QUALCHE RIFLESSIONE SULLO STATALISMO. ASPETTANDO IL 25 APRILE…

idraAlberto Mingardi scopre una «sorprendente continuità» fra la Repubblica nata dalla resistenza e il regime fascista. Questa continuità, che secondo Mingardi trova un puntuale riscontro nella Costituzione repubblicana, è a dir poco imbarazzante (beninteso per gli adoratori della «Costituzione più bella del mondo», non per il sottoscritto) soprattutto per quanto riguarda la sfera economica. «Nel 1956, l’Italia postfascista si dota del Ministero delle Partecipazioni statali, che si dà il compito di coordinare i tentacoli della piovra. […] Il sistema delle “partecipazioni statali”, anche se allora non si chiamava così, era perfettamente coerente con l’ideologia e la prassi dell’Italia fascista. “Niente oltre lo Stato, al di sopra dello Stato, contro lo Stato. Tutto allo Stato, per lo Stato, nello Stato”» (p. 298). Questa tesi non può certo sorprendere, e tanto meno indignare, uno che, come chi scrive, sostiene da sempre che la Repubblica nata dalla Resistenza si è data come la continuazione del Fascismo con altri mezzi, in un contesto nazionale e internazionale mutato dalla Seconda carneficina mondiale.

Mingardi individua appunto nello statalismo non solo il filo nero che lega intimamente Fascismo e Repubblica, ma anche il vizio d’origine che ha minato tanto la democrazia italiana, ben presto degenerata in un regime burocratico e partitocratico, quanto la struttura economica del Paese, diventata assai rapidamente obsoleta, vittima di un aggressivo parassitismo sociale e infiacchita da un debito pubblico sempre più elefantiaco. «Se lo Stato non ha limiti, se nelle cultura di un paese non c’è un’idea radicata e diffusa di che cosa la politica non può fare, essa tenderà a fare tutto. Per lo Stato, cercare di fare più cose è coerente sia con gli interessi della burocrazia che con quelli della politica. Moltiplicando le attività dello Stato, la burocrazia acquisisce potere. La sua parola diventa l’ultima in un numero sempre più vasto di frangenti. Ma, parimenti, moltiplicando le attività dello Stato, la classe politica sa che una quota crescente della popolazione ne dipenderà. Queste persone votano» (A. Mingardi, L’intelligenza del denaro, p. 303, Marsilio, 2013).

La mitica – e famigerata – spending review, che dovrebbe snellire, razionalizzare e moralizzare il settore della Pubblica Amministrazione («forse il più tipico luogo del lavoro improduttivo, almeno nell’ottica classica», secondo Luca Ricolfi*), deve fare i conti con questa realtà: «Queste persone votano». Soprattutto nel Mezzogiorno…

Per dirla sempre con Ricolfi, «Più acquisti, più stipendi pubblici, più pensioni, più sussidi, più rendite finanziarie, (titoli di Stato): in breve, più parassitismo. Questo meccanismo ha permesso agli italiani di vivere per vent’anni [1972-1992] al di sopra dei propri mezzi». Lo giuro, non è il mio caso! Ma la critica liberista di Ricolfi è di ampio respiro, e coinvolge la stessa genesi dello Stato unitario italiano: «La borghesia italiana non è mai stata liberale, né ha mai cercato sul serio di ridurre il ruolo della politica. Ha semmai sempre cercato di usare la politica, per ottenere favori, esenzioni, posizioni di rendita, informazioni riservate, commesse, sussidi. I ceti produttivi del Nord non sono nemmeno riusciti a strappare un federalismo degno di questo nome» (Intervista rilasciata a Linkiesta del 15 settembre 2011). In effetti, l’intima compenetrazione fra capitale privato e capitale pubblico ha caratterizzato lo sviluppo capitalistico dell’Italia postrisorgimentale, e se nel primo periodo dell’accumulazione tale modello si impose come necessario, dal momento che il Paese si trovava a competere con sistemi capitalistici ben più forti e strutturati, e conseguì rilevanti successi, alla fine esso mostrò tutti i suoi limiti e tutte le sue contraddizioni.

L’esigenza di fare dell’Italia una Potenza almeno di media grandezza (che diamine, un posto al sole anche per la «nazione proletaria»!), la Prima guerra mondiale e la crisi degli anni Trenta misero da parte i pur timidi tentativi governativi tesi a rendere più “liberale” il Capitalismo italiano, e piuttosto «crearono tutte le premesse economiche e politiche della fase più recente di sviluppo dell’economia italiana, contrassegnata dal prevalere di una forma organica di capitalismo monopolistico di Stato» (P. Grifone, Il capitale finanziario in Italia, p. 31, Einaudi, 1971).

Di qui, e mi si permetta di sintetizzare per ovvi motivi molti passaggi logici e storici, per un verso la necessità di promuovere quelle «riforme strutturali», economiche e istituzionali, in grado di svecchiare e dinamizzare l’anchilosato sistema capitalistico italiano, e per altro verso l’esistenza di forti e radicate rendite di posizione che conferiscono a questa improcrastinabile (e tuttavia rimandata sempre di nuovo, di anno in anno) azione “riformista” un carattere altamente problematico, al limite della mission impossible. Decennio dopo decennio, i “decisionisti” e i “rottamatori” di turno hanno dovuto arrendersi dinanzi alla pervicace resistenza dei «poteri forti», e subire un triste destino da rottamati. Sotto questo aspetto, la vicenda di Bettino Craxi è davvero esemplare, come in parte lo è, mutatis mutandis, anche quella di Berlusconi, che nel ’93 sostenne di «scendere in campo»  per avviare quella «rivoluzione liberale» che altri Paesi (come l’Inghilterra della Thatcher e gli Stati Uniti di Reagan) avevano già alle spalle, salvo sprofondare nella solita «palude conservatrice», e di Bossi, la cui «rivoluzione federalista» fu ben presto depotenziata e derubricata a riformetta istituzionale inconcludente.

destra-sinistra-bohDiversi miei interlocutori «di sinistra» non capiscono perché un «devoto a Marx» debba avercela così tanto con il Capitalismo di Stato, senza contare «la tua posizione fin troppo morbida a proposito del craxismo, del leghismo e del berlusconismo». Ribadito che la “devozione” a Marx che si legge sul profilo del mio blog è un’ironica battuta di un’amica, chiarisco ciò che dovrebbe apparire abbastanza ovvio sulla scorta dei miei modesti scritti: non faccio alcuna distinzione di principio tra capitale pubblico e capitale privato, che sono due modi diversi di esistere della stessa escrementizia sostanza storico-sociale. Sovente attacco lo statalismo non perché faccio il tifo per il «liberismo-selvaggio», magari inseguendo la ridicola illusione del «tanto peggio, tanto meglio» (per me il tanto peggio è sempre, ogni giorno che il Capitale manda in terra), e tanto meno per scimmiottare ridicolmente le battaglie “liberoscambiste” del giovane Marx; lo faccio perché 1. molte volte lo statalismo è stato presentato sotto le menzognere vesti del “comunismo”, o comunque di un modello meno disprezzabile che non il modello liberista, e 2. per mettere in luce ciò che accomuna fascismo e stalinismo, ossia la fede nel Moloch-Stato (capitalistico).

Quanto al mio atteggiamento nei confronti del craxismo, del leghismo e del berlusconismo (ma anche del grillismo e del renzismo), esso può apparire morbido e financo ambiguo solo agli occhi di chi ama scegliersi di volta in volta il male assoluto contro cui combattere. Per me il male assoluto è il regime sociale capitalistico in quanto tale, è il Capitale tout court, a prescindere dalla forza politica che al momento amministra la baracca. Chiamo Miserabilandia l’Italia che si divide in fazioni e tifoserie politico-ideologiche, del genere: berlusconiani e antiberlusconiani, leghisti e antileghisti, renziani e antirenziani, grillini e antigrillini, e via discorrendo. Tutte le fazioni e le tifoserie si agitano scompostamente e ridicolmente sullo stesso melmoso (che eufemismo!) terreno.

Per me si tratta piuttosto di capire le ragioni profonde (economiche, politiche, culturali, psicologiche), d’ordine interno e internazionale, che danno corpo ai fenomeni politico-sociali, ed è per questo che a suo tempo nel caso della Lega non mi sono concentrato sui suoi aspetti folcloristici e ideologici, che portarono fior di politologi e sociologi a pronosticarne la fine nell’arco di pochi anni (vedi anche il loro giudizio su Berlusconi), ma piuttosto sulle sue cause strutturali: l’ineguale sviluppo capitalistico in Italia. Una contraddizione sociale (alludo ovviamente al gap Nord-Sud) che a un certo punto produsse conseguenze politiche. E siamo al referendum secessionista dei Serenissimi di questi giorni…

* L. Ricolfi, Il sacco del Nord, Guerini e Associati, 2012. Come dimostrano i passi che seguono, il libro di Ricolfi è molto interessante: «La distinzione fra settore produttivo e settore improduttivo è al centro del pensiero degli economisti classici, e segnatamente di Adam Smith. La distinzione fra produttori e non produttori è l’idea portante dello schema con cui ho provato a guardare l’Italia. Sulla base di essa è stato possibile distinguere fra redditi primari e redditi derivati, fra ciò che un territorio produce e ciò che un territorio riceve» (p. 26). «Dopo gli economisti classici, la distinzione produttivo-improduttivo ha perso la sua centralità nel discorso degli economisti. […] Ma il colpo di grazia alla dicotomia classica viene dalla nascita, negli anni Quaranta, della moderna contabilità nazionale di tipo occidentale, in cui il settore della Pubblica Amministrazione, forse il più tipico luogo del lavoro improduttivo, almeno nell’ottica classica, viene trattato esattamente come tutti gli altri settori nonostante non ne possegga le caratteristiche essenziali » (38-39). «In Marx i produttori sono, in buona sostanza, solo i lavoratori manuali e i tecnici che generano plusvalore per un capitalista, dove per plusvalore Marx non intende semplicemente un profitto, ma un profitto che si realizza attraverso la produzione di merci, ossia di qualcosa che “incorpora” valore-lavoro generato dai produttori e nello stesso tempo si separa anche materialmente da essi, ovvero sta loro di fronte come una realtà estranea che li domina (feticismo delle merci). Ciò conduce a considerare improduttivi non solo i dipendenti pubblici e i prestatori di sevizi privati (servizi domestici), ma anche l’intera sfera della circolazione (commercio, credito), dove sia i capitalisti sia i lavoratori da essi impiegati sono “improduttivi” in quanto non creano valore oggettivato in merci, ma si limitano ad appropriarsi di parte del plusvalore in esse incorporato» (38). «Una soluzione chiaramente inappropriata per un’economia moderna» (43). Forse sarà bene ritornare su Ricolfi.

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2 thoughts on “QUALCHE RIFLESSIONE SULLO STATALISMO. ASPETTANDO IL 25 APRILE…

  1. Ok, lo statalismo è un’indizio per le continuitá del capitalismo italiano, che ci segnala che la repubblica antifascista è allo stesso tempo una repubblica postfascista (non solamente nel senso cronologico ma piuttosto politico-economico). Però non è questo un tratto di tutti i paesi? Lo statalismo intendo. Anche in paesi democratici occidentali, come gli stati uniti, c’era una forza intervenzione statalista (new deal). L’Economist scrive che il capitalismo di stato oggi è un tratto generale delle economie (post-)moderne: http://www.economist.com/node/21543160

    • Assolutamente d’accordo, Alessandro. Anche il tuo riferimento al New Deal americano, mito del progressismo occidentale, è del tutto condivisibile, e d’altra parte io stesso in diversi post ho messo in luce quanto hai voluto segnalarmi. Ma come evocato già nel titolo, ho cercato di rovistare fra le magagne del Capitalismo italiano soprattutto per porre in luce ancora una volta la continuità sostanziale di cui tu stesso parli. Sai, si avvicinano i Santi giorni che glorificano «la Costituzione più bella del mondo»… Grazie e ciao!

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