PAOLO FERRERO, LA LISTA TSIPRAS E IL «PRINCIPIO SPERANZA»

146347613_wide-b1e2a6d0c5326dbdb0c88c304f50ba56a39a17e8Per il leader del partito che vuole rifondare lo statalismo (che molti si ostinano ad associare, vai a capire poi perché, al “comunismo”), «La lista Tsipras rovescia l’ordine del discorso». La frase suona un po’ vendoliana, ma ha una sua efficacia semantica, diciamo così. Tuttavia, prima di tranciare conclusioni definitive vorrei capire un po’ meglio di cosa parla il simpatico leader.

«Il problema non è euro sì o euro no. L’alternativa non è tra uscire dall’euro o rimanere nell’euro». Bravo! Infatti, come sa chi cerca di attenersi a un punto di vista critico-radicale appena appena decoroso, l’alternativa vera è tra le diverse politiche (di “destra”, di “centro”, di “sinistra”, di sotto, di sopra) tese a conservare lo status quo sociale in Italia, in Europa e nel mondo, e la lotta di classe anticapitalistica condotta a tutti i livelli, “a 360 gradi”: dalla lotta operaia e proletaria per strappare, qui e subito, migliori condizioni di vita e di lavoro, fregandosene bellamente delle compatibilità aziendali, nazionali e continentali; a quella di più largo respiro (ma intimamente connessa alla prima) che si pone l’obiettivo di superare con uno scatto rivoluzionario in avanti il vigente regime sociale sempre più asservito all’economia basata sulla ricerca del massimo profitto. Altro che uscire dall’euro: si tratta piuttosto di uscire dal Capitale! Bravo Paolo, vai avanti così che ti seguo. Ma qualcosa dentro amleticamente mi rode.

Vuoi vedere che adesso mi tocca fare una severa autocritica anche a proposito dei rifondatori?! Ti prego, compagno Ferrero, salvami da quella pratica così sconveniente al mio carattere orgoglioso! E poi, Tsipras rovescerà pure «l’ordine del discorso», come tu narri in concorrenza all’amico Nichi (peraltro piuttosto nei guai negli ultimi tempi), ma di sostenerlo non se ne parla nemmeno, perché neanche sotto tortura abbandonerei la mia vecchia consuetudine astensionista: mai abbandonare le buone abitudini!

eleuro28Paolo Ferrero è un personaggio assai generoso e mi dà subito una mano: «Questo indirizzo politico parte da un presupposto molto semplice: l’Europa è un continente ricco, come ricca è l’Italia». Ecco, pericolo scampato! Grazie, caro leader!

A questo punto però bussano alla mia mente delle domande (poche, causa esiguo spazio…) per l’amico sinistrorso: ancorché ricca, l’Europa non è forse uno spazio sociale dominato ormai da qualche secolo dai rapporti sociali capitalistici, ossia da rapporti sociali di dominio e di sfruttamento? E la stessa cosa non vale forse per la «Repubblica nata dalla Resistenza» (non a caso fondata sul lavoro salariato: vedi art. 1 della «Costituzione [borghese] più bella del mondo»)? E ancora: la vigente ricchezza non si “declina” forse in termini schiettamente capitalistici? Francamente, dopo quello che Marx ha scritto sul Capitalismo non me la sento di ragionare in termini di ricchezza e di povertà senza fondare questi due antidiluviani concetti su un solido terreno classista. Ma, si sa, per i rifondatori dello statalismo (o dello «spazio pubblico comune», come dicono cercando di nascondere la lunga coda di paglia), lo slogan elettorale «anche i ricchi piangano» rimane il massimo concepibile in termini di teoria (che parolona!) e di prassi.

«La strada che noi proponiamo è l’abbandono delle politiche di austerità utilizzando la disobbedienza unilaterale ai trattati come forma concreta di trattativa e di pratica di una politica alternativa». Al di là della sua effettiva praticabilità sulla scorta degli attuali rapporti di forza intercapitalistici e interstatali, la «politica alternativa» che propongono Ferrero e i suoi colleghi diversamente europeisti è tutta radicata sul terreno della competizione capitalistica tra sistemi-paese concorrenti (il Fronte del Nord a guida germanica versus il Fronte del Sud a guida ancora non pervenuta), e quindi non fa che confermare un ordine sociale che a mio avviso va reciso alla radice e contrastato per mezzo di lotte sociali ad ampio spettro. Solo la lotta (degli operai, dei disoccupati, degli strati sociali azzannati dalla crisi economica e declassati) condotta fuori e contro i partiti e i sindacati di regime può assestare un effettivo colpo alle «politiche di austerità» lamentate da Ferrero, e può farlo sviluppando al contempo lo spirito d’iniziativa dei nullatenenti, l’obiettivo di gran lunga più importante, e per questo il più temuto dalla classe dirigente di un Paese. La logica della delega (politica e sindacale) è l’oppio che non permette ai proletari di diventare, per dirla con l’avvinazzato di Treviri, classe per sé e non per il Capitale. L’autonomia di classe è al centro del mio “programma politico”. Per onestà intellettuale devo ammettere che con un simile programma non si possano prendere voti. Né molti né pochi. Zero. Me ne farò una ragione!

Insomma, per quanto mi riguarda il tema che può fare avanzare il pensiero e la prassi nella giusta (anticapitalistica) direzione non è se restare nella moneta unica e nell’Unione europea, magari riformata in chiave progressista, o uscirne, ma piuttosto se restare o uscire dalla logica capitalistica, la quale trova conferma tanto nelle politiche austere della “destra neoliberista”, quanto nelle politiche distributive (peraltro la solita e sempre più rancida minestra keynesiana) della “sinistra alternativa”; sia nella rivendicazione della sovranità politica ed economica (e su questa chimera fascisti e stalinisti la pensano allo stesso modo), sia nella rivendicazione di «un’altra Europa».

«La crisi non è frutto della povertà dell’Europa ma di una ricchezza mal distribuita e di una politica economica che accentua questa cattiva distribuzione favorendo gli speculatori, la grande finanza, le grandi imprese. Per uscire dalla crisi basta rovesciare le politiche fatte sinora, redistribuendo la ricchezza, redistribuendo il lavoro, redistribuendo il potere e praticando una riconversione ambientale e sociale dell’economia. La disoccupazione, la precarietà, la paura del futuro non sono il frutto di una maledizione divina ma delle politiche di austerità incarnate dai trattati europei». È da quando esiste il moderno Capitalismo che i riformatori sociali cercano di raccontare ai senza riserve, a chi è costretto a vendersi sul mercato del lavoro per vivere, la favoletta secondo la quale la colpa delle crisi e delle altre magagne sociali è da attribuirsi alla cattiva volontà dei politici. Maledette non sono «le politiche di austerità incarnate dai trattati europei», maledetto è il Capitalismo tout court, dagli Stati Uniti alla Cina, dal Cile al Venezuela («rivoluzione bolivariana» compresa!), dall’Europa a trazione tedesca alla Russia del virile Putin, il seduttore di molti “antimperialisti” italioti – che fa pure rima con…

«Occorre partire dalla possibilità concreta del cambiamento non dalla paura. Occorre far leva sul principio di speranza, non sul terrore irrazionale». Ben detto! Ma il «principio speranza» si rovescia in un’ideologia ultrareazionaria se aderisce, di fatto, all’idea che un altro Capitalismo (più equo, più solidale, più ecologicamente sostenibile, più “umano”) è possibile. Il Capitalismo che ha il volto di Tsipras per me non si differenzia in nulla di sostanzialmente diverso dal Capitalismo che ha il volto della Merkel: sono, infatti, le facce di una stessa cattiva medaglia, e per quanto mi è possibile, ben consapevole di muovermi su un terreno ultraminoritario, faccio di tutto per convincere i miei colleghi proletari a non impiccarsi all’albero di “destra” piuttosto che a quello di “sinistra”, magari solo “tatticamente”, come mi sussurrano certe astute mosche cocchiere.

Lo so, non è di buon auspicio...

Lo so, non è di buon auspicio…

La sola speranza ben fondata è, a mio giudizio, quella che acquista la coscienza della vigenza del Dominio e della possibilità, hic et nunc, della Liberazione. Per questo mi batto da sempre contro coloro che con zelo hanno cercato di chiudere alla speranza ogni fessura, ogni crepa che si è aperta nel mostruoso edificio capitalistico: i cosiddetti “comunisti”.

Ricapitolando! Ferrero, da buon italiano/europeo keynesianamente orientato, vuole salvare l’Europa e il Bel Paese dalle «peggiori e più folli politiche neoliberiste»; per me si tratta invece di organizzare la fine di una società che non può che essere ostile alle classi subalterne in particolare, e alla stessa possibilità di una vita autenticamente umana in generale – e le due cose sono tra loro intimamente connesse: dove insiste la divisione in classi sociali degli individui è esclusa in radice la possibilità di un’esistenza autenticamente umana, ossia libera, razionale, orientata alla felicità.  Per Ferrero il Nemico da combattere non è il rapporto sociale capitalistico «in sé e per sé», prescindendo dalle sue contingenti manifestazioni politico-ideologiche; per lui i nemici si chiamano Angela Merkel, Martin Schulz, Renzi, Grillo, Salvini. E il cattivone di Arcore? Silvio non toglie neanche un voto alla lista Tsipras! Forse.

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6 thoughts on “PAOLO FERRERO, LA LISTA TSIPRAS E IL «PRINCIPIO SPERANZA»

  1. Ciao Sebastiano, in questo post evidenzi come, a parer tuo, siano necessari non solo dei passaggi precisi per pervenire ad una nuova ipotetica società, ma ne individui la prassi, forse piu’ che legandoti ad una situazione attuale, facendo riferimento a fatti storici, in particolar modo in questo passo nel quale scrivi: “dalla lotta operaia e proletaria per strappare, qui e subito, migliori condizioni di vita e di lavoro, fregandosene bellamente delle compatibilità aziendali, nazionali e continentali; a quella di più largo respiro (ma intimamente connessa alla prima) che si pone l’obiettivo di superare con uno scatto rivoluzionario in avanti il vigente regime sociale sempre più asservito all’economia basata sulla ricerca del massimo profitto.”. Ora io ho provato a far quadrare questo pensiero con quanto vedo intorno a me, ammetto che, probabilmente, la mia è una visione limitatissima, ma proprio per provare ad allargarla piu’ volte, per tempo limitati ho provato ad andare a vedere cosa si facesse nella pratica in riferimento al primo punto, ossia quello della “lotta operaia” per il “qui e subito”. Le esperienze a cui ho assistito, seppur animate da bisogni sentiti come primari da chi le attuava, non hanno mai dato la possibilità ai soggetti che le interpretavano di divenire forza e coscienza piu’ completa, direi “di classe”. Molto probabilmente, mi sono detta, una istituzione come quella sindacale non è piu’ in grado di corrispondere a questa finalità e questo per molti motivi che sono rintracciabili sia nella compromissione di queste organizzazioni con gli interessi nazionali (capitalistici), sia nel significato che anche a causa di questo loro procedere hanno assunto agli occhi dei piu’. Pensare ad un sindacato che si formi in base a regole diverse penso sia fallimentare, infatti per un’impresa del genere ci sarebbe bisogno di soggetti capaci di accollarsi su di sè i vari rischi, soggetti quindi autonomi e critici quando audaci, qualità che non mi sembra possano essere presenti nell’attuale tempo storico nel quale siamo immersi. D’altronde, pur volendo ipotizzare l’esistenza di queste individualità non potremmo con la stessa facilità immaginare che possano trovare riscontri in un numero ampio di persone e in questo tipo di lotte un requisito necessario è, appunto, quello numerico.
    Quindi mi chiedo, come si puo’ oggi ipotizzare ancora che il proletario metta in moto delle azioni di lotta per l’ottenimento “qui e subito” di condizioni migliori di vita? Non nego, ripeto, che assolutamente esistono delle lotte di tal fatta, ma vengono risucchiate immediatamente nel vortice o degli interessi di un Sindacato grosso che deve mantenersi in vita o di piccole organizzazioni animate da chi vuol, allo stesso modo, mantenere un’identità la cui esistenza esula assolutamente dagli interessi dei proletari. Insomma il fatto che io non riesca ad immaginare che una tale cosa sia possibile mi fa dubitare assai della validità di quel tuo enunciato. Nella speranza, come sempre, di essermi espressa con chiarezza, seppure in modo molto prolisso, ti saluto!

    • Più che a una possibilità immediata, e tanto meno a un dato di fatto, mi sono richiamato piuttosto a una necessità, che peraltro rimonta assai indietro nel tempo. Più che l’ottimismo mal riposto, di solito mi si rimprovera un eccesso di pessimismo.
      Ho avanzato un obiettivo, che postula una prassi politica oggi tutta da inventare, e anche la tua riflessione si colloca dentro questo ambizioso progetto.
      Tieni presente che il mio interlocutore immediato non è il proletariato inteso come classe (non sono così ingenuo e politicamente sprovveduto, né così megalomane), ma chiunque (una più che esigua minoranza) si ponga oggi il problema della soggettività politica rivoluzionaria. Alludo all’organizzazione-partito? Non c’è dubbio. Questo significa, per inciso, che come altri hanno risolto o semplicemente approcciato il problema, non trova il mio interesse. Di qui la mia solitudine politica, almeno per quanto riguarda la militanza organizzata.
      Quando parlo delle lotte “economiche” dei lavoratori e dei proletari in genere, non penso alla forma sindacale tradizionale di organizzazione, la cui “spinta propulsiva” si esaurì, almeno nei paesi capitalisticamente avanzati, già agli inizi del secolo scorso. Penso di aver scritto qualcosa in merito parecchi anni fa; devo cercare nel mio “archivio”, e se la cosa ha un minimo senso non mancherò di socializzarla. Purtroppo anche su questo terreno siamo praticamente all’anno zero, perché le vecchie forme, anche quelle un tempo più adeguate a una prassi autenticamente rivoluzionaria, oggi non sono replicabili. Insomma, il nuovo Manifesto del partito comunista e il nuovo Che fare? aspettano ancora di essere scritti. Lo saranno?
      Sei sempre chiara senza essere prolissa. Ciao!

      • Ciao Seba, ti avevo risposto, ma mi sa che non ho inviato il commento. In sintesi ti ringraziavo per avermi esposto con tanta essenzialita’ e chiarezza, il tuo punto di vista che condivido in tutto. Era proprio quello che volevo esprimere nel primo commento, buona serata!

  2. Ciao Sebastiano, ti ringrazio, come sempre, per l’esauriente risposta i cui contenuti condivido in pieno. La mia titubanza era ed è relativa proprio al fatto che le forme vecchie non sono piu’ replicabili ed anche alla parte proprio finale del tuo commento! Grazie per la chiarezza e l’essenzialità con cui hai esposto il concetto! Alla prossima!

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