalismo sans phrase, senza impigliarsi in chimeriche «tappe transitorie» che da sempre sortiscono il solo effetto di perpetuare la coazione a ripetere del Dominio. Predatoria è fin dalla sua nascita l’economia fondata sul profitto, necessariamente orientata a trasformare tutto in occasione di profitto, non una sua tarda – e presunta – degenerazione “finanzcapitalista” e “neoliberista”. La sola «tappa transitoria» che riesco a concepire tra lo status quo e la rivoluzione sociale (che anticaglia, nevvero?) è la lotta intransigente («settaria», «irresponsabile», «antipatriottica») dei proletari contro gli interessi padronali e nazionali. Questa posizione è di “destra” o di “sinistra”? è “marxista” o “antimarxista”? E chi se ne frega! La sola cosa che m’interessa, come proletario e come militante del punto di vista umano, è non finire schiacciato tra le diverse opzioni borghesi, né arruolato nella guerra sistemica in atto nel Vecchio Continente e ovunque su questo capitalistico pianeta.

La causa dell’emancipazione degli individui è troppo importante, ancorché oggi difficile da praticare al limite dell’impossibile, per lasciarla nelle mani degli intellettuali e dei politici rigorosamente di “sinistra”.

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12 thoughts on “IO E LA SINISTRA

  1. Caro Sebastiano, innanzitutto un saluto.

    Devi sapere che sul sito di…SOLLEVAZIONE del MPL, è stato pubblicato un articolo a firma di Moreno Pasquinelli, che in sostanza è una critica a te rivolta, una critica verso un tuo articolo, in cui tu criticavi il Sovranismo de sinistra del MPL.
    Quì di seguito il link …
    Spero di aver fatto cosa gradita segnalandoti ciò. Mi è sembrato cosa doverosa segnalarti (nel caso tu ne fossi all’oscuro) l’articolo del Pasquinelli.

    Cordialmente ti saluto.

    Luigi

  2. P.S:
    Allora caro Sebastiano, il motivo per cui non riuscivo a far passare i commenti, sembra sia dovuto alla mia volontà di postare il link da Sollevazione. Visto che non passa ti segnalo che l’articolo si intitola: SINISTRA ANTI-NAZIONALE O SINISTRA SOVRANISTA? di Moreno Pasquinelli.
    Ancora un saluto

    Luigi

  3. post carasciò

    cari sinistri vogliate infine crepare chè così forse qualcosa di adeguato sortirà…

    nulla cambia se, come probabile, creperò prima io…

    • Rido! Ma no, non li voglio defunti. Perché poi: mi offrono un tale materiale concettuale… Magari un tantino… crepati, questo sì. Per quanto riguarda la mia inopportuna dipartita, tendo a darti ragione. Per fortuna il cambiamento non dipende da me! Diciamo che confido nell’irrazionale, nell’imponderabile, nell’imprevisto, nell’errore di calcolo, nella singolarità, nella casualità, nell’anomalia, nell’eccezione e in altre “materialistiche” incognite che sempre hanno segnato il processo storico. Vedi a quale bizzarro “materialismo storico” mi sono acconciato! Ma la colpa è del Destino cinico e pure baro! Ciao!

  4. Gentile Sebastiano, sto terminando di leggere il suo “Dacci il nostro pane quotidiano” e voglio farle i miei complimenti: la sua è un’analisi molto pertinente dell’attuale crisi economica. Confesso che il suo blog mi era stato segnalato da tempo ma io, per una ragione o per l’altra, forse avendone letto all’epoca qualche post che non mi aveva convinto, o forse infastidito da un’aggressività che trovo anche in questo post, non l’avevo mai seguito con la dovuta attenzione. E nel frattempo sul mio blog, riflettendo sulle medesime tematiche, sono arrivato a conclusioni simili alle sue. Trattandosi di conclusioni piuttosto rare di questi tempi, me ne rallegro e ne approfitto per farle un saluto. Conclusioni simili ma con la prima differenza che lei, probabilmente, ha assimilato e digerito la tradizione marxista in maniera esaustiva e rigorosa su un lungo periodo, mentre io la recupero in maniera funzionale perché nei testi di autori come Marx, Mattick o Clouscard ho trovato le sole analisi convincenti dei fenomeni economici che stiamo vivendo. E con la seconda, fondamentale, differenza che lei si pone con un’atteggiamento rivoluzionario (anche se il suo parlare qui di “uscire dal Capitalismo” resta eccessivamente vago) mentre io rivendico il punto di vista borghese e in mancanza di prospettive rivoluzionarie mi concentro ultimamente sulla critica del feticisimo keynesiano (veda se vuole il mio ultimo post). Certo è che questo tipo di prospettiva resta molto rara, completamente assente dagli scaffali delle librerie e dalle aule universitarie, eppure – io credo – sempre più pertinente. Trovato il corretto tono e linguaggio per esprimerla, essa può persino trovare un suo pubblico trasversale, e forse guarire qualche spirito dalle ubriacature populiste di destra e di sinistra. Dal mio punto di vista resta il vero problema – mi perdoni se le sembrerò tatcheriano – ovvero l’assenza di un’alternativa praticabile a questo processo di degenerescenza che chiamiamo capitalismo, o industrialismo, o modernità, o forse anche Storia. Forse ciò che inseguiamo è paragonabile a una “cura per la morte”: qualcosa di semplicemente impossibile. E dovremmo allora piuttosto meditare sul modo migliore di morire…
    Continuerò a leggerla.

    • La ringrazio molto per l’attenzione, per i complimenti e per le intelligenti, ancorché non tutte condivisibili, osservazioni. Leggerò senz’altro il suo post. Per adesso mi limito a precisare che con «uscire dal capitalismo» intendo evocare il “classico” (marxiano), quanto oggi inesistente, processo rivoluzionario. “Classico”, beninteso, nel senso che, per dirla con una vecchia formula, il Capitalismo non si riforma (anche perché la “riforma” non fa che rafforzarlo), si supera in avanti. Ovviamente previo abbattimento dello Stato capitalistico, il feroce Moloch messo a guardia dei vigenti rapporti sociali. Più facile a dirsi che a farsi? Sono il primo a riconoscerlo! Di nuovo la ringrazio e la saluto.

      • Tecnicamente lo si può riformare, perché appunto è questo che si fa da decenni: ma di certo non si riesce a risolverne le contraddizioni, anzi cercando di farlo le si peggiorano. Ma sul processo rivoluzionario e sull’abbattimento del capitalismo mi pare che lei si sia dilungato meno che sull’analisi della crisi, proprio come Marx e molti altri d’altronde! È in questo vuoto che proliferano gli spacciatori di droghe economiche e rimedi virtuali…

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