QUALCHE CONSIDERAZIONE SULL’ACCORDO RUSSO-CINESE

20140520_103602_344614_12494848Le implicazioni geopolitiche dell’accordo russo-cinese sul gas sembrano talmente evidenti e di così ampio respiro, che l’analista non sente quasi il bisogno di spendervi sopra lunghe considerazioni.  Ma, appunto, sembrano. In realtà l’accordo (in effetti pare che si tratti ancora di un memorandum in via di perfezionamento) si presta a più di una lettura e in ogni caso esso va collocato all’interno della contesa interimperialistica che investe l’intero pianeta.

Quelle che seguono sono più che altro delle rapide annotazioni a margine dell’accordo, che mi propongo di riprendere e verificare alla luce di quanto sarà accaduto nel frattempo.

Per la Cina l’accordo sulla fornitura del gas russo ha soprattutto (non solo: basta por mente a quanto sta avvenendo nel quadrante Sud-Est del Pacifico) un significato economico, mentre dal versante russo ciò che ha permesso di raggiungere in poco tempo la “massa critica” idonea a superare ogni pregresso impedimento (il negoziato è durato dieci anni) ha un carattere immediatamente geopolitico. Per le ragioni che tutti possono facilmente intuire riflettendo su quanto sta accadendo in Ucraina.

La Cina ha colto con la consueta intelligenza diplomatica l’occasione per strappare alla Russia un buon prezzo (oscillante, secondo indiscrezioni, in un range tra i 350 e i 400 dollari per mille metri cubi), e quest’ultima, pressata da incombenze di vario tipo, ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco. Nella divisione capitalistica del lavoro tra Cina e Russia quest’ultima accetta dunque il tradizionale ruolo di fornitrice di materie prime, riaffermando così il lato debole della sua struttura economica e del suo Imperialismo. La considerazione esattamente speculare vale invece per il capitalismo e per l’Imperialismo con caratteristiche cinesi, basati come sono sulla produzione per il mercato estero e – sempre più col trascorre del tempo – interno.

Non a caso in occasione dell’accordo per la fornitura di petrolio russo alla Cina per i prossimi 25 anni (firmato il 21 giugno 2013 dalla compagnia russa Rosneft e dalla compagnia cinese Cnpc), Putin dichiarò che «Essenzialmente è una nuova era di collaborazione che significa che nella cooperazione con i nostri partner strategici passiamo dalle pure forniture di greggio a una collaborazione a tutto campo nella sfera dell’ingegneristica e della manifattura» (da Notizie geopolitiche, 21 dicembre 2013). Segno che Mosca ha ben presente i limiti di una potenza globale basata esclusivamente sulla vendita di materie prime.

Scriveva Laura Canali nel 2008: «Quello che Mosca dovrà valutare è se conviene aprire a Pechino e alla sua penetrazione nella Russia orientale, dove solo le compagnie cinesi avranno forse il coraggio di lavorare allo sviluppo di una regione tanto ostile, o economizzare le sue risorse. Nella Mosca che conta c’è chi sostiene che ci sono troppi “stream” russi in giro per il mondo, mentre in casa ne servirebbero di più» (Il drago ha sete, Limes, 10 luglio 2008). La differenza di “pressione” tra Russia e Cina in termini di peso economico e di dimensioni demografiche è troppo grande per non conferire alla strategia dell’attenzione tra i due Paesi un carattere quantomeno problematico e potenzialmente perfino ingovernabile.

0_0_putin_1I tifosi dell’asse imperialistico Pechino-Mosca in funzione antiamericana farebbero bene a moderare gli entusiasmi e a non dare per scontato ciò che scontato non è affatto. Oggi la Cina e la Russia hanno più di un motivo per esibire una ritrovata sintonia strategica, per mostrare insieme i muscoli davanti all’opinione pubblica mondiale. Ma ciò non significa che il fondo problematico della relazione russo-cinese sia scomparso magicamente. Nemmeno al virile Putin e al “neomaoista” Xi Jinping è concessa la facoltà di usare la bacchetta magica sul terreno del confronto interimperialistico.

Certo, come scrive Le Monde (con una certa apprensione), «Mosca e Pechino oggi hanno interessi a intendersi contro gli Stati Uniti e l’Europa». Appunto, oggi. Tra l’altro il quotidiano francese parla, sempre a proposito dell’asse russo-cinese, di una «comune lotta ideologica», mentre in realtà si tratta di una lotta tutta interna all’Imperialismo mondiale. Lo schema ideologico del confronto fra le civiltà (Oriente versus Occidente, regimi autoritari contro democrazie, ecc.) non spiegava niente ieri e certamente è del tutto inservibile come strumento per capire il mondo di oggi.

linfa800Secondo Aleksandr Prosviryakov, partner di Lakeshore International, «Questo accordo con Gazprom e la cooperazione con la Russia dimostra come la Cina si stia espandendo, diventando sempre più grande, e che questa parte del Mondo è dominata da Cina, India e Russia. Il ruolo degli Stati Uniti si sta restringendo» (Russia Today). Già vedo l’espressione gongolante delle milizie “antimperialiste” (leggi: antiamericane e anti-Occidente) di “destra” e di “sinistra”.

L’Unione Europea, che ancora fino allo scorso anno rappresentava per il gas russo il primo mercato di sbocco (con 160 miliardi di metri cubi acquistati, ma la Cina da sola già da quest’anno probabilmente sarà un mercato più grande), accusa certamente il colpo ma ancora non ha nelle sue mani tutti gli elementi per iniziare ad abbozzare una coerente ed efficace risposta, sia in termini economici che politici. Ciò che facilmente si può prevedere è un’accelerazione delle tendenze in corso sul terreno della diversificazione delle fonti di approvvigionamento delle materie prime energetiche, dello sviluppo di nuove tecnologie estrattive, e così via. Com’è noto, per il Capitalismo la sfida è un fondamentale motivo di sviluppo.

Come sempre, quando si parla di Ue in realtà bisogna alludere ai singoli Paesi che la compongono, i quali com’è noto sono fra loro divisi su diversi “dossier” economici e politici, come peraltro la stessa questione ucraina ha messo in luce.

Gli Stati Uniti quasi certamente cercheranno di trasformare questo accordo che irrobustisce l’asse Mosca-Pechino in una ennesima leva tesa a mettere all’angolo gli alleati europei (soprattutto la recalcitrante Germania) e costringerli a una collaborazione Atlantica “più fattiva e convinta”.

Russia's President Vladimir Putin (L) at Da Facebook (23 maggio)

Ieri il Financial Times consigliava Putin a smorzare gli entusiasmi e a riflettere piuttosto sul reale significato dell’accordo firmato a Shangai con la Cina. Infatti, per il FT l’accordo mette in evidenza soprattutto le debolezze strutturali della Russia, che si appresta a recitare il ruolo di «alleato junior» (minore) della grande potenza cinese. Secondo il quotidiano della City la funzione di fornitrice di materie prime umilia la storica fierezza della Russia.

Per Enrico Oliari «Da più parti è stata sopravvalutata la portata del contratto firmato lo scorso 21 maggio fra la Russia e la Cina per la fornitura di gas naturale prelevato dall’Artico: l’accordo fra la Gazprom e la Cnpc, che era in preparazione da almeno un decennio e che porterà il combustibile in Cina a partire dal 2018, prevede una fornitura per un valore di 426 mld di dollari, spalmabile però su 30 anni.

Facendo tuttavia un raffronto con quanto avviene con l’Europa, intesa come continente e non solo come Unione europea, risulta che, per quanto la cifra faccia impressione, si tratta di una fornitura non proprio consistente: il gas russo viene venduto in Europa ad una cifra compresa fra 350 e 550 dollari per 1000 m3, a seconda del paese acquirente; tenendo una cifra ipotetica di 400 dollari per per 1000 m3 (i dati precisi sono secretati), si deduce che il quantitativo di gas venduto dalla Russa alla Cina corrisponde ad una cifra di 14 mld di dollari all’anno, pari a 35 mld di m3 di gas, per una popolazione che è quasi il doppio di quella dell’intero continente europeo. Questi ha infatti importato nel solo 2013 dalla Russia 130 mld di m3 di gas, ovvero più di tre volte la portata di quanto previsto dal contratto fra la Gazprom e la Cnpc, per una popolazione che è quasi il doppio di quella del continente europeo» (Notizie Geopolitiche).

Scrive Giorgio Cuscito:

«Il riavvicinamento tra Pechino e Mosca è legato anche alle contingenze. Espandendo l’export energetico in Cina, Putin vuole dimostrare di saper sopravvivere alle sanzioni occidentali legate alla crisi Ucraina, rafforzando al contempo il legame con il suo vicino. Ma la Russia non vuole essere il junior partner della Cina o una “potenza regionale” (così è stata definita dal presidente Usa Barack Obama). I due paesi hanno entrambi una vocazione imperiale e condividono circa 4 mila chilometri di confine. Questi fattori li rendono rivali strategici. Insomma, la logica “il nemico del mio nemico è mio amico” potrebbe non avere vita lunga» (Limes, 23 maggio 2014).

Io non parlerei di «vocazione imperiale», ma di vocazione imperialista, la stessa vocazione che, mutatis mutandis, muove nell’agone mondiale gli Stati Uniti d’America e l’Europa (più precisamente, i Paesi di maggior peso economico e politico che la strutturano: Germania, Inghilterra e Francia, in primis).

A differenza del Financial Times, The Wall Street Journal Europe mette in evidenza i punti forti dell’accorda stipulato a Shanghai, che si compendiano in un rafforzamento dell’asse Mosca-Pechino in funzione antiamericana. Almeno questo nel breve e nel medio termine.

Mentre gli stati Uniti d’America arretrano anno dopo anno sullo scacchiere geopolitico mondiale, la collaborazione strategica fra Russia e Cina mette entrambi i Paesi nelle condizioni di avanzare tanto dal punto di vista politico-militare quanto da quello economico e tecnologico. In questo contesto si acuisce l’irrilevanza geopolitica dell’Europa.

Secondo il WSJE l’accordo di Shanghai sul gas echeggia il patto Molotov-Ribbentrop del 1939. Se riflettiamo sul destino non certo luminoso cui andò incontro il patto di non aggressione firmato dalla Germania nazista e dalla Russia stalinista, capiamo subito su quale scivoloso terreno si muove la contesa imperialistica dei nostri giorni. Quello del WSJE non sembra affatto un punto di vista ottimista sul mondo. D’altra parte, niente invita oggi all’ottimismo.

 

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3 thoughts on “QUALCHE CONSIDERAZIONE SULL’ACCORDO RUSSO-CINESE

  1. Interessante. Da un lato è bene non sopravvalutare l’accordo, parliamo di banale gas che paga poco. I soldi i russi li fanno con il petrolio, al punto che – come spesso ricordato – il gas lo bruciano più che altro in casa. Dimostrando in questo una lucidità di visione che li distingue in maniera inequivocabile dai sovietici, avvezzi a comportamenti diametralmente opposti e per questo estremamente vulnerabili.

    D’altro canto, parliamo di accordi industriali a tutto campo: il gas che i cinesi useranno sarà in parte recuperato ex novo, ci metteranno le mani in tanti a livello di tecnologia. Forse anche nella speranza di diminuire l’inaccettabile livello di venting / flaring che affligge il comparto gas in Russia, ed eventualmente di espandere il comparto a qualche residua area non perfettamente sviluppata.

    Ultimo e fenomenale: il ministero degli esteri italiano (noto sotto il nome di Eni) spunta una revisione globale dei contratti “take or pay” che tanto ci hanno fatto penare. L’interesse di Mosca per le relazioni con noi mediterranei non è mai stato così vistoso, e anche di questo si parla poco a livello mediatico. Immagino che sia imbarazzante la presenta di una politica estera italiana non in sintonia con le scemenze dei nostri tanti padroni.

  2. Pingback: FORTALEZA: NASCE LA BANCA DEI BRICS | Sebastiano Isaia

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