SULL’UCRAINA E NON SOLO

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Il Segretario di Stato John Kerry ieri ha dichiarato in un’intervista alla CBS, ripresa oggi da La Stampa, che «Non si può agire con i metodi del XIX secolo nel XXI secolo, invadendo un altro Paese con motivi costruiti e pretestuosi». Affermata da un esponente di punta della prima potenza imperialista del pianeta, la quale ha portato manu militari «la democrazia e lo Stato di diritto» in mezzo mondo (è dagli anni Quaranta che lo fa), la tesi suona abbastanza poco credibile, diciamo così.

Come sanno molto bene anche i realisti geopolitici, i bistrattati «metodi del XIX secolo» sono sovrapponibili, almeno nelle linee essenziali, a quelli del XX e del XXI secolo: sono, infatti, i metodi di dominio e/o di egemonia basati sulla forza delle Potenze che stiamo vedendo all’opera in questi giorni e in queste ore anche – non solo – in Ucraina. Piuttosto si tratta di capire la natura e l’evoluzione “strutturale” di questa forza.

Nei rapporti tra gli Stati i “dati sensibili” che davvero contano sono gli interessi (tattici e soprattutto strategici, fondati anche sul retaggio storico) e la forza relativa di ogni competitore. Le anime belle del progressismo mondiale affettano di credere nella buona volontà politica degli statisti, i quali se solo volessero potrebbero inaugurare la mitica epoca kantiana della pace perpetua; ma non sono poi così stupidi da non comprendere le profonde ragioni della forza. E difatti, all’occorrenza, a gran parte di loro basta un solo minuto per gettare nella pattumiera la colomba di Picasso e afferrare la metaforica spada: «Anche la democrazia e lo Stato di diritto sanno essere forti!». A tal proposito non ho mai nutrito dubbi di alcun genere. Hitler, invece, sottovalutò alquanto, oltre tutto il resto, la capacità combattiva delle «degenerate democrazie occidentali»: l’ideologia fa di questi brutti scherzi, a “destra” come a “sinistra”.

Intanto, per la pace perpetua bisogna ancora andare nei cimiteri.

Nel moderno Capitalismo, la forza in questione si declina in primo luogo in termini economici: alta capacità produttiva, forte dinamismo tecnologico, alta competitività globale (sistemica, ossia economica, scientifica, tecnologica, istituzionale, culturale) di un Paese. Sotto questo essenziale aspetto, gravemente sottovalutato da chi rimane impigliato nella fenomenologia politico-militare della competizione interimperialistica, paesi come la Germania, il Giappone e la Cina incarnano meglio degli altri l’intima natura del moderno Imperialismo, la quale peraltro, presto o tardi, non può mancare di darsi un’adeguata proiezione politica. E quando parlo di politica naturalmente alludo anche al necessario momento militare.

L’Unione Sovietica perse la “guerra fredda” fondamentalmente sul terreno della competizione squisitamente capitalistica, cioè a dire a causa delle sue molte e gravi magagne strutturali, sintetizzabili nel tipo di capitalismo che venne a delinearsi a partire dalla fine degli anni Venti soprattutto per alimentare le ambizioni di potenza dell’«eterna Russia». Non poche di quelle magagne continuano a tormentare la struttura economica del grande Paese che il “falco” Richard Perle ha definito «Uno Stato fallito con molto petrolio».

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Su un post di qualche giorno fa scrivevo: «Intanto cresce l’attivismo tedesco nella scottante vicenda geopolitica, a ulteriore dimostrazione che non è concepibile un’Unione europea che non sia a trazione (leggi egemonia) tedesca. E i “cugini” francesi rosicano. Chi pensa che con l’Ucraina la Germania stia giocando una partita per conto degli Stati Uniti si sbaglia di grosso». Mi sembra che l’atteggiamento “conciliante” e “dialogante” della Merkel, che appare ancor più significativo se messo a confronto con quello “più assertivo” di Francia e Inghilterra, confermi quella lettura. Naturalmente la situazione rimane molto fluida e fare delle previsioni attendibili non è certo semplice, o quantomeno la cosa è fuori dalla mia portata. L’Italietta come sempre cerca di non scoprirsi troppo, ma i suoi interessi vanno decisamente nella direzione della Germania: il Bel Paese fa molti affari con l’amico Putin.

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A proposito dell’amico Putin! Oggi Vittorio Feltri è andato a sedersi fra i tifosi delle ragioni (imperialistiche) della Russia. «Il presidentissimo» Vladimir non è certo uno stinco di santo, ha scritto Feltri, ma non bisogna dimenticare cosa c’era prima di lui in Russia: «un regime comunista, la dittatura del proletariato». Nientedimeno! A mia insaputa, è proprio il caso di dirlo. Occorre dunque essere meno ipocriti e meno severi, ha concluso Feltri, nel giudicare la politica estera del nuovo Zar, anche perché il vizietto di esibire i muscoli non è certo di sua esclusiva competenza. Non c’è dubbio.

Come sempre, la contesa capitalistica mondiale non è un pranzo di gala. Per questo bisogna tenersi alla larga, molto alla larga, dalle opposte tifoserie dei fascisti e degli stalinisti, dei filoeuropei e dei filorussi. Denunciare il carattere ultrareazionario di queste opposte (ma convergenti, quanto a risultato valutato in termini classisti) tifoserie significa attenersi al minimo sindacale di una posizione dignitosamente critico-radicale. Il minimo sindacale, niente di più.

Un’ultima – maligna? – domanda: se al governo del Paese ci fosse stato l’odiato Cavaliere Nero, l’italico pacifismo sarebbe sceso in strada contro il «fascista Putin amico di Berlusconi»?

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