XI JINPING E IL SOGNO CON CARATTERISTICHE CINESI

34204Scrive Alessandro Mauceri a proposito della Cina e alla vigilia del tour europeo del «nuovo Imperatore rosso» Xi Jinping: «La realtà è che anche nell’ultimo baluardo del comunismo, i principi di uguaglianza e di parità (se mai sono esistiti) sono scomparsi e non da oggi, ma da molto tempo» (Cina. C’era una volta il Comunismo, Notizie geopolitiche, 24 marzo 2014). Io mi permetto di rettificare, in questo senso: l’«ultimo baluardo del comunismo» già ai tempi di Mao non aveva nulla a che fare con il comunismo, salvo quell’accozzaglia di simbolismo e di fraseologia pseudo comunisti che a suo tempo tanto impressionarono favorevolmente il sinistrismo europeo alla ricerca di una nuova «Patria del Socialismo» dopo che l’Unione Sovietica volle concedersi il lusso della “distensione” con gli odiati amerikani. Proprio qualche giorno fa scrivevo: «Se un rimprovero si deve dunque muovere alla “nuova sinistra”, e per la verità allo stesso Carlo Formenti, è quello di non avere fatto i conti fino in fondo con lo stalinismo; non solo, ma di avere a un certo punto contrapposto a esso ideologie e “modelli sociali” che proprio nello stalinismo e nell’esperienza russa post-rivoluzionaria avevano la loro radice. Alludo ovviamente al maoismo e al “comunismo cinese”, in primo luogo, e poi al castrismo, al guevarismo e via di seguito. […] Mutatis mutandis, in Cina il maoismo rappresentò l’ala più radicale, e alla fine vincente, della rivoluzione nazionale-borghese basata sui contadini. La fragile natura proletaria del comunismo cinese evaporò alla fine degli anni Venti, anche grazie all’intervento di Mosca nella lotta di classe in Cina. Che il Partito di Mao si proclamasse “comunista”, come il cugino russo, può forse fare qualche differenza in sede di analisi storica? Certamente. Ma in questo senso: grazie allo stalinismo e alla sua variante cinese nel mondo è circolato un mito (o una balla speculativa) che con il socialismo non aveva nulla a che fare. E ne piangiamo ancora le conseguenze, come lo stesso Formenti conferma» (Chimere letali).

Ecco perché non mi sento affatto spiazzato, tutt’altro, quando leggo affermazioni come quelle che seguono: «Dopo il fallimento dell’URSS come Paese “comunista”, il vessillo di baluardi del comunismo del ventunesimo secolo era rimasto solo nelle mani di nazioni come Cuba o la Cina. Poi, venuta meno la pressione su Cuba della Russia (troppo indaffarata a risolvere problemi interni) e la figura carismatica di Castro, a fregiarsi di Paese “comunista” rimase solo la Cina. E con questo aggettivo oggi continuano a presentarsi quanti risiedono ai vertici del partito e quanti governano il Paese sotto un ritratto di Mao Tse Tung. […] I cinesi di una certa età ricordano bene le privazioni e lo stato di miseria prima del 1979, cioè prima che Deng Xiaoping aprisse la Cina all’economia di mercato. Fu allora che il Paese decise di aprire le proprie frontiere e di legarsi a doppio filo all’economia dei Paesi più industrializzati (che erano anche dei grandi acquirenti)» (Cina. C’era una volta il Comunismo).

Insomma, secondo Mauceri il “comunismo” significò per i cinesi la miseria, mentre il Capitalismo, sebbene con caratteristiche cinesi, spalancò loro la strada che mena alla ricchezza, o quantomeno a una vita più dignitosa e meno stentata. A mio modesto avviso le cose non stanno affatto così. Dopo la morte di Mao il Paese imboccò con decisione la strada della transizione da una struttura capitalistica di un certo tipo, la quale, sebbene tra mille limiti e contraddizioni, assicurò alla Cina 1. l’indipendenza nazionale, anche nei confronti della sempre più invadente Unione Sovietica, 2. la coesione nazionale, da sempre minata da forti spinte centrifughe (nazionali, etniche, culturali, ecc.), e 3. un certo grado – assai basso, per la verità – di modernizzazione capitalistica (come si vede, obiettivi schiettamente borghesi); a una struttura capitalistica di un tipo diverso, in grado di superare la perdurante crisi economico-sociale che minava le conquiste politiche del Paese, a cominciare dalla sua autonomia nei confronti delle potenze mondiali, e di affrontare quindi in modo adeguato le nuove sfide interne e internazionali.

imagesPCDPC06GNessuna transizione, dunque, dal socialismo «con caratteristiche maoiste» al «socialismo di mercato» inaugurato da Deng Xiaoping nel 1978, come cianciano i filocinesi di derivazione maoista e terzomondista. La «transizione» si svolge tutta nel segno della continuità capitalistica e, cosa da valutare con grande attenzione, della continuità nazionale, ossia nel segno della Cina come Potenza Sistemica Mondiale, prima in fieri, in potenza, e adesso in forma dispiegata. Sotto questo (capitalistico) aspetto, Mao Tse-tung ha lavorato bene in circostanze davvero eccezionali. Ma è una medaglia appesa al petto del Capitale cinese, non certo a quello del proletariato cinese. La stessa strage di Piazza Tienanmen nel giugno dell’89 si spiega con le tensioni sociali e nazionali generate dal processo cui ho fatto cenno.

«Il presidente Xi Jinping ha usato le celebrazioni per il 120mo anniversario della nascita di Mao Zedong, lo scorso 26 dicembre, per legittimare le sue politiche conservatrici – e la concentrazione del suo potere al vertice dell’apparato del partito-Stato. […] In linea con la serie di esortazioni fatte dopo essere divenuto capo del Partito al 18mo Congresso nel novembre 2012, il supremo leader 60enne ha sottolineato l’imperativo della “fede nel socialismo con caratteristiche cinesi”. Lodando Mao per aver “risolto in modo creativo l’importante questione di sintetizzare il Marxismo-leninismo con le realtà cinesi”, Xi ha ripetuto che i cinesi dovrebbero con orgoglio mostrare la loro “autostima nel nostro cammino, nelle nostre teorie e nelle nostre istituzioni”. Il presidente e comandante in capo ha reso omaggio al principio maoista di “indipendenza e autodeterminazione” che – ha detto – ha escluso [la possibilità] che la Cina copiasse alcun modello straniero, specie quelli dell’occidente capitalista. “Nessun popolo o nazione è divenuto forte e rinvigorito confidando su forze estranee o seguendo strettamente le orme degli altri”, ha aggiunto. “Ciò porterebbe solo al fallimento o al risultato di divenire un Paese vassallo di altri” (Asia News, 15 gennaio 2014). Qui Xi allude in primo luogo all’Unione Sovietica in piena decadenza di Gorbaciov e alla Russia «corrotta e serva del Capitalismo occidentale» dell’ubriacone Eltsin. Proprio per sottrarre il Paese al “destino” sovietico la classe dirigente cinese decise, alla fine degli anni Settanta, con l’ascesa al vertice del regime cinese di Deng Xiaoping nel 1978 e dopo la «sconfitta interna dei maoisti radicali che volevano ricominciare la Rivoluzione culturale» (Paul Krugman), di avviare la non più procrastinabile perestrojka «con caratteristiche cinesi», che ebbe appunto nel massacro di Piazza Tienanmen del giugno 1989 un momento drammatico e decisivo. Se Mao, negli anni Cinquanta, aveva guardato al Capitalismo «con caratteristiche sovietiche» come modello di accumulazione accelerata e di passaggio alla modernità, salvo ricredersi abbastanza rapidamente, Deng studiò bene e cercò di implementare in Cina il modello sperimentato con successo a Singapore, a Taiwan, nella Corea del Sud. Sappiamo com’è andata.

«In effetti, nel suo ormai famoso discorso dello scorso dicembre sul trarre la giusta lezione dal collasso del Partito comunista nell’Unione sovietica, Xi notava che il Pcus ha compiuto un errore fatale nel denigrare Lenin e Stalin. Il risultato del loro abbandono dei padri fondatori – ha messo in luce X – [è stato che] “i membri del partito degli ultimi tempi sono annegati nel nichilismo storico”. E ha aggiunto: “I loro pensieri divennero confusi, e i differenti livelli dell’organizzazione del partito divennero inutili”» (Asia News). Questo richiamo alla necessità di non mettere in discussione il cemento ideologico che bene o male tiene ancora unito il PCC la dice lunga sulle gigantesche tensioni sociali (nonché nazionali, etniche, religiose, culturali, ecc.) che scuotono il Paese e che hanno un puntuale riscontro nel Partito-Stato. Detto en passant, l’accostamento di Stalin a Lenin mette in luce il reale fondamento del maoismo come ideologia ufficiale dello Stato cinese, ossia il suo retaggio stalinista. Come sa chi ha la pazienza di leggere le mie modeste cose, mettere insieme Lenin e Stalin per me equivale a mettere insieme la Rivoluzione e la Controrivoluzione: impresa impossibile perfino per i “comunisti” con caratteristiche cinesi. Ma anche per quelli con caratteristiche italiote, a dire il vero!

CHINA_(IT)_140114_Xi_Invokes«La verità», scrive Mauceri, «è che, da almeno un decennio, la Cina si trova ad un bivio: da una parte ci sono i leader del partito comunista cinese che temono di perdere l’enorme potere accumulato negli anni e il controllo sul popolo; dall’altra, un ristretto numero di soggetti (rispetto al totale dei componenti il Parlamento) che teme che la crescita eccessivamente veloce dell’economia del Paese possa portare al collasso una società sempre più disuguale e divisa proprio da questa crescita. In Cina è in corso una vera e propria guerra interna per il controllo del potere tra chi per decenni ha fatto credere alla popolazione che tutti hanno gli stessi diritti e doveri e, facendolo, ha potuto gestire enormi vantaggi e enormi poteri e chi, invece, vuole mettere da parte qualsiasi ideologia e, proprio come avviene nei Paesi occidentali, fare ciò che vuole per accrescere le proprie ricchezze nascondendosi dietro la maschera di paladini del bene comune». Ieri Le Monde scriveva che la «ricentralizzazione del potere» in Cina attuata da Xi Jinping fa pensare a un ritorno di fiamma del maoismo nel Celeste Imperialismo, prospettiva che agita i sogni dei miliardari cinesi e dei «principini rossi».

In realtà non c’è alcun “ritorno”, e da Mao in poi le battaglie ideologiche che si sono periodicamente accese nel seno del cosiddetto Partito Comunista Cinese hanno sempre avuto un preciso significato politico e sociale, ovviamente del tutto diverso da quello raccontato in Occidente da chi si è lasciato suggestionare dalla ridondante fraseologia pseudo marxista cara ai leader cinesi. Ad esempio, ai tempi del Grande Timoniere le diverse fazioni del PCC si sono date battaglia sul modello di sviluppo capitalistico più adeguato alla società cinese e alle sue ambizioni di potenza – di qui, ad esempio, l’abbandono del modello di sviluppo sovietico già nei primi anni Sessanta, e la conseguente polemica maoista sul «revisionismo» post-staliniano. Solo i credenti in Mao basati in Occidente hanno voluto vedere in quella furibonda lotta intestina, combattuta con tutti i mezzi necessari (roba da far impallidire un Machiavelli, per intenderci), l’espressione di una “lotta di classe” tra proletariato «in ascesa» e borghesia «in declino» ma pronta a vender cara la pelle prima di esalare l’ultimo respiro, aderendo in toto alla propaganda politico-ideologica maoista.

«I generali dell’esercito hanno giurato di portare avanti i precetti maoisti di politica estera militare ed aggressiva, specie nel campo del “combattere l’imperialismo”. In un seminario sulle dottrine di Mao sulla difesa nazionale, tenutosi all’Accademia delle scienze militari, il direttore del Dipartimento generale di politica, gen. Zhang Yang, ha detto che “il pensiero militare di Mao è una forte arma ideologica per annientare i nemici e vincere le guerre”.  Facendo un collegamento fra il pensiero di Mao e il “sogno cinese” del Comandante in capo Xi, il gen. Zhang ha chiesto agli ufficiali e alle truppe di studiare con attenzione le istruzioni del Grande Timoniere, “così da rafforzare la nostra coesione e realizzare il sogno cinese e il sogno del nostro forte esercito”» (Asia News). Che il generale Zhang, fulgida espressione dell’Imperialismo con caratteristiche cinesi, consideri «il pensiero militare di Mao una forte arma ideologica per annientare i nemici e vincere le guerre» può stupire solo qualche maoista ritardatario. Diciamo così. L’aumento della spesa militare in Cina conferma come i «cari leader» di Pechino stiano facendo di tutto per realizzare «il sogno cinese»: «La Cina aumenta la spesa militare. Il budget della Difesa registrerà quest’anno una crescita del 10,7%, per un totale di 720,2 miliardi di yuan (l’equivalente di 88,8 miliardi di euro e 91 miliardi di dollari). Il bilancio militare di Pechino si conferma al secondo posto nel mondo ma resta comunque inferiore di oltre cinque volte a quello degli Stati Uniti, che è di 534 miliardi di dollari. La notizia è stata diffusa nel primo giorno dell’Assemblea nazionale del Popolo, che sancirà il passaggio del testimone dalla vecchia classe dirigente che ha guidato il Paese negli ultimi dieci anni ai nuovi leader» (Il Sole 24 Ore, 5 marzo 2013). Inutile dire che il sogno con caratteristiche cinesi è un incubo, esattamente come quello che ci ammannisce tutti i giorni che il Capitale manda in Terra l’Imperialismo delle altre Potenze attive sulla scena mondiale.

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