IL GIAPPONE E LA COSTITUZIONE “PACIFISTA”

31460Da quando sono tornato in Giappone, mi sono sempre sentito come un guscio vuoto. E quando uno vive come un guscio vuoto, per quanto lunga sia la sua vita, non si può dire che abbia veramente vissuto. Dal cuore e dal corpo di un guscio vuoto, nasce solo la vita di un guscio vuoto. È solo questo che vorrei farle capire, in realtà, signor Okada (H. Murakami, L’uccello che girava le viti del mondo).

Secondo il monaco scintoista giapponese che fa da guida nel famigerato santuario di Yasukuni (Tokyo), il secondo dopoguerra è stato «il tribunale dei vincitori». Non c’è dubbio. Almeno per chi scrive. Chi vince scrive la storia a sua immagine e somiglianza, e giudica con severità i crimini di guerra commessi dal nemico, mentre sui suoi crimini stende il velo dell’oblio che intreccia l’alloro della vittoria. Questo diritto gli deriva dalla forza, e da nient’altro. Le fumisterie politiche, giuridiche e ideologiche servono al vincente a dare forma di Giustizia a ciò che ha la sostanza della Violenza. E il diritto internazionale? Come disse quello, «Il diritto non è che il riconoscimento ufficiale del fatto» (Miseria della filosofia).

E il fatto è che il Giappone ha perso, e malissimo, la Seconda guerra mondiale, insieme alla Germania e all’Italia. Un altro fatto indiscutibile è che gli Stati Uniti d’America imposero a quei Paesi, che realizzarono l’Asse del Male di quell’epoca, una Costituzione che sanciva il loro status di potenze sconfitte che accettavano di buon grado il nuovo ordine mondiale dominato dalle due note superpotenze, protagoniste assolute della Guerra Fredda conclusasi con la catastrofe del blocco imperialista centrato sull’Unione Sovietica.

Come ha scritto Jon Halliday nella sua Storia del Giappone contemporaneo, la Costituzione giapponese approvata nel 1947 «fu redatta in tutta fretta dallo stato maggiore di McArthur». Chi vince scrive la storia, amministra giustizia e scrive «in tutta fretta» le Costituzioni “pacifiste”. Ecco cosa recita L’Art. 9 della Costituzione giapponese, «introdotto per insistenza personale di McArthur»: «Aspirando sinceramente a una pace internazionale basata sulla giustizia e sull’ordine, il popolo giapponese rinuncia per sempre alla guerra come diritto sovrano della nazione, e alla minaccia o all’uso della forza come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».

Il monopolio della violenza come diritto sovrano passa, dopo l’ultima guerra, nelle mani delle nazioni vittoriose, e questo stato di cose trova una ratifica internazionale con la creazione dell’ONU. Lungi dall’essere un crogiuolo di buone intenzioni, quest’organizzazione esprime piuttosto gli interessi di quelle nazioni, e non a caso le ex potenze sconfitte ne richiedono da tempo la «riforma. È per questo che i pacifisti dimostrano poca avvedutezza politica (notare la mia… diplomazia) tutte le volte che in caso di conflitto regionale o di “crisi umanitarie” invocano un «intervento umanitario sotto l’egida dell’ONU». Nel caso siriano non è stato possibile, almeno fino a questo momento, dare via libera a quel tipo di intervento semplicemente perché i maggiori imperialismi mondiali (Stati Uniti, Cina e Russia) non hanno trovato un accordo sul dopo-Assad e perché hanno in quel quadrante geopolitico interessi diversi. Chiudo la parentesi onusiana e ritorno nelle sempre più agitate acque del Pacifico.

A6M2Sak%2001%20P650Naturalmente il Giappone sconfitto non solo non è uscito dalla contesa interimperialistica, ma ne è stato anzi uno degli attori più importanti, cosa che naturalmente è sfuggita a chi ha una concezione militarista e politicista dell’Imperialismo. Per chi scrive l’Imperialismo di questa epoca storica è in primo luogo un fenomeno sociale radicato negli interessi economici, e prima ancora di appuntare  la propria attenzione sulla potenza militare delle nazioni, chi intende studiare seriamente quel fenomeno farebbe bene a concentrarsi piuttosto sulla loro potenza economica, sulla loro produttività sistemica, sulla loro capacità di esportare merci e – soprattutto – capitali.

Sotto questo aspetto, il Giappone (ma analogo discorso si può fare per la Germania) è stato per lungo tempo l’avversario più temuto dagli Stati Uniti, che soprattutto a partire dalla seconda metà degli anni Settanta cercarono di colpire in tutti i modi l’attivismo capitalistico giapponese, non ultimo usando la leva dei cambi, in modo da creare ostacoli al “proditorio” export giapponese attraverso la svalutazione del dollaro e la rivalutazione dello yen. Almeno fino al 1985* questa strategia non ha avuto successo, e non solo il Made in Japan ha continuato a dilagare sul mercato americano, ma soprattutto il capitale nipponico ha accresciuto costantemente il suo peso sul colossale sistema finanziario statunitense, al punto che agli inizi degli anni Novanta, proprio alla vigilia dell’inabissamento (relativo, beninteso) del vascello giapponese, i politici e i media a stelle e strisce non trovarono di meglio, per rincuorare l’abbattuto spirito patriottico degli americani, che ricordare, un giorno sì e l’altro pure, il “proditorio” attacco giapponese a Pearl Harbour. Come spesso accade, la “voce grossa” è più indice di debolezza che di forza.

Nel 1986 Eguchi Yujiro, pezzo grosso della banca d’investimento Nomura, pose ufficialmente sul tappeto il seguente scottante problema: è sostenibile l’attuale situazione geopolitica internazionale che vede il Giappone al rango di potenza economica globale senza una sua corrispondente capacità politico-militare? Altri economisti, storici e politici giapponesi (tutti accusati dalla “sinistra” nipponica e dai diplomatici americani di nazionalismo e di revisionismo storico), preso atto del declino economico-finanziario americano e della crisi sempre più profonda che minava l’Unione Sovietica, alimentarono il dibattito intorno alla necessità di «costruire il nuovo ordine mondiale del XXI secolo». Il problema naturalmente investiva direttamente il carattere “pacifista” della Costituzione giapponese. Il lungo periodo di appannamento economico che ha segnato il Giappone degli ultimi venti, venticinque anni mise la sordina a quel dibattito, senza peraltro scalfirne minimamente i presupposti materiali.

Infatti, mutatis mutandis, la necessità di dotarsi di un’adeguata capacità militare sta nuovamente su tutti i quotidiani del Giappone, e ancora una volta l’attenzione degli intellettuali e dei politici del Sol Levante si focalizza sulla maledetta Costituzione “pacifista”: come “riformarla” senza stuzzicare la suscettibilità geopolitica degli “amici” (americani, sudcoreani, indiani, ecc.) e dei potenziali nemici? «Nella sede del partito di Abe, c’è un ufficio apposito, con tanto di targhetta, per la revisione della Costituzione ultrapacifista imposta dagli Usa vittoriosi. Non ci sarebbe niente di male a cambiare dopo oltre 60 anni una Carta fondamentale dettata dallo straniero: qualsiasi altro Paese l’avrebbe già fatto.  Il problema è che le bozze di revisione fatte circolare hanno fatto accapponare la pelle a molti costituzionalisti» (Stefano Carrer, Il Sole 24 Ore, 2012). Scommetto che i fatti si incaricheranno assai presto a far mutare opinione a molti di quei costituzionalisti.

japan_abe_yasukuni_shrine_1226Per il professor Kuni Miyake, direttore di ricerca al Canon Institute for Global Studies, «La reinterpretazione della Costituzione è una salutare mossa geopolitica. La versione finora accettata poteva andar bene per la Guerra Fredda, ma ora per la prima volta dal conflitto mondiale il Giappone deve fronteggiare un pericolo fisico, una minaccia che viene dal mare. Al governo sanno benissimo che la Cina sta arrivando nelle nostre acque territoriali. Pechino non conosce le regole del gioco, sono nuovi al mondo e xenofobi» (Corriere della Sera, 23 giugno 2014).

La Cina è dunque individuata dai nipponici che contano come il nuovo nemico strategico del Giappone, e la cosa non ha bisogno di molte spiegazioni. Secondo Morio Matsumoto, direttore del desk cinese al ministero degli Esteri, «La crescita pacifica della Cina non è pacifica affatto [su questo punto concordo, a dispetto dei tifosi italiani del “socialismo con caratteristiche cinesi”**]. Dobbiamo convincere Pechino, attraverso un mix di dialogo e pressioni, a entrare nel sistema di regole di sicurezza internazionali. Vogliamo che la Cina sia un partner responsabile. Non c’è ragione per un conflitto armato, ma potrebbe sempre verificarsi uno scontro accidentale». E già, la colpa è sempre degli altri, e in Cina si ascoltano gli stessi discorsi, naturalmente a parti invertite nel ruolo dei “buoni” e dei “cattivi”, dei “responsabili” e degli “irresponsabili”. Quanto a nazionalismo e a xenofobia, c’è una bella gara fra Tokyo e Pechino, ovviamente a spese delle classi dominate di entrambi i Paesi. Basti pensare che il documento ufficiale sulla Strategia per la Sicurezza Nazionale emanato dal governo giapponese il 17 dicembre 2012 non fa che ricordare ossessivamente, pagina dopo pagina, la necessità che ogni singolo cittadino giapponese «percepisca la sicurezza nazionale come una questione familiare e di interesse immediato». Com’è noto, il cittadino giapponese è un modello (anche per il cittadino cinese) di patriottismo in “pace”, nelle fabbriche e negli uffici, come in guerra. Amen!

«La Cina sta mettendo in atto azioni provocatorie per cambiare lo status quo», sostiene Takehiro Kano, direttore per la sicurezza nazionale al ministero degli Esteri: «Non diciamo che si tratta di una minaccia, ma siamo sicuramente preoccupati per la crescita di un budget militare che è 3-4 volte maggiore del nostro. Per noi la diplomazia deve venire prima di tutto, ma la difesa è l’ultima risorsa». Diciamo piuttosto che 1) la preoccupazione giapponese è, al pari dell’attivismo imperialistico dei cinesi (o degli americani, o dei russi), giustificata dall’assetto capitalistico del nostro pianeta, e che 2) la diplomazia non è che la continuazione con altri mezzi della guerra capitalistica globale, la quale a volte “degenera” in scontro armato.

Per Tomohiko Taniguchi, consigliere speciale del premier Shinzo Abe, «Il tempo è maturo per un ruolo proattivo del Giappone. Finora siamo stati fortunati a essere protetti dall’ombrello Usa, e durante la Guerra Fredda il Giappone non aveva bisogno di uscire dai suoi confini. Ora gradualmente stiamo venendo fuori dal guscio». Il problema è che in quel cruciale quadrante geopolitico tutte le nazioni stanno venendo contemporaneamente «fuori dal guscio», affollando un mare che all’improvviso si è fatto troppo piccolo.

A proposito di guscio (esistenziale), il quale forse racchiude qualche importante risposta anche ai problemi qui affrontati, rimando alla citazione di Murakami che apre questo modesto post.

Japan's next PM Abe points during a news conference in Tokyo* «Detto di passata, la crescente tensione nazionalistica tra Cina e Giappone non è estranea – anzi! – alle tensioni sociali che si stanno accumulando nelle due tigri asiatiche, nella prima a causa di un relativo rallentamento nel ritmo di crescita economica (sotto l’8 per cento annuo la società cinese entra in fibrillazione), nel secondo a motivo della perdurante crisi sistemica, il cui inizio rimonta, non certo casualmente, al 1985, anno in cui i rappresentanti di USA, Germania, Francia, Giappone e Inghilterra si riunirono al già menzionato Hotel Plaza di New York e decisero una sostanziale rivalutazione del marco e dello yen – alla fine degli anni Ottanti la divisa giapponese si rivalutò del 40%, azzoppando gravemente la capacità competitiva nipponica, e spingendo il capitale del Sol Levante verso scorribande speculative non sempre coronate dal successo» (Divise in guerra).

** A proposito del Celeste Imperialismo cinese, ecco una notizia fresca di giornata che dà la misura dell’attivismo capitalistico della Cina: «Ora la Grecia salvata [dall’Unione Europea] se la pappa la Cina, a prezzo di saldo. Con appena 6,5 miliardi, infatti il primo ministro cinese Li Keqiang, venuto in Grecia per tre giorni di visita ufficiale assieme al ministro degli Esteri Wang Yi e a una folta delegazione di imprenditori, ha firmato 19 accordi economici che coprono export, trasporti marittimi, aerei e terrestri, cantieristica navale, e in pratica fanno dell’Ellade la piattaforma di Pechino per sbarcare nel Mediterraneo e in Europa. “Una Perla nel Mediterraneo”, ha definito il Pireo Li Keqiang: può sembrare un’espressione poetica di apprezzamento estetico, non fosse che “Collana di Perle” viene chiamata dai cinesi la strategia di realizzazione di una serie di installazioni portuali, commerciali e dove possibile anche militari che stanno costruendo una sorta di impero marittimo cinese, che mutatis mutandis in riguardo ai tempi di oggi assomiglia in modo impressionante a quella catena di piazzeforti che l’Impero Britannico aveva realizzato per blindare le vie per le Indie» (Maurizio Stefanini, Libero, 24 giugno 2014).

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2 pensieri su “IL GIAPPONE E LA COSTITUZIONE “PACIFISTA”

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