1914-2014. LA GRANDE PAURA

foto_minihome11Ricordiamo il vecchio adagio: si vis pacem, para bellum: se vuoi il mantenimento della pace, sii sempre disposto alla guerra. Sarebbe ora di modificare questo adagio e di dire: si vis vitam, para mortem: se vuoi sopportare la vita, impara ad accettare la morte (S. Freud, Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte, 1915).

Nonostante non fosse affatto un antimilitarista, e avesse anzi sostenuto senza infingimenti la necessità per l’Italia di non lasciar cadere la grande occasione offerta dalla Prima guerra mondiale, Federico De Roberto seppe raccontare con un’invidiabile onestà intellettuale gli orrori del «Secondo Risorgimento Italiano». Ciò è dimostrato dai passi che seguono: «Ma se la morte è acquattata, vigile, pronta a balzare e a ghermire; se bisogna andarle incontro fissandola negli occhi, senza difesa, allora i capelli si drizzano, la gola si strozza, gli occhi si velano, le gambe si piegano, le vene si vuotano, tutte le fibre tremano, tutta la vita sfugge; allora il coraggio è lo sforzo sovrumano di vincere la paura; allora la volontà deve irrigidirsi, deve tendersi come una corda, come la corda del beccaio che trascina la vittima al macello» (La paura, 1921). La volontà che si irrigidisce come la «corda del beccaio» e la guerra come «macello»: niente male per uno scrittore devoto alla Patria.

In occasione del centenario della Prima carneficina mondiale, spacciata appunto come «Secondo Risorgimento» dagli italici interventisti d’ogni tendenza politica, e teorizzata come «igiene del mondo» dai futuristi, la casa editrice E/O ha ristampato quattro racconti dedicati alla Grande Guerra scritti dell’autore dei Viceré nei primi anni Venti (La Paura e altri racconti della Grande Guerra, 2014). In questi racconti è messo dentro il cono di luce soprattutto il vuoto di significato per i soldati circa la natura di quella guerra, la quale li vedeva nel ruolo di impotenti e incoscienti vittime/carnefici. Si versa il proprio e l’altrui sangue senza nemmeno sapere davvero il perché, senza afferrarne lo scopo, il senso, non solo quello “ultimo”, ma anche quello più immediato accessibile a menti non avvezzi a pensare in grande.

La sola certezza è offerta, inutile dirlo, dalla morte, che incombe fredda e scura come le notti trascorse nell’inferno delle trincee. «Pecora nera, pecora bianca: chi more more, chi campa campa». La vita come cinica ruota della fortuna: se la pallottola (o qualsiasi altra “sfiga”) del nemico becca te, anziché me, che pure ti sto accanto, può darsi che non sia ancora giunto il mio turno. E poi, male che vada, c’è sempre chi ci pensa: «Sor tenente, io ci ho moje e tre bambini… Caso mai, il Governo ce pensa lui, alla mia famija?». «Ma sì: il Governo ci pensa, ci penserà: lo sapete tutti che il Governo ci ha pensato!… Ma stammi allegro, perdio! Cos’è sta fifa?». Già, il Governo ci ha pensato… E poi, cos’è tutta questa fifa? Basta non pensare troppo alla cosa, meglio ancora sarebbe non pensare affatto, concentrarsi solo su topi, pidocchi e fame, e magari berci sopra un po’ di Grappa, che aiuta sempre.

La trincea non è il non-luogo nel quale è sospesa la Legge della Civiltà, come suggerisce anche De Roberto, ma piuttosto l’eccezione che illumina a giorno la normalità (la Regola) di una dimensione esistenziale dominata da rapporti sociali che negano con tetragona necessità ogni autentica umanità. Se non si coglie alla radice (la cui sostanza è storica e sociale, e solo in questo senso anche “antropologica” e “culturale”) questa maligna (nichilista) realtà, a mio avviso ogni discorso intorno alla libertà, alla responsabilità e alla razionalità dei «comportamenti umani» nelle diverse contingenze della vita, in “pace” come in guerra, assume i tratti di una odiosa e cinica menzogna. Purtroppo il soldato Morana non riesce a spalancare gli occhi della coscienza sull’orrore, e dominato dalla Paura “sceglie”, se così posso esprimermi, il proiettile a cui impiccarsi.

Seguono alcuni passi tratti da La paura.

Goerz1916_a«Be’, Morana: questa è la volta di far vedere come si compie il proprio dovere». Senza lasciare con gli occhi gli occhi del superiore, il soldato rispose: «Signor tenente, io non ci vado». Alla prima, Alfani credette d’aver frainteso. «Cos’hai detto?». Livido, Morana rispose, più forte: «Signor tenente, io non ci vado».

Invaso da un immenso stupore, l’ufficiale volse lo sguardo agli astanti. Taciti, immobili, agghiacciati, evitavano tutti di guardare il loro comandante, evitavano di guardarsi tra loro. L’orrore di ciò che avevano visto era superato dal terrore di ciò che udivano, da quel rifiuto d’obbedienza freddo, risoluto, premeditato. E dinanzi all’inaudito rifiuto il sentimento della disciplina insorse nella coscienza dell’ufficiale.

«Avete sentito, voialtri?» Nessuno rispose. Egli rise d’un falso riso. «Oh, oh!… Questa davvero che è nuova!» Poi non volendo e quasi non potendo credere: «Andiamo, Morana: guarda che non è tempo di scherzi. Piglia il tuo fucile, e svelto!».

Parve un momento che lo sguardo del soldato si smarrisse. Poi diede un lampo, e la voce strozzata ripeté la terza volta: «Signor tenente, io non ci vado». Alfani avvampò. Appuntandogli un dito contro il viso terreo e avanzandosi d’un passo, esclamò: «Tu?… Sei tu che ti neghi?… Un valoroso come te?… O non sei più il Morana del Passo dell’Antenna e del Casello di Breno? O non sei più quello che ha visto a faccia a faccia i diavoli di Libia e li ha fatti scappare?»

Improvvisamente, il soldato fu preso da un tremore che dalle mani e dalle braccia si diffuse a tutta la persona. Ed anche Alfani rabbrividì, mentre per l’aria agghiacciata stillavano le prime gocce di neve strutta.

«Ma cos’è?… Hai paura?… Anche tu?». Gli occhi smarriti, le labbra paonazze dicevano di sì, che egli aveva paura, tanta paura, una paura folle, ora che non si doveva combattere in campo aperto, ora che l’orrida morte era accovacciata lassù. E la pietà, una pietà impotente, tornò ad invadere il cuore dell’ufficiale dinanzi a quell’uomo che la legge della guerra gli dava il diritto di uccidere.

«Ma tu non sai che cosa significano le tue parole? Lo sai, è vero, che cosa importa rifiutare un ordine, qui?» Gli occhi, i soli occhi assentirono. «O dunque, va’!» Non rispose, ricominciò a tremare, arretrandosi come per istinto: e Alfani raccolse tutta la sua forza per riprendere ad esortarlo: «Or via, non me lo far ripetere!… Vedrai che l’austriaco non tirerà… Aspettiamo un poco: crederanno che abbiamo rinunziato a staccar la vedetta… Farò riprendere il fuoco dell’artiglieria, finché non lo ridurremo a star zitto!».

Ma l’altro si traeva ancora indietro, quasi sotto la minaccia del colpo mortale; e non tanto il rifiuto quanto l’irragionevolezza dalla quale gli pareva dettato arrovellò l’ufficiale. «Ma come?… Preferisci sei pallottole nella schiena ad una che può anche lasciarti vivo?».

getmediaLa morte, infatti, stava dinanzi al soldato; ma più certa e inesorabile e ignominiosa lo guatava anche alle spalle. Né lo sciagurato traeva più indietro il capo: lo abbassava, anzi protendendo tutto il corpo, come sul punto d’essere abbattuto dalla molteplice e infallibile scarica. Con più duro sforzo, con voce velata dalla commozione, Alfani riprese: «E forse che non siamo qui tutti per dare la nostra pellaccia?… Non ci siamo preparati tutti a crepare, dal giorno che partimmo?… Vuoi proprio mettere con le spalle al muro il tuo tenente che ti vuol bene, che vi vuol bene tutti, che darebbe la sua vita per quella dei suoi ragazzi?… Gli ordini, li sai?… Lo sai, che io debbo eseguirli?».

Vedendo che gli sguardi del tremebondo si volgevano ora ansiosi e supplici ai compagni, egli incalzò: «O vorresti che andasse ancora un altro?… Ma lo sai anche da te che il turno è sacrosanto, se non ci sono volontari».

Poiché lo sciagurato non si muoveva e si guardava ancora intorno, Alfani gridò sdegnosamente rivolto ai suoi uomini muti ed esterrefatti: «Soldati! Qui c’è un vigliacco che vorrebbe esser saltato!» Alla sferzata Morana sussultò, alzò il capo, e le guance livide, investite dalla pioggia, furono rigate da grosse gocce che parevano lagrime. «Chi di voi vuol prendere il posto del vigliacco?».

Risposero il silenzio delle altitudini, i rantoli dei caduti e il gracchiar dei rapaci roteanti di nuovo sulla piazzuola. «Allora, se non va nessuno…» E invaso dal disgusto, dal corruccio, dal ribrezzo, in una violenta reazione di tutto l’intimo essere suo, scotendo da sé la viltà dalla quale si sentiva guadagnare anch’egli, rompendo il ferreo cerchio dal quale si sentiva serrare, Alfani afferrò il moschetto del sergente rimasto appoggiato contro la scarpata interna, e si slanciò verso il pericolo in mezzo alle prime folate di nebbia che giungevano sulla trincea. Ma si sentì tosto inseguito, afferrato e trattenuto. Rispettoso ma concitato, il sottufficiale lo richiamava in sé, disarmandolo.

«Scior tenent!… Cossa el fa!… Lu el po minga!» «Lasciami andare, perdio!» «Lu no!… Lu el dev no lassà el so post!». Poi, tornando indietro, deposta l’arma dentro un cunicolo, investì violentemente il soldato: «Insomma, Morana: te vet, sì o no?». «E gli danno anche le medaglie!» gridò Alfani riavvicinandosi, in preda a un’eccitazione terribile dinanzi alla persistente immobilità e al cieco diniego di quell’uomo. «E portano il segno del valore!».

Parve che si desse un pugno in petto; ma col gesto violento si strappò i nastrini e li buttò a terra. «Via, questi stracci, se han da portarli i vili!».

Il tremore del soldato crebbe, spaventosamente; le stesse labbra scomparvero dalla faccia cadaverica. Nel silenzio attonito, più greve, ovattato dai vapori, una voce annunziò: «L’ispession!… El scior maggior!…». Afferrato allora il riluttante con le due mani per le spalle, Borga lo scosse forte, e gli gettò in faccia: «Di’, vôi, come l’è che femm?». Improvvisamente gli occhi di Morana lampeggiarono, mentre il corpo si torceva per sottrarsi alla stretta: «Ecco… così…».

Basilicata%205E prima che nessuno avesse tempo di comprendere che cosa volesse dire, che cosa stesse per fare, corse lungo il fosso, fino al cunicolo, si chinò ad afferrare il moschetto, ne appoggiò al ciglio di fuoco il calcio, se ne appuntò la bocca sotto il mento, e trasse il colpo che fece schizzare il cervello contro i sacchi del parapetto.

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