SULLA QUESTIONE UCRAINA

Un contributo

kiev1_6401.Il principio di autodeterminazione dei popoli sotto l’egida dell’Imperialismo è stato da sempre una cinica menzogna, e lo è ancor di più oggi, nell’epoca della sussunzione totalitaria del pianeta al Capitale. Citare acriticamente le posizioni di Lenin o di Trotsky relative alla questione dell’autodecisione nazionale elaborate in un’altra fase storica, stavo per dire in un’altra era geologica (per rimarcare i tanti e profondi mutamenti intervenuti da allora nella struttura economica e geopolitica del capitalismo mondiale), significa, a mio parere, obliterare la sostanza del metodo storico-dialettico che informarono quelle posizioni.

2. Il nucleo vitale di esse va rintracciato nel principio secondo il quale i marxisti si approcciano ai problemi nazionali «non dal punto di vista dell’utopia piccolo-borghese del capitalismo pacifico, non per motivi di “giustizia”, ma dal punto di vista degli interessi della lotta rivoluzionaria del proletariato della nazione dominante, contro il capitalismo». Mentre gli «utopisti piccolo-borghesi sognano l’eguaglianza e la pace tra le nazioni in regime capitalista» (Lenin, Il proletariato e il diritto di autodecisione, 1915), i marxisti all’opposto approcciano anche la questione nazionale dal punto di vista della rivoluzione sociale anticapitalista. Non bisogna d’altra parte dimenticare che nella polemica che lo oppose ai sostenitori dell’indifferentismo in materia di rivendicazioni nazionali nel quadro geopolitico europeo (pensiamo a Rosa Luxemburg), Lenin considerava la questione dal punto di vista di un marxista russo, ossia di un anticapitalista nato in un Paese che opprimeva molte nazioni, etnie, culture, e che, fra l’atro, «non ha ancora compiuto la sua rivoluzione democratica borghese» (Lenin). Per questo egli può parlare senza opportunistici peli sulla lingua della democrazia borghese in Russia e negli altri paesi ritardatari in termini di sviluppo capitalistico (basti pensare alla Cina e all’India) come di un fatto storicamente progressivo.

3. Ciò che intendo dire è che la sostanza concettuale di molte delle parole che l’anticapitalista usa per descrivere e per cambiare il mondo, muta di significato e di funzione al mutare della struttura sociale. Di certo Marx non riscriverebbe allo stesso modo la parte programmatica del Manifesto del 1848, pensato in un’epoca in cui, ad esempio, la borghesia tedesca radicale aveva ancora molto da dire in termini di progresso storico.

4. Appoggiare l’iniziativa politica della Russia in materia di “autodecisione dei popoli” significa sostenere le ragioni dell’Imperialismo russo, così come appoggiare l’iniziativa politica di Kiev tesa a difendere l’integrità del territorio nazionale significa sostenere le ragioni della classe dominante ucraina filo-occidentale e quelle dell’Imperialismo occidentale (europeo e americano), il quale non smette di attrarre la periferia dell’ex “Impero Sovietico” verso la sua orbita. Nel caso ucraino si confrontano insomma interessi che non solo nulla hanno a che spartire con gli interessi delle classi subalterne di tutte le nazioni coinvolte direttamente e/o indirettamente nella contesa, ma la cui difesa rafforza ed espande l’oppressione materiale e spirituale di quelle classi. Compito di chi non vuole dare il proprio contributo a questa contesa interimperialistica e interborghese dovrebbe essere quello di demistificare il contenuto ultrareazionario del conflitto in atto, mostrando la reale posta in gioco celata (piuttosto malamente, peraltro) dietro le frasi circa il diritto all’autodecisione dei popoli, la difesa della democrazia referendaria e/o elettiva, la difesa della sovranità nazionale, la difesa del diritto internazionale e via di seguito.

C_4_articolo_2030075_upiImagepp5. In questo senso è corretto dire che i problemi nazionali che oggi investono l’Ucraina sono in sostanza problemi dell’Imperialismo unitario (russo, americano, europeo, cinese). Imperialismo unitario ma non unico né privo di dialettica interna. Sotto questo aspetto, è importante cogliere tanto la dinamica interna al blocco europeo, fra i diversi paesi del Vecchio Continente (Germania, Francia e Inghilterra in testa, ovviamente), quanto la tensione dialettica che non smette di crescere tra questo blocco imperialista che da decenni cerca di darsi una coerenza (e qui il ruolo della Germania è centrale) e quello statunitense. Stati Uniti e Russia sono tentati di riproporre lo schema della Guerra Fredda proprio per tenere sotto più stretto controllo l’Europa. Tuttavia, oggi sembrano non esserci le condizioni per riporre una Guerra Fredda 2.0.

6. L’Imperialismo è unitario in primo luogo sotto questo peculiare significato, che la sua struttura e la sua logica interna non possono in alcun modo incrociare positivamente la lotta anticapitalistica del proletariato ovunque questa lotta dovesse dispiegarsi. «Il dominio di classe non è più capace di travestirsi con una uniforme nazionale; contro il proletariato i governi nazionali sono uniti»: questa tesi marxiana è il minimo sindacale teorico e politico che possiamo pretendere da un comunista (possibilmente non solo di nome) attivo nella Società-Mondo del XXI secolo.

7. In altri termini, non esistono imperialismi più/meno imperialisti degli altri, secondo le vecchie teorie terzomondiste che di fatto individuavano nell’Imperialismo occidentale praticamente il solo Imperialismo attivo sulla scena mondiale, e in ogni caso il nemico numero uno dei popoli. Nel XXI secolo il nemico numero uno delle classi dominanti del pianeta e della possibilità emancipatrice dell’intera umanità è appunto l’Imperialismo (o Capitalismo) unitario. Ciò peraltro implica dialetticamente la mia lotta contro le basi NATO in Italia e contro l’Imperialismo italiano in quanto militante critico-radicale (non voglio scomodare abusivamente altre definizioni) basato nel Bel Paese.

8. Tanto per essere chiaro fino in fondo: non verserò una sola lacrima (figuriamoci se una sola goccia di sangue!) nel caso in cui il Veneto, o qualche altra regione italiana, dovesse decidere di separarsi dall’odierno Stato nazionale. Né d’altra parte mai mi batterei per sostenere «il diritto all’autodeterminazione» del popolo veneto piuttosto che di quello siciliano, e invece cercherei di orientare il disagio sociale dei lavoratori e dei proletari veneti e siciliani su un terreno schiettamente classista. Certamente oggi non sostengo l’opera di repressione condotta dallo Stato italiano contro i cosiddetti serenissimi, ma anzi mi servo dell’occasione repressiva per mostrare soprattutto ai proletari il vero volto del regime democratico, il quale all’occorrenza sa usare bene tanto la carota quanto il bastone.

9. Come ho detto altre volte, più si rafforza la tendenza del Capitale a mettere ogni cosa e ciascuno nel tritacarne del processo economico-sociale chiamato a generare profitti, e più si rafforzano le spinte identitarie d’ogni tipo: politiche, culturali, linguistiche, religiose, etniche, razziali, sessuali, e quant’altro. È questa maligna dialettica che bisogna comprendere per evitare di finire intruppati sotto questa o quella bandiera ultrareazionaria, in questa o quella tifoseria nazionale o/e imperialista. Una lotta, quella qui delineata a grandi linee, che non può avere altra sponda che non sia quella, oggi inesistente, del movimento operaio e proletario nazionale e internazionale. Non è sparando con i metaforici (?) fucili degli altri (ad esempio, da quelli offerti dal virile Vladimir Putin ai partigiani del «principio di autodeterminazione dei popoli», o da Xi Jinping ai tifosi del «socialismo con caratteristiche cinesi») che l’antimperialista può surrogare una potenza politica che oggi non ha. Prima di armare (sempre metaforicamente parlando, maresciallo!) la nostra mano, dovremmo armare la nostra testa.

10. Scrive Jacques Sapir: «Dal punto di vista del diritto internazionale sono in conflitto due principi, l’inviolabilità delle frontiere e il diritto dei popoli all’autodeterminazione» (Voci dall’estero, 17 marzo 2014). Ora, come il punto di vista del diritto interno alle nazioni è il punto di vista delle classi dominanti, almeno per chi non crede nell’ideologia borghese del Patto sociale, analogamente il diritto internazionale è il punto di vista dell’Imperialismo mondiale in generale, e delle Potenze imperialiste più forti, in particolare. Per questo russi, europei, americani e cinesi possono ad esempio usare la Crimea o il Kosovo secondo i loro interessi, affermando una tesi per poi magari smentirla con un’altra di segno contrario, e sempre rivendicando il diritto internazionale, che a quanto pare è di dubbia interpretazione. Diciamo così.

11. Orientarsi sulla base del diritto internazionale significa per le classi dominate scegliere l’albero a cui impiccarsi, magari con l’illusione di partecipare a chissà quale progresso umano. Lo abbiamo visto soprattutto in occasione dei due primi macelli mondiali. E poi lo abbiamo rivisto tante altre volte: in Corea, in Vietnam, in Afghanistan, in Irak e via di seguito. Chi si illude di poter usare strumentalmente (tatticamente) il diritto internazionale in chiave antimperialista, mostra di muoversi nel mondo di oggi alla stregua di una mosca cocchiera.

sic12. Gianni Petrosillo se la prende con i media «russofobi» occidentali, e in particolare con Limes, la nota «rivista italiana di geopolitica», per aver riservato alle cadenti statue di Lenin in Ucraina una riflessione a dir poco insolente: «Limes, quantunque sia diretta da una persona competente come Lucio Caracciolo, ha pubblicato articoli di odio e razzismo russofobo, dove si potevano leggere frasi come questa: “Persino le statue di Lenin erano ancora al loro posto, prima di essere abbattute finalmente solo un paio di mesi fa”. Prendiamocela pure con i monumenti e col passato dato che non siamo all’altezza né dei grandi personaggi che hanno fatto la Storia europea del XX secolo né del futuro che ci attende (al varco)» (Conflitti e strategie, 8 aprile 2014). Lenin come un Garibaldi russo? Forse forzo l’interpretazione. Sia come sia, e ricordato che per me il nome Lenin evoca una straordinaria pagina di lotta di classe anticapitalista di respiro internazionale (e dunque che ci azzecca la statua di Lenin, non dico in Ucraina, ma su questo pianeta?), mi permetto di citarmi, giusto per dare un senso al luogo comune secondo il quale la vita è bella perché è varia.

«Quando una statua di Lenin – o di Marx – finisce miseramente a terra, la materia di cui essa è composta finisce virtualmente sulla testa e sulla coscienza di chi non ha fatto nulla durante i trascorsi decenni per spiegare alle classi dominate del pianeta che il famigerato «socialismo reale» non ha mai avuto niente a che fare con l’autentica prospettiva dell’emancipazione degli individui. Vedere il “padre della Rivoluzione d’Ottobre” ridotto a monumento ideologico eretto nel nome e per conto di un Capitalismo e di un Imperialismo mascherati da “Socialismo”, ancorché “reale” (sic!): è stata questa la pena che hanno dovuto patire gli autentici comunisti da quando la Rivoluzione d’Ottobre è caduta sotto i colpi dello stalinismo. Certo, preferirei che i monumenti di Lenin – e di Marx – fossero abbattuti da una moltitudine di proletari coscienti della storia e, soprattutto, delle urgenze del momento; ma ultimamente mi accontento di poco. Ad esempio, mi accontento di trasformare una notizia apparentemente insignificante per ribadire concetti che, a quanto pare, sono di assai difficile assimilazione. Non sono pessimista: pessima è la realtà, con o senza statue di Lenin – e di Marx. E tuttavia! (Quando una statua di Lenin – o di Marx – cade).

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One thought on “SULLA QUESTIONE UCRAINA

  1. Da Facebook:

    A. scrive: D’accordo però la gente avverte il pericolo immediato e sceglie obtorto collo.

    Sebastiano Isaia: Hai ragione A. Proprio per questo bisogna armarsi teoricamente e politicamente, perché se anche gli anticapitalisti agiscono come le pecore spaventate, il Lupo ha facile gioco e l’obtorto collo rimane una eterna coazione a ripetere. È difficile sottrarsi al disagio psicologico generato dall’essere fuori sintonia con la gente, la quale normalmente si orienta secondo quanto prescrive l’ideologia dominante, ma lo sforzo va fatto. Non per affermare una superiorità etico-morale (che personalmente non sento di poter vantare) nei confronti dei teorici e dei pratici della Realpolitik, ma per ragioni squisitamente politici. Un Mussolini, ad esempio, asseconda la tendenza storica immediata, e ne diventa mero strumento (e magari pensa che sia lui a “fare la storia”); un Lenin, invece, arrovella il cervello (e nel suo caso nel significato più pregnante del concetto) per capire come trasformare un disastro (la guerra imperialistica subita dal proletariato europeo e il “tradimento” della Seconda Internazionale) in una occasione rivoluzionaria.
    Io comprendo il desiderio di “fare qualcosa di concreto”, di “passare dalla teoria alla prassi”, di “diventare soggetti (appunto!) di storia” e magari di menare le mani, di tagliar teste, di vendicare qualche torto e via di seguito con analoghe aspirazioni “rivoluzionarie”. Capisco tutto questo tanto dal punto di vista politico quanto da quello psicologico. D’altra parte, la storia, recente e lontana, è piena di cimiteri che conservano le candide spoglie di persone che hanno messo, ovviamente del tutto in buona fede, al servizio delle classi dominanti la loro generosità, il loro coraggio, la loro voglia di fare. Ovviamente svolgo una considerazione d’ordine generale servendomi della tua riflessione. Grazie per l’attenzione e Ciao!

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